Affido familiare e adozione. La nostra famiglia accogliente

Print Friendly

Qual è la differenza tra diventare una mamma adottiva o affidataria? Quale la disponibilità, l’amore, il sacrificio? 

Il desiderio di una famiglia numerosa

Sono passati già, solo (dipende dai punti di vista!!!) quindici anni da quella calda giornata di marzo in cui, davanti alle nostre famiglie e agli amici di sempre, prendendoci per mano, ci siamo sposati e abbiamo iniziato il nostro cammino di famiglia.
Tanti sogni, tanti progetti, tanti desideri non tutti realizzabili, non tutti realizzati nei modi e nei tempi pensati e sperati da noi.
Il nostro sogno più grande è sempre stato quello di una famiglia numerosa e pensavamo che si sarebbe realizzato presto quando, pochi mesi dopo il matrimonio, abbiamo scoperto di aspettare un bambino.
La gioia e la felicità per questa nuova presenza, però, si sono interrotte molto presto, gettandoci nella tristezza. Sono iniziati anni di speranza e di attesa, anni in cui, mese dopo mese, speravamo che il miracolo si ripetesse. Ma non è più successo.

Sono stati anni in cui anche la frase che sentivamo ai matrimoni degli amici “siamo pronti ad accogliere i figli che Dio vorrà donarci” era vissuta da noi come una “pugnalata”. Perché ogni volta ci chiedevamo “perché?”. Perché a noi non vuole donarli? Perché non ce li meritiamo? Perché tutti sì e noi no? Sono stati anni di dolore e fatica.
Ma a un certo punto del nostro cammino abbiamo spostato la nostra attenzione, abbiamo cambiato la prospettiva da cui leggere ed ascoltare anche quella frase. E la nostra attenzione ha iniziato a concentrarsi sulla parola “accogliere”. Abbiamo iniziato a pensare che il “dono mancato”, probabilmente non era davvero mancato. Era solo un dono che doveva arrivare da strade diverse da quelle sempre pensate da noi.

La prima esperienza di affido familiare

Abbiamo aperto la nostra casa e il nostro cuore e abbiamo accolto, per qualche ora al giorno, una bimba di pochi anni che stava vivendo una situazione familiare difficile e aveva bisogno di trascorrere qualche ora in un contesto per lei favorevole dal punto di vista comunicativo e socializzante. Questa accoglienza “part time” ha avuto una durata di quattro anni e ci ha regalato una nuova consapevolezza: eravamo pronti per accogliere nostro figlio. Grazie all’accoglienza della piccola M. abbiamo capito che la nostra fecondità non era persa, ma era una fecondità diversa da quella “consueta”: la fecondità del cuore!

L’inizio dell’adozione nazionale

Pochi mesi dopo aver salutato la piccola M. abbiamo iniziato il nostro percorso adottivo. Abbiamo depositato la nostra disponibilità al tribunale dei minori di Torino e sono iniziati per noi mesi intensi ma che ricordiamo con tenerezza e affetto. Ogni colloquio, ogni incontro con psicologa e assistente sociale, è stato per noi occasione di crescita e consapevolezza, come individui, come coppia, come famiglia.

18 mesi dopo aver depositato la nostra disponibilità è arrivata LA telefonata che ha cambiato la nostra vita per sempre: il nostro bimbo ci aveva trovati! Ricordiamo ogni singolo istante dei giorni che hanno seguito quella telefonata, l’immensa gioia provata sentendo le parole “Siete mamma e papà! Il vostro bimbo si chiama Marco, ha quasi tre anni, vi sta aspettando!”.

Ricordo il giorno in cui abbiamo incontrato l’assistente sociale che ci ha parlato di lui, della sua storia, della sua vita iniziata “in salita”, del suo aspettare una mamma e un papà. Ricordo soprattutto quelle foto che sbucavano ogni tanto tra un foglio e l’altro e che noi cercavamo di sbirciare, non sentendo null’altro se non il battito impazzito del nostro cuore. Quando lo abbiamo visto, in 5 foto scattate qualche settimana prima, abbiamo capito che tutto ciò che avevamo vissuto nei primi 10 anni della nostra vita di famiglia aveva finalmente trovato un senso.
Negli occhi di nostro figlio abbiamo in quel momento riconosciuto l’Amore: quell’amore che ci ha uniti e che ci ha accompagnati in ogni giorno della nostra vita insieme.

Il primo incontro nella casa famiglia

Il primo incontro con lui, in una calda giornata d’estate è stato un incontro fatto di sguardi, sorrisi, timidi gesti d’affetto. È stato un incontro vuoto di parole, ma denso di messaggi e di amore. Un incontro che si è concluso con un lungo abbraccio con il quale Marco, abbandonandosi completamente nelle mie braccia ha scelto di “adottarci”. Ha scelto che saremmo diventati una famiglia.

Abbiamo trascorso quasi un mese nell’attesa di portarlo a casa con noi per sempre. Andavamo da lui tutti i giorni cercando di costruire le fondamenta della nostra famiglia. Ogni sera diventava sempre più difficile andare via e lasciarlo lì. Ogni sera tornavamo a casa con il magone e il desiderio che quei giorni passassero veloci.

Adesso, a distanza di quasi cinque anni, siamo consapevoli del fatto che quel mese di fatica è stato per lui fondamentale. Aveva scelto di fidarsi e affidarsi a noi, ma aveva bisogno di tempo. Quel tempo che chi l’ha cresciuto in quegli anni ha saputo donargli e donarci, quel tempo che ha creato unione, fiducia, affetto, amore indissolubile tra noi!

Dal giorno in cui Marco è entrato nella nostra vita ci siamo dimenticati di non averlo generato biologicamente. L’abbiamo generato nel cuore e con il cuore e lui ha rigenerato noi, donandoci una nuova vita. Ma il nostro desiderio di accoglienza continua ad essere presente in noi e nella nostra famiglia.

Il secondo affido familiare

La scorsa estate, rispondendo ad un appello letto su un social network in cui si ricercava una famiglia disposta ad accogliere temporaneamente un bimbo affetto dalla sindrome di down, abbiamo iniziato un nuovo cammino di accoglienza. Nella nostra famiglia non è entrato quel bimbo, perché le sue condizioni non consentivano al momento una dimissione e l’inserimento in famiglia, ma ci è stata chiesta la disponibilità per accogliere un altro bimbo i cui genitori stavano vivendo un momento di difficoltà, ma che aveva bisogno di una collocazione temporanea  in famiglia per evitare un ulteriore prolungamento della sua ospedalizzazione già durata quasi cinque mesi.

Così, in una tiepida giornata di metà settembre, siamo diventati la “famiglia per un po’” del piccolo K.
K. è stato con noi per quasi sei mesi, fino alla decisione del giudice che ha disposto il suo rientro nella famiglia d’origine.
Sono stati sei mesi per noi molto intensi, perché l’arrivo di un neonato, con parecchie problematiche sanitarie, ha decisamente rivoluzionato la nostra vita e la nostra routine familiare. Ma sono stati sei mesi di meraviglia per tutto ciò che abbiamo vissuto e scoperto insieme. Sono stati sei mesi in cui Marco ha dato prova della sua maturità e del suo grande cuore!

La difficoltà del distacco nell’affido familiare

Quando è arrivata la notizia della decisione del giudice, è stato un momento molto duro, per tutti e tre.
Lasciar andare K. Non è stato facile. Abbiamo sofferto, abbiamo pianto, abbiamo avuto modo e tempo di elaborare quanto vissuto, ma la consapevolezza di saperlo tra le braccia di chi lo ha sempre pensato, anche da lontano ci ha molto sollevati.
Sicuramente è stato molto faticoso per noi separarci da lui, ma è stato un dono immenso il poterlo accompagnare per un “pezzo di strada”.
In fondo eravamo consapevoli fin dall’inizio che questo era il nostro compito: accompagnarlo finché non ce ne fosse stato bisogno.

Ricordo che nei giorni immediatamente successivi alla sua partenza, a chi ci chiedeva come stessimo rispondevamo: “Siamo serenamente malinconici”.
La serenità con cui abbiamo potuto salutarlo ci è stata donata dalla consapevolezza di essere stati per lui il ponte di collegamento con la sua famiglia. Oggi stiamo bene. Ogni tanto qualche attimo di malinconia fa capolino nelle nostre menti e nei nostri cuori, ma stiamo bene.
L’altra sera Marco, dicendo la preghiera prima di dormire ha detto: “Gesù proteggi sempre la mamma, il papà e K.”. Poi ci ha guardati e ha aggiunto: “Ho fatto bene a dire anche K.? Perché per me lui rimarrà sempre un fratello”.

In queste parole è racchiuso il senso della nostra accoglienza.
In queste parole è racchiuso il senso della nostra famiglia.
Non è necessario generare biologicamente per essere padre, madre, fratello.
Noi ci siamo sentiti genitori di ognuno di questi bambini che sono passati nella nostra vita: dal piccolo essere formato da poche cellule rimasto in me solo per poche settimane, al piccolo K., tutti sono stati figli.
Qualcuno lo è stato “solo per un po’”, qualcun’altro lo rimarrà per sempre.
Quello che è sicuro è che il nostro cuore è stato fecondo… e ha ancora tanto da dare!
La nostra storia di accoglienza sicuramente non finisce qui!

Maria Cristina
:::::::::::::::::::::::::::::
Sempre sul tema affido leggi anche:

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione