Resilienza e adozione II

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Friendship in the heart of Africa, ph Michiel Pols, (c.c. Flickr)

Dopo il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza redatto dal Governo in relazione al Recovery fund,  il vocabolo resilienza, è completamente sdoganato e si trova in tutte le salse. In un periodo di epidemia nulla vieta di pensare che il termine resilienza possa riguardare un piano di ripresa generale, ciò che  colpisce è il polimorfismo del suo significato.

Nella mia analisi  sul tema  resilienza  riparto dalla conclusione del precedente articolo Resilienza e adozione,  precisamente dal fatto che da alcuni decenni gli studi anziché avere come focus solo  i fattori di rischio  che portano a sviluppare una psicopatologia,  si sono rivolti ad individuare i fattori di protezione che favoriscono uno sviluppo adattativo, nonostante l’esposizione a traumi o a condizioni sfavorevoli.

Ciò è stato determinato dall’osservazione che non tutte le persone che avevano vissuto esperienze negative nello sviluppo evidenziavano comportamenti patologici.

Uno studio

Tra gli studi sulla resilienza,  uno dei  più ambiziosi è quello condotto da Werner  E.E. e Smith R.S.  e pubblicato nel 2001. Questi ricercatori hanno seguito per circa 40 anni, con dei follow-up a 10 anni, 18 anni e in età adulta, le vite di  700 bambini delle isole Kauai, nati in piantagioni di zucchero, da lavoratori di discendenza razziale ed etnica mista e allevati in condizioni difficili:  situazioni di miseria, con seri problemi di salute,  alcolismo, violenza e conflitti.

A 10 anni, circa 2/3 dei bambini avevano serie difficoltà di apprendimento e compivano atti di delinquenza, 1/3 cresceva senza difficoltà invalidanti fino all’età adulta.

A 18 anni, 2/3 dei  bambini con comportamenti ad  alto rischio avevano avuto un esito sfavorevole:  problemi con la legge, precoci gravidanze e accessi ai servizi di salute mentale. 1/3 invece mostrava capacità di autoaccudimento, competenza, mantenimento del lavoro, e buone relazioni.

A 30/40 anni, i comportamenti  di una buona parte degli adolescenti con problemi si erano modificati positivamente. Molti hanno dichiarato che qualche adulto si era interessato di loro nel momento in cui avevano avuto problemi ed evidenziato come punto decisivo di svolta un buon matrimonio ed un lavoro soddisfacente o il coinvolgimento in gruppi religiosi strutturati.

Questo studio, riportato in modo esemplificativo, come altri in letteratura, evidenzia come condizioni di vita avverse in età precoci hanno maggiori probabilità di influenzare negativamente lo sviluppo, ma ugualmente evidenzia come le persone siano organismi in via di sviluppo e le loro traiettorie nel corso della vita sono flessibili e multidimensionali.

L’adattamento non è acquisito una volta per tutte

Un adattamento utile ad un certo punto della vita può non esserlo più in epoche più tarde per affrontare nuove sfide. In ogni fase dello sviluppo  nuove capacità e nuove opportunità possono favorire la ripresa in senso adattativo di un corso evolutivo in precedenza disturbato.

Influenza materna nello sviluppo della resilienza

Nella seconda metà del secolo scorso i ricercatori  hanno rivolto troppo l’atten­zione alla influenza materna e di un solo genitore, trascurando l’importanza di altri nella rete familiare estesa e il ruolo di una varietà di relazioni di sostegno che è decisiva in ogni età. Molti bambini sono aiutati da un legame con almeno una figura di accudimento, spesso fratelli più anziani, zii, altri parenti o altre figure dell’ambiente. Ma anche un inizio “cattivo” non determina un esito ine­vitabilmente “cattivo”: molti superano le esperienze di abbandono o ritardi evo­lutivi quando sono aiutati da un accudimento più tardo, ad esempio mediante l’adozione, il sostegno di un mentore, una speciale relazione con insegnanti o altre figure educative. Inoltre rispetto a queste esperienze il bambino non è solo passivo ma, come è stato evidenziato,  il bambino resiliente ha la capacità di procurarsi attivamente una rete di sostegno nella famiglia estesa e nella comunità.

Differenza di genere

Impor­tante è apparsa anche la differenza di genere in diversi periodi evolutivi. Sembra che siano più resilienti le ragazze dei maschi, aiutate in ciò dalla tendenza alla socializzazione basata sul genere nel cercare relazioni di sostegno: le femmine sono allevate in modo più orientato alle relazioni, mentre ai maschi si insegna a essere forti e ad appoggiarsi a sé stessi. Inoltre, spesso a causa dei disturbi nella vita familiare, le femmine sviluppano competenze nell’assumersi preco­cemente responsabilità, ad esempio rispetto alla conduzione della famiglia o ai fratellini più piccoli.

Continuità e discontinuità nello sviluppo

Questi dati mettono in discussione la radicata opinione che traumi precoci o gravi non possono che avere conseguenze negative e che esperienze di avversità danneggiano sempre, presto o tardi, le persone e sosten­gono alcune convinzioni di base nell’approccio alla resilienza nella pratica. Non solo bambini che vivono in condizioni avverse, ma anche individui con passati disturbati possiedono il potenziale per modificare positivamente la loro vita in età adulta – una crisi può divenire un punto di svolta decisivo.

Queste con­clusioni sono sostenute da molti studi di bambini a rischio condotte in luoghi diversi e tutti confermano che l’interazione di qualità personali e di una rete di relazioni formata da famiglia estesa, amici, vicini hanno effetti di reciproco rinforzo positivo, modificando una spirale negativa.

Nel complesso molti autori hanno evidenziato non solo che niente è immodificabile a causa di esperienze precoci, ma  che la resilienza può essere sviluppata in ogni momento nel corso della vita: eventi inaspettati e nuove relazioni possono interrompere gli effetti di una serie negativa di eventi e favorire la crescita.

Naturalmente tenere presente questo dato non vuol dire dimenticare che esiste anche una possibilità di continuità e che le influenze dell’ambiente e il comportamento del bambino sono importanti nel modellare il suo ambiente futuro in età adulta: ad esempio spesso bambini antisociali si comportano secondo modalità che agiscono da fattori di predisposizione nella vita adulta, che cioè comportano nuovi rischi per la psicopatologia, quali relazioni disturbate e mancanza di sostegno sociale.

Giuseppina Facchi

Psicologa, psicodiagnosta, psicoterapeuta. Già responsabile del Servizio di Psicologia Clinica dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Crema, ha lavorato nell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

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Famiglia Adottiva   “L’incontro adottivo: un’opportunità per genitori e figli”

Resilienza  “Il posto dell’adozione tra cura e limiti”

Aggressività  “Aggressività e passività del bambino nella relazione adottiva

 

 

 

 

 

 

 

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