Vivere l’adozione tra presente e passato

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Hug, ph Sem Vandekerckhove, (c.c. Flickr)

Un nuovo quesito per il Dottor Bonato che riguarda il delicato tema della ricerca delle origini. Se avete domande per il Dottor Bonato scrivete a redazione@italiaadozioni.it.

Buongiorno Dottor Bonato,

sono Domenico, ho 59 anni e abito al Sud. Ho vissuto in orfanotrofio la mia giovinezza (….) e ho passato il resto della mia vita a cercare i miei 10 fratelli, tutti nati tra gli anni 60 e 70. Ho incontrato però solo 8 fratelli, perchè le famiglie dei 2 che mi rimangono da contattare, non hanno voluto. I genitori di questi 2 non hanno detto ai miei fratelli che sono adottati e quando a suo tempo, rintracciai le famiglie, mi dissero di dimenticarli. Ora che ho quasi 60 anni mi chiedo se sia giusto forzare il segreto. Perchè privare i miei fratelli della verità e soprattutto di ritrovarci tutti insieme? Perché i genitori adottivi non vogliono? Mia madre ha sbagliato, ma noi che colpa abbiamo? Perché dobbiamo vivere lontani senza mai conoscerci? Perchè dobbiamo sempre subire le scelte che non abbiamo fatto noi? Io continuo a sperare di vederci tutti e 11. 
Grazie della risposta. Domenico

Caro Domenico,

lei  racconta che quando aveva 17 anni, per caso, ha trovato, in una delle tante comunità educative dove ha passato la sua prima infanzia e la sua adolescenza, una busta sulla quale era scritto il suo nome. Vinto da una comprensibile curiosità,  l’ha aperta. E di colpo le si è spalancato davanti un mondo sconosciuto e una storia sconvolgente: non era figlio unico, come aveva creduto fino ad allora,  aveva dieci fratelli. Tutti collocati, poco dopo la nascita, in adozione o in affido presso famiglie differenti per disposizione del Tribunale. La sua famiglia di nascita era molto fragile: una madre giovane e  un marito  distrutto dal vino e incapace di trovare e di mantenere un lavoro.

Dopo avere ritrovato la sua mamma si è preso cura di lei fino alla sua morte.

Lei afferma che  raccontare la sua storia e quella della sua famiglia è una necessità “per la sua anima e per il suo corpo”.

Sembra  che  si sia sentito investito di una ‘missione  sacra’ fondata su un giuramento fatto sulla tomba di sua madre  e a se stesso:  riunificare  la sua famiglia disgregata e dispersa. Questo per lei è un dovere assoluto, irrinunciabile. Vuole mettere insieme, attorno alla stessa tavola,  tutti i suoi fratelli viventi. Lì, ciascuno di loro farà memoria,  davanti a tutti gli altri, e consegnerà loro la propria storia. Per non perdersi più. Come se su quella “tavola-altare” si celebrasse una liturgia laica dalla quale potesse sgorgare una  vita nuova per ciascuno.

Vorrebbe riconsegnare simbolicamente alla madre tutti i suoi figli dispersi. “Ecco, li ho ritrovati, sono qui”. Non può tollerare che ci siano sedie vuote e che qualcuno dei fratelli manchi.

Per  ottenere questo però non intende prevaricare e fare violenza ad alcuno. I genitori di qualche fratello, da lei interpellati in gioventù, non hanno mai informato il figlio dell’adozione. E lei, Domenico, non intende farlo. Sa che è compito dei suoi genitori. La cosa, però, la inquieta e la offendono i giudizi pronunciati nei confronti di sua madre. E pensa: un  figlio  può mai essere ‘proprietà’ di qualcuno, per nascita o per adozione?

Con la sua lettera e le interviste rilasciate a giornali e periodici  “grida” che  questo non è giusto e  che tutti hanno il diritto di conoscere la verità.

In passato, molto più spesso di quanto accada oggi, era “normale” che i genitori adottivi creassero attorno al figlio una cortina di silenzio e/o di negazione e coinvolgessero, rendendoli complici del segreto, anche parenti e amici. Erano tempi un po’ oscuri nei quali  essere  figlio adottivo suonava come una diminuzione di dignità umana, un essere meno uguale degli altri.

Molte persone adottate che,  per dovere d’ufficio, ho incontrato, comunicavano pensieri che suonavano pressappoco così: “Io però mi sono sempre sentito ‘diverso’ dagli altri e provavo disagio. Non ne capivo la ragione, ma era così. Era come se attorno alla mia nascita ci fosse qualcosa di non detto e imbarazzante e i miei svicolassero quando ponevo loro  le domande che fanno tutti i bambini. Inventavano bugie che avevano le gambe corte e io mi sentivo imbrogliato”.

L’articolo 28 della legge sull’adozione del 1983, al primo comma , recita: “Il minore adottato è informato di tale condizione e i genitori adottivi vi provvedono  nei modi e nei termini che essi ritengono più opportuni”. Quindi, dal 1983, ai genitori adottivi la legge prescrive di informare i propri figli adottati della loro condizione.

Ed è anche  probabile che molte persone adottate non sappiano che dal 2001 la legge consentirebbe loro di ritrovare le proprie origini e l’identità dei genitori biologici, se sono noti, ricorrendo al Tribunale per i Minorenni del loro distretto di residenza. A parecchi di loro, forse, è bastato quanto era stato loro comunicato dai genitori adottivi.

Vede, Domenico, credo che tutti abbiamo gli stessi desideri e le stesse speranze: che  i suoi fratelli possano essere sereni e vivere in pace con i loro genitori adottivi e grati a coloro che hanno dato loro la vita. L’invito ai fratelli a trovarsi intorno a una tavola, se lo farà, varrà per tutti, anche per quelli che mancheranno al suo appello. Sua mamma, ne sono certo, sarebbe contenta ugualmente. La sua maternità non è stata inutile. Ne valeva la pena,  anche se le è costata una grande sofferenza.

Augusto Bonato

Psicologo, psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Milano
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