Storie di mamme adottive. Sos mamma: ho preso un brutto voto a scuola

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Verifiche e stress nell'adozione

 

Se un figlio va male a scuola è chiaro che bisogna prendersi del tempo per inquadrare gli avvenimenti e per decidere cosa fare e cosa dire. La calma aiuta ad essere efficaci nel promuovere e sostenere le soluzioni che i nostri figli potranno attuare.

Le verifiche e gli alti e bassi di Anna a scuola

Oh oh e questa cosa sul fondo della cartella cos’è? Toh, una scheda di matematica. Hmmm!

Cara Anna, se tu fossi qui in questo momento ti racconterei che la nonna mi diceva sempre: “Hai gli occhi di gatto”, quando riuscivo tranquillamente a camminare al buio o quando trovavo piccoli oggetti come il classico ago caduto a terra. In un certo senso mia mamma aveva visto giusto dato che ho 12/10 di vista, solo che questo optional può diventare scomodo, e talvolta vorrei barattarlo con un paio di occhiali da poter togliere proprio in casi come questi quando vorrei tanto, ma proprio tanto, non aver rinvenuto NULLA!

Non vivo tra le nuvole e mi ero certamente accorta che Anna stava passando un periodo turbolento, e da sempre, la cartella e l’astuccio sono vere e proprie cartine tornasole, nel senso che il livello di disordine è direttamente proporzionale allo stato di confusione e instabilità che sente e di conseguenza proietta attorno a sé.

Il punto è che affrontare Anna apertamente dimostrandole il disordine o peggio smascherando la trovata della scheda perduta, non si è mai rivelata una strada efficace. Tra l’altro ci hanno appena consegnato la scheda del primo quadrimestre e la flessione generale dei risultati è manifesta. Sommando i dati a disposizione la situazione è tesa.

C’è da chiedersi tuttavia: quale messaggio vorrà inviare con questo gioco al nascondino? Sarete d’accordo con me che nessun bambino fa qualcosa del genere per caso, ecco appunto, vedo che siamo concordi…

Per associazione mi viene in mente un parallelo con il cane che, per quanto ne so, per istinto sotterra l’osso, perché lo vuole sottrarre al pericolo di poterlo perdere. In questo caso Anna sotterra perché al contrario vuole perdere! Eppure in un certo senso ha voluto farmela ritrovare, come il mare che porta a riva la lettera nella bottiglia: tutto ritorna!

E mi ritrovo tra le mani questo messaggio che equivale ad un “S.O.S. mamma”. La guardo mentre dorme, in realtà posso guardare solo un ciuffo di capelli. Il resto è finito tutto sotto il piumino rosa.

La cooperazione tra genitori e insegnanti per risolvere il problema

Prima cosa da fare è raccogliere altre prospettive: papà è in viaggio e a causa del fuso orario prima di domani non potrò parlargli quindi, incapace di starmene a pensare, prendo la decisione di chiamare le insegnanti. Sarà una buona idea? Del resto che alternativa avrei: basarmi sulla mia percezione? No, non sarebbe oggettiva, mi è chiaro infatti che la situazione di stress di Anna ha contagiato anche me.

“Buongiorno signora … certo, capisco… sa sua figlia è molto emotiva”. Emotiva!? Ho capito bene? Sì ha detto emotiva. Mentre prendo un gran respiro e distanzio un poco il telefono per impedirmi di ribattere, cerco di concludere la chiamata concordando un’azione, ma riesco ad ottenere solo un aggiornamento di lì a una settimana, anche se capisco che con questo epiteto la conversazione ha decretato una valutazione definitiva.

Cercavo un punto di vista alternativo al mio, e mi ritrovo con un’etichetta. L’immagine -credetemi- si è materializzata all’istante e mi sono vista la faccina di Anna con scritto in fronte E-M-O-T-I-V-A. Se è vero che fino ai tre anni i bambini sono pura emozione, non possiamo certamente dire che a nove il cervello sia bello che completato. Anzi, a nove siamo in piena fase di formazione e certamente il cervello emozionale è ancora scoppiettante. Quindi non mi ha detto nulla che già non sapessimo e il senso di frustrazione si affaccia.

Sono fermamente convinta, e lo esprimo sempre nella mia attività professionale, dell’importanza della collaborazione tra genitori ed insegnanti e se dovessi misurare quanto, in una scala da 1 a 10, vi rispondo 15!

La cooperazione spesso è disconosciuta e mi chiedo da dove nasca tale reticenza; nella nostra esperienza di genitori di due figlie adottate, vi assicuro che quando abbiamo trovato una assonanza con l’insegnante ne abbiamo giovato tutti. Quando invece si avverte una dicotomia e diffidenza, quasi ad affermare il diritto del proprio ruolo – da entrambe le parti- la prima persona che ne risulta disorientata è proprio il bimbo: figlio e alunno.

Dopo la telefonata, mentre i miei pensieri cercano ancora una convergenza, i miei piedi hanno trovato la strada da soli verso il pulmino. Mi ritrovo a faccia a faccia con Anna che, appena scesa, mi guarda con un cipiglio profondo e asimmetrico -più sul lato destro- ed occhi più scuri del consueto ed inferociti, preludio di un pomeriggio burrascoso.

Cosa fare con la bambina: ascolto attivo

“Bene -mi dico per farmi coraggio- la partita comincia”, mentre contemporaneamente mi concentro per indossare l’espressione più rassicurante che mi riesca di presentarle. Effettivamente la mia scelta fa breccia, perché Anna si arresta squadrandomi quasi perplessa. Immagino il suo pensiero in un fumetto: “Io le faccio vedere la faccia più furiosa che si sia mai vista e la mamma non si impressiona?!”

Del resto credetemi ho solo due possibilità: o prendo anch’io il virus e mi lascio portare da Anna in una voragine di risentimento con tutti gli annessi, tipo “è stata l’altra”, “io non lo sapevo”, “l’ho fatto per sbaio” ( la gl qualche volta salta ancora e quando la concitazione sale, salta 10 volte su 10); oppure cerco di attirarla piano piano ad accendere la luce tra le emozioni ed i pensieri, in modo da illuminare il buio della sua solitudine e paura.

Chissà se e quando Anna potrà confidare nella nostra comprensione, chissà quante prove passeremo ancora prima di arrivare a creare in lei un pianerottolo d’attesa davanti alla porta della paura dentro la quale lei si rinchiude a scatto ogni volta che non comprende. Può trattarsi davvero di poco: un comportamento o una parola, un gesto o un problema matematico, una novità o un imprevisto, il suo schema di reazione è sempre la fuga alternata al blocco.

Appena arrivata, cinque anni fa, bastava un soffio di vento per vederla arrestarsi in mezzo al giardino, con un’espressione di cera. Un’espressione forte, tenuto conto che il suo viso è vellutato e invitante perché color della cioccolata, ma così si può forse comprendere meglio il pallore, evidenza di quando rallenta la circolazione sanguigna. La sua mano a pugnetto, quando riuscivo ad infilarmici con il dito indice risultava gelata, per poi lasciarsi attirare come una calamita attorno al mio dito. Allora cominciavo piano a fare un piccolo passo e lei dopo di me, una, due, tre volte, fino a quando i passi tornavano sincroni ed iniziavo solo allora a parlarle piano: “Guarda che piccola fogliolina”, “e guarda lì una più grande” via via catturando la sua attenzione su aspetti o cose sempre più alte, affinché alzasse di nuovo lo sguardo.

Il disordine dei quaderni e la richiesta di aiuto

Così la porto, ancora una volta nella sua camera, apriamo la cartella e uno ad uno cerchiamo il quaderno giusto per dare riposo alla scheda ritrovata, spiegazzata e sporca. Ma le sorprese non sono finite. Dapprima mi porge il quaderno recente di aritmetica, senza sovra copertina -chissà il commento della maestra- ma è impossibile trovare il posto per inserire la scheda perché le pagine non ci sono più. Sembra un quaderno sbranato. Scivolano via una, due pagine dall’altro lato, segno inequivocabile di quante e quali pagine corrispondenti siano state strappate. Non le ho mai strappato una pagina in tutti questi anni, a mio ricordo neanche le insegnanti. Non capisco.

In più avendo anche buona memoria le chiedo come mai abbia un quaderno nuovo, dalla settimana prima ricordavo ancora un buon numero di pagine. Trovo il quaderno precedente inserito nel testo di geografia. Lo apro e ancora mi sovviene il ricordo delle nostre voci mentre due settimane prima le rispiegavo un’equivalenza. Capisco ancora meno. Partendo dalla fine del quaderno risultano ancora 15 pagine libere -circa mezzo quaderno- e le ultime 3 sembrano scritte da un alieno. Penna nera non cancellabile anziché blu cancellabile – alle mamme attente questa è una differenza già sensibile- calligrafia diagonale, spigolosa, leggera. Ora non capisco del tutto.

Anzi, al contrario, forse finalmente ci sto arrivando e, quando mi arriva in mano il quaderno dei problemi strappato in un colpo secco a metà, mi è tutto chiaro: Anna non ce l’ha fatta più e l’energia della sua rabbia si è riversata qui. Dopo il primo quadrimestre, mentre le insegnanti entusiaste avviavano le basi per argomenti tutti nuovi, Anna con la mente piena di rimbombo ha detto S-T-O-P! E non sapendo più come uscirne ha lasciato una traccia, la scheda: il suo S.O.S. mamma alla persona da cui accetta, grazie al Cielo, ancora l’aiuto.

Sollevo lo sguardo davanti a me, sedute entrambe sul pavimento tra materiale distrutto e desolazione nell’animo, mi resta solo una strada utile: “Anna” -inizio a chiederle- “Quando è accaduto?”. Il “come mai?” o “perché?” mi muoiono sulle labbra, troppa sofferenza andare così a fondo. Con le braccia spossate, come se ancora stesse vivendo lo sforzo di aver strappato un quaderno di netto -credetemi io non ci riuscirei- dice con voce flebile e già conscia di non essere credibile: “Sono state le mie amiche …”. “Anna!??” la richiamo supplicante. Prima abbassa, poi alza lo sguardo: “No mamma è stata una mia iniziativa”.

Eccola infine: Anna con tutta la sua consapevolezza.

L’aiuto del compagno di classe per recuperare i compiti

Abbiamo chiesto aiuto ad Andrea, un compagno che ha scelto Anna, per recuperare le lezioni strappate, le numerose consegne scomparse … e altro ancora. Le penne no, povere, mangiate come da un roditore, erano irrecuperabili e arriverà un nuovo astuccio con la primavera!

Ah, può sembrare solo un dettaglio: Anna ha ripreso a pettinarsi col cerchietto a fiori.

Dopo qualche giorno sento una conversazione: “Ciao papà” -risponde Anna baldanzosa al telefono- “oggi ho preso 6 e mezzo nella verifica di inglese!”, dall’altra parte: “9 e mezzo?!” esclama Gianluca incredulo. “Nooo papà”, assicura Anna con fare assertivo scandendo bene le sillabe: “6 e mezzo… sai, ero stanca di prendere 5″.

Il mio pensiero: “Evviva !!!”

Mamma Maria Antonietta

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