La sfida dell’adozione

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photoshooting in berlin , ph Tyrone Daryl, (c.c. Flickr)

Il 14 maggio scorso presso il Centro di Terapia dell’adolescenza (CTA) di Milano si è tenuto online un seminario condotto dal prof. Luigi Cancrini e dal dott. Francesco Vadilonga dal titolo “La sfida dell’adozione. Le famiglie adottive in crisi e la sfida che pongono agli psicoterapeuti e a chi le affianca nel loro percorso familiare”. Tra le numerose e importanti riflessioni che hanno stimolato e arricchito i partecipanti,  ne condividiamo alcune. Si tratta di semplici spunti rispetto ai quali ci piacerebbe raccogliere esperienze e sollecitare nuove riflessioni.

Per rappresentare la crisi ci sembra molto esplicativa la metafora del materassino proposta dal Professor Cancrini: “Siamo al mare sul bagnasciuga e vediamo un materassino  che va verso il largo. Le onde si infrangono sulla spiaggia, il vento soffia verso destra, ma il materassino lasciato solo galleggia verso il mare aperto. Perché?  Non  si vede nulla in superficie che possa giustificare la direzione presa, ma sott’acqua agiscono delle correnti, che non vediamo, che comandano il materassino”. Allo stesso modo le emozioni dissociate nell’adolescenza agiscono sul ragazzo in modo incontrollabile, come la corrente determina il movimento del materassino. Di conseguenza è sicuramente importante tener conto del dato di realtà, delle difficoltà che il ragazzo/a incontra nella vita quotidiana, ma è fondamentale anche comprendere, riconoscere, esplorare le “correnti”, cioè i dolori, i bisogni e i vissuti che hanno costituito la sua esperienza precedente e che diventano centrali per ristabilire rotte e approdi.

Il terapeuta deve cercare il dolore celato. I ricordi e le emozioni del passato  possono essere ascoltati e condivisi.  Si possono incontrare  resistenze che ostacolano l’attraversamento di questa esperienza, ma  va considerato che esse hanno a che fare con il dolore che non si riesce a comunicare. Se il dolore nascosto può essere espresso, allora il protagonista che soffre non è più solo e chi ascolta fa con lui una delle esperienze umane più ricche e significative: il dolore condiviso unisce. Questo apre spazi di fiducia e crea una situazione affettiva e relazionale indispensabile per il lavoro terapeutico.

Uno dei temi che ha a che fare con la crisi adottiva è il tema dell’abbandono. “Si adottano minori feriti e di queste ferite i genitori adottivi devono prendersi cura. L’adozione è la Terapia per  questi bambini. I primi terapeuti sono quindi gli stessi genitori che devono essere ben preparati anche alle difficoltà che ci saranno Gli specialisti a cui si rivolgono le famiglie in difficoltà sono i secondi terapeuti. E’ importante  che gli operatori coinvolti nella crisi dicano ai genitori adottivi che sono stati bravi, perché non è facile.

L’abbandono comporta una perdita e di conseguenza un lutto, e quando l’adolescente si ritrova, ad esempio, ad essere lasciato dal ragazzo/a, l’esperienza attuale può riattivare l’esperienza  dell’abbandono subito. In altre parole, la persona adottata può rivivere in modo inconsapevole l’esperienza precedente del rifiuto e comportarsi in modo poco comprensibile in relazione a quella specifica esperienza adolescenziale. Ancora una volta ritorna il tema delle correnti che agiscono sul materassino che, anziché seguire la direzione del vento, viaggia in balia delle correnti.

Secondo il Professor Cancrini la storia adottiva del ragazzo/a va affrontata da subito nella terapia. I documenti dell’adozione vanno letti e tradotti se occorre,  le informazioni,  i ricordi e le atmosfere vanno esplorati insieme. Le carte sono ciò che di certo resta della famiglia che non c’è più. Val la pena porsi alcune domande: quali sono le immagini dei genitori biologici agli occhi del figlio? Quali emozioni e pensieri vi sono collegati? Le immagini interne vanno esplorate sino ad arrivare il più vicino possibile alla realtà, a ciò che è successo. Si possono scoprire, recuperare aspetti sconosciuti o dimenticati o costruire nuovi sgnificati.

Quando nella storia adottiva si evidenzia che i genitori non ce l’hanno fatta, per cui hanno dovuto rinunciare ai loro figli, è importante riconoscere nella loro fragilità il “sacrificio dell’affidamento” ad altri dei loro bambini.  Parimenti è necessario riconoscere una responsabilità dei genitori adottivi nei confronti dei genitori di nascita e quindi  un’alleanza emotiva tra le coppie di genitori.

Oltre al tempo dei sentimenti di dolore, di rabbia e di colpa il  ragazzo/a, per elaborare i traumi vissuti nell’infanzia, ha bisogno del tempo per integrare i genitori “cattivi” che ne sono la causa. Si può arrivare a perdonare, fare pace con il pensiero, l’immagine di una mamma che ha fatto di tutto per tenere il proprio figlio con sé o di genitori che si sono resi conto che non ce la facevano. Affidare è molto diverso da abbandonare.

Anche se si ha l’impressione di essere immobili, non ci si deve scoraggiare, perché a volte è una sosta e si sta solo cercando la via o il modo per ripartire. Non perdere la rotta è importante.

Bisogna essere ottimisti. Sempre.

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ITALIAADOZIONI
Redazione