Il Covid e le comunità di accoglienza per minori

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Teddy bear with protective medical mask sitting near window., ph Nenad Stojkovic (c.c. Flickr)

Questa mattina, sfogliando la home di un social network, un post ha catturato la mia attenzione: una collega ha scritto che è passato un anno dall’inizio delle restrizioni, imposte per il contenimento dell’emergenza sanitaria che stiamo tutt’ora vivendo. Così questi pensieri, che viaggiavano sparsi tra la mia testa ed il mio cuore, sono venuti fuori di getto e sono stati riversati in queste righe.

I primi giorni di shock

A marzo 2020, la mia vita lavorativa è stata stravolta. I miei turni sono diventati da 12 ore, diurne o notturne, ma la parte più difficile è stata spiegare ai bambini della comunità, perché dovessimo iniziare ad indossare le mascherine. Siamo stati travolti dalle loro emozioni e dalle loro accuse: “ve le mettete perché non vi fidate di noi!”, “non andiamo nemmeno a scuola non siamo pericolosi!”, “con quelle cose addosso tutto il giorno finisce che non ci volete più bene!”. Abbiamo fatto i conti con l’impossibilità di mangiare allo stesso tavolo e condividere momenti di vita quotidiana, come la colazione, la merenda o i pasti principali. Abbiamo familiarizzato con le visiere, necessarie al momento del bagnetto o del cambio pannolino. Abbiamo faticato a far riconoscere le nostre emozioni ai più piccoli, perché avendo metà faccia coperta, alcuni non riuscivano a decifrarci per bene: soprattutto i nuovi arrivati! È stato impegnativo fare nuovi inserimenti, dover dare una disponibilità limitata all’accoglienza, perché prima servono quarantene e tamponi, ma gli ospedali sono pieni e le farmacie non ancora attrezzate ….

La vita in comunità prosegue

Ci siamo destreggiati tra gli schemi di DAD, come se fossimo una famiglia con un numero incredibile di figli, cercando al contempo di mantenere (per quelli che li avevano attivi) i rapporti con le famiglie d’origine. Consolando e comprendendo il dolore e la frustrazione di ognuno/a, spiegando alle autorità sanitarie che in alcuni momenti abbiamo dovuto violare le normative e abbracciare bambini piccoli o grandi, che piangevano anche nel cuore della notte.

Le mascherine hanno segnato i nostri volti, il talco dei primi guanti in lattice (il nitrile era introvabile) ha deturpato le amorevoli mani di colleghi e colleghe, che presentavano delle allergie.

Siamo poi arrivati a settembre, con i bambini pronti a ricominciare la scuola, entusiasti all’idea di rivedere finalmente gli amichetti, lasciati all’improvviso in primavera. Non sono mancati i bagni al mare, le passeggiate nei boschi in estate, ma l’euforia di metà settembre era palpabile, accostata ai timori di tutta l’équipe sulla ripresa di contatti così ravvicinati, con un numero più ampio di persone.

Toc-Toc: sono il Covid19!

Accade quindi che, in un piccolo centro come il nostro, si verifichi ciò che tutti (più o meno da vicino) abbiamo toccato con mano: alcune maestre contraggono il virus e le classi vengono messe in quarantena. Iniziamo novembre con i tamponi di controllo per il rientro a scuola, dato che ormai sono passati 10 giorni, e veniamo letteralmente travolti.

Foto reale dell’autrice nei momenti descritti. (Tutti i diritti riservati)

I test rapidi rilevano immediatamente due bambine positive, alle quali se ne aggiungerà un terzo. Anche l’équipe perde subito due operatori, che risultano positivi e vengono quarantenati nelle loro abitazioni private. Le competenti autorità sanitarie ci prendono immediatamente in carico, effettuiamo tutti anche i tamponi molecolari.

C’è un corri corri di telefonate: i pediatri dei bambini, i medici degli operatori, i Tutori, i genitori (di origine e/o adottivi), la scuola, il sindaco.

Restiamo in nove operatrici a coprire i turni, ogni risorsa diviene indispensabile, inclusa la responsabile delle pulizie. Tra una sorveglianza sanitaria e l’altra, siamo costretti a suddividere la casa in altro modo: un’ala notte per i bambini risultati positivi, con opportune barricate per vietare l’acceso ai più piccoli; l’altra ala per i “negativi”. Abbiamo dovuto dividere numerose fratrie e questo è stato davvero tosto. Abbiamo identificato una sala vestizione e una svestizione, un percorso pulito e uno sporco, abbiamo familiarizzato con stoviglie monouso e vassoi per i pasti.

I bambini, evidentemente impauriti, ci hanno guardato indossare le tute, il doppio paio di guanti, gli occhiali protettivi, sterilizzare ogni cosa. Tutte le colleghe rimaste in servizio vengono messe in quarantena, ci chiedono di non avere contatti con alcun familiare, mentre assistiamo i bambini della casa famiglia, ma per chi ha figli molto piccoli ciò risulta quasi impossibile (e io sono tra queste).

Gestione emergenza e poi …

I giorni corrono, per noi vengono scanditi dalle telefonate, dall’esito dei tamponi comunicato dagli uffici sanitari. Siamo fortunati: i bambini che hanno contratto il virus (ai quali si aggiungerà una quarta, non rilevata inizialmente) stanno tutti bene e sono asintomatici. I turni si susseguono e veniamo divise in triplette che non si incontrano tra loro, per limitare i contatti ancor di più. Ci vuole tempo, perché i bambini non si negativizzano in 10 giorni e neppure i colleghi. Pazientiamo, ogni tanto piangiamo, ma siamo troppo intente ad approfittare di ogni spiraglio di sole per giocare in giardino (e poi sterilizzare tutto!), coloriamo mandala con i bambini e semplicemente stiamo, in questo momento che sembra irreale, ma che sta capitando a noi. Le riunioni tecnomediate vengono sospese, siamo tutte talmente cariche emotivamente, che è impossibile tirar fuori i sentimenti, mentre li viviamo. Dobbiamo reggere, per noi stesse e per i bimbi, che abbiamo il dono di custodire per un po’ di tempo.

Ci sono momenti difficili: quando un bambino in isolamento si sveglia di notte ed urla nel panico, bisogna vestirsi in fretta per accedere alla sua stanza. Ci chiede di abbracciarlo e noi non possiamo, ma stiamo lì finché non si calma, cantando con voce dolce una ninna nanna. Sapete, ho provato a leggere una storia della buonanotte, ma tra occhiali, mascherine e visiere, tutto diventava appannato e non riuscivo a seguire le righe. Ho pianto disperata il giorno dopo a casa, proprio io, e poi ho registrato la mia voce e insieme alle bambine abbiamo ascoltato la storia, al turno notturno successivo.

Abbiamo perso i nostri odori, sostituiti da quelli dell’alcool e della candeggina, ma non abbiamo mai perso speranza e calore. Neanche quando leggevamo sui giornali qualche articoletto che puntava allo scandalo nel piccolo paese, fotografando i sacchi sigillati dei rifiuti fuori dal cancello della struttura.

Si vede la luce in fondo al tunnel

È passato un po’ più di un mese, nel quale siamo stati sostenuti in ogni modo: virtualmente e materialmente (la nostra cooperativa ci ha dotati di ionizzatore e ha potenziato ulteriormente la dotazione di dispositivi di protezione individuale, senza mai badare ai costi e rispondendo immediatamente all’urgenza). Sono state giornate lunghe nelle quali abbiamo lottato al fianco dei bambini nostri ospiti, li abbiamo assistiti ed amati con ancor più fervore. Abbiamo mantenuto un filo con i colleghi in isolamento, perché sentivamo reciprocamente la mancanza. Abbiamo scherzato sull’aver acquisito dei super poteri come le Sailors Moon, ma ne siamo usciti tutti insieme, rendendo quel momento tragico, indimenticabile per tutti noi. Abbiamo vissuto un momento così intenso, da rinforzare i legami preesistenti.

A fare questo sono stati bambini straordinari di ogni età, che hanno tirato fuori risorse nascoste anche a noi: tra di loro ci sono bambini e ragazzi che aspettano una famiglia “nuova”, adottiva o affidataria, che sarà fortunata ad incontrarli, non importa quanti anni di casa famiglia alle spalle abbiano.

Lo straordinario nell’ordinario

Insieme a me ci sono state persone straordinarie, tra le quali assistenti sociali, educatori, psicologi, oss. Proprio le categorie sulle quali i mass media a volte si accaniscono, altre volte dimenticano.

Dimenticano …. Questo è ciò che è successo. Per i lavoratori di questi essenziali servizi e dei bambini/ragazzi ospiti, mai un cenno dalle autorità, mai una parola nei vari discorsi ascoltati tra radio e tg.

Forse non sarà molto, ma ringrazio ItaliaAdozioni per avermi dato la possibilità di prendere questo spazio, per dire GRAZIE! È un grazie vero, commosso, di chi tutto ciò lo ha vissuto.

Grazie dunque ai miei colleghi, che voglio nominare uno per uno: Annalisa, Alessandro, Claudia, Daniele, Eleonora P., Eleonora R., Elisabetta, Ginevra, Isabella, Marina e Virginia.

Grazie a tutti quei colleghi di ogni comunità che io magari non conosco, ma ai quali mi sono sentita vicina, ogni giorno.

Non so quanto queste righe abbiano lasciato il segno, ma spero davvero che chiunque avrà la pazienza di leggerle, comprenderà che sono state scritte con amore e passione: lo stesso che riversiamo ogni giorno nella nostra professione!

Silvia Bruffa

 

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ITALIAADOZIONI
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