Ti racconto un viaggio

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Writing- Pen & Paper, ph Laura Ritchie, (c.c. Flickr)

Con gli scritti del  concorso letterario “Ti racconto un Viaggio” è stato realizzato un volume contenente i racconti vincitori. Si tratta di undici esperienze di viaggio scritte da genitori e figli, undici storie tanto diverse per  i contesti geografici e culturali descritti, ma tanto simili per la narrazione del percorso che, attraverso ansie, aspettative ed emozioni conduce alla formazione di una nuova famiglia.

Perché raccontare la storia di un’adozione? Che valore ha? E per chi?

Quando sono venuta a conoscenza del concorso la mia prima reazione è stata di chiusura.  Per pudore, incertezza, timidezza non volevo rendere pubblico il mio vissuto di mamma adottiva. Eppure le emozioni  degli ultimi anni mi avevano spinto varie volte a prendere carta e penna nel tentativo di dare ordine a sensazioni e pensieri che avevano accompagnato il mio divenire genitore.

Alla fine ho deciso di partecipare, di scrivere la mia storia. Oggi, col senno di poi, mi rendo conto che è stata la scelta giusta, non tanto per la pubblicazione della mia storia, quanto per il processo di scrittura del racconto, che è stato di gran lunga più importante del risultato stesso. Se è vero che le dita sulla tastiera del PC erano le mie, alla rilettura delle bozze nelle varie fasi di avanzamento del lavoro ha partecipato la famiglia al completo. Rileggere insieme, correggere, aggiungere dettagli ritornando su ricordi passati è stato come rivivere le vicende che ci hanno unito, trovare un collegamento tra tutti frammenti di vita individuali, riscoprire gli intrecci che ci hanno portato ad essere famiglia. La stesura delle cartelle è stata l’occasione per esplorare a otto mani (le mie, quelle di mio marito e quelle delle nostre due figlie) le radici del nostro stare insieme.

Ma c’è di più. Il valore di un racconto di adozione non si esaurisce all’interno di una famiglia, può essere uno strumento potentissimo per diffondere quella cultura dell’adozione che in Italia ancora manca. Sebbene le famiglie adottive siano in numero sempre crescente nel nostro paese, nell’immaginario collettivo l’adozione è avvolta in un velo di leggende, pregiudizi e stereotipi. Una raccolta di storie che narrano come partendo da punti diversi si possa raggiungere l’obiettivo comune di creare una famiglia, sta a dimostrare che i “normali” legami d’amore tipici delle famiglie nascono di là delle differenze somatiche, linguistiche e culturali.

Elisabetta Maffia

Mamma adottiva

Ti racconto un viaggio, AA.VV., ed.Libriliberi, 2015

Tra gli scritti vincitori è stato pubblicato anche quello della nostra Francesca Corti. Riportiamo la prima parte del suo racconto di viaggio. La seconda parte verrà pubblicata settimana prossima. Buona lettura!

Domenica 4 febbraio 2007, le 7 della mattina.

Mi alzo, tanto sono sveglia da ore, dormire è impensabile. D’altronde sono giorni che non riesco più a dormire.

18 giorni. Da quando ho saputo che il 4 febbraio sarei partita per l’Etiopia, per andare a prendere la mia seconda figlia. Finalmente. Quanto tempo avevo atteso questo momento. Erano passati 3 anni da quando avevamo consegnato la nostra disponibilità all’adozione. Non ero sicura che ce l’avremmo fatta. Una bimba biologica già in casa, le assistenti sociali che di solito non facilitano le cose alle coppie senza problemi di sterilità, tutto il percorso davanti a noi e la paura di arrivare stremati a metà, di non riuscire ad arrivare alla fine. Poi era arrivato il colloquio col giudice, l’agognata idoneità, la scelta dell’ente. La preparazione dei mille documenti era sembrata infinita, vai, vidima, traduci, assevera, questo timbro non va bene, questo medico non è nell’elenco di quelli autorizzati, ma quando avremo i risultati di queste analisi? Spedisci tutto in Etiopia, “santa DHL” non sbaglierà, vero? Arriverà tutto nel posto giusto? E se i nostri documenti si perdessero nel mondo?

Poi.. l’attesa. Le persone che chiedevano in continuazione, allora? Questo bambino? Ma quando ve lo danno? Ma ve lo portano qua o dovete anche andare fin laggiù a prenderlo? Ma lo scegliete voi? Ma se poi non vi piace, potete riportarlo indietro? Quante domande sciocche, quante risposte che avevamo dovuto dare, quanti insulti che avevo dovuto reprimere nella mia mente. Poi, una sera, o meglio una notte, visto che erano le 23 passate, suonò il telefono.

Io scattai fuori dal letto col cuore in gola, chi poteva chiamare a quell’ora, corsi in salotto mentre Stefano era già con la cornetta in mano. Lo sentii rispondere “Si, sono io, ciao, si, si, aspetta, te la passo”. Mi guardò: “Fra, è R. dall’Etiopia, vuole parlare con te”. Con me? Alle 23?

Penso che anche il mio interlocutore in Etiopia abbia sentito il battito del mio cuore, tanto era forte, tanto galoppava.

“Francesca, ci sei? Sei pronta? Sei pronta a diventare un’altra volta mamma?” Son pronta? Non lo so, son 3 anni che mi preparo ad essere pronta, ma ora lo sono? Sussurrai un: “Si, dimmi”. Lui tutto allegro e brioso ritornò a parlare: “Va bene, allora prendi carta e penna e scrivi: Ethun, 26 maggio”. Io guardai Stefano: “E’ un maschio, penso, Ethun è un nome da maschio, forse, abbiamo un maschio? Si? No?”.

Poi ritornai al telefono:  “Si, ok, 26 maggio, ma di quale anno?”. E lui: “Oh bella, ma di questo!”.

Io cominciai a fare i conti, non son brava, mi han sempre rimandato in matematica, ma di questo? Eravamo a settembre, contai a ritroso, agosto, luglio, giugno, … maggio, ma erano 3 mesi, aveva solo 3 mesi!

Passai la cornetta a Stefano, avevo un bimbo di 3 mesi, ma quanto era piccolo, e quanto era rischioso, i neonati muoiono spesso in Etiopia, muoiono per malattie che qui sono curabilissime, muoiono per il morbillo, e che piccolo, che tenerezza, oddio ero di nuovo mamma e di nuovo di un neonato! Non sentivo più Stefano che continuava a parlare con il presidente dell’ente, persa come ero nei miei pensieri, ma poi lo vidi annuire, sorridere, e mi disse sottovoce: “Guarda che è una femmina!”. Una femmina! Una sorellina per Chiara! Quello che avevo segretamente sperato, e quello che Chiara desiderava tanto, il regalo che chiedeva in Chiesa ogni domenica accendendo una candelina: “Oh Gesù, mandami una sorella.. va bene anche un fratello, ma molto meglio una sorella!”

E così diventammo genitori di una piccola di 3 mesi, dal nome impronunciabile, una sconosciuta che già amavamo.

Giro di telefonate, svegliammo chi si aspettava di essere svegliato, la nostra gioia era anche la loro, ed eravamo tutti più ricchi, eravamo tutti toccati da questo dono del Cielo.

La notte io e mio marito non dormimmo, rimanemmo svegli a ripeterci la sua data di nascita, il suo nome etiope, a immaginarci questo scricciolo minuscolo. Sparirono le ansie, quasi 3 anni di attesa sembravano svanire nel nulla, ora  c’eravamo noi, ora c’era lei, ora eravamo in 4.

Il mattino dopo svegliammo Chiara per portarla all’asilo:

“Chiara, tesoro, ci han chiamato dall’Etiopia, arriva una sorellina!”.  “Bello! L’avevo detto io, che Gesù ascolta i bambini!”.

Ok, ci siamo. Faccio e rifaccio le valigie. Con calma. Stefano mi impedisce di finirle tutte in mezz’ora, dice che poi fino all’ora di lasciare la casa sarei come una leonessa in gabbia, e ha ragione. Arriva il pomeriggio, il secondo seggiolino è montato in macchina, le valigie sono caricate, pesci rossi dalla vicina. Siamo pronti! Arriviamo in aeroporto e troviamo amici e parenti, vogliono esserci tutti a salutarci prima che si parta, e ne siamo contenti, ci sentiamo coccolati, più coraggiosi, meno spauriti.

Un po’ confusamente imbarchiamo le valigie, 190 kg in 4 persone, mia madre verrà con noi, vuole fare un po’ di volontariato nell’orfanatrofio dove alloggeremo ad Addis Abeba. Ho portato di tutto, per me e per i bimbi del Villaggio: ho regali da parte dei sostenitori degli aiuti a distanza, ho foto per i bimbi che aspettano di partire e che trepidano per avere notizie dei genitori che andranno a prenderli, ho cibo per la mia Chiaretta, vestiti e scarpe che poi so già che lascerò giù. Chiara saltella verso i controlli, io ho già la testa nel pallone, e penso che, in effetti, siamo solo all’inizio del viaggio. Partiamo con un po’ di ritardo, aereo scomodissimo, Chiara non riesce a dormire, è capace anche di mangiarsi un formaggino servito dalle hostess, ed è l’una di notte passata! Poi riesco a farla sdraiare, la sua testa sulle mie gambe e finalmente si addormenta. Rimango immobile per 6 ore. E penso, penso, penso.

Non riesco a dormire, ad un certo punto guardo fuori dal finestrino e vedo un’alba arancio-rossa. Ci siamo, è l’alba africana. Quella che mia figlia vede tutti i giorni, quella che adesso vediamo anche noi, quella che ci sta dando il benvenuto in questa terra arida, povera, bellissima.

Atterriamo, Stefano si mette in fila per i visti, io e mia mamma siamo un po’ stordite, i 2400 mt di Addis Abeba si fanno sentire. Mal di testa, giramenti, un po’ di affanno.

Andiamo a cambiare gli euro in birr, la moneta locale, e faccio il primo incontro con la lentezza africana: 20 minuti per cambiare 100 euro, l’impiegato conta, riconta, cambia idea, prende altri soldi, li riconta, ci ripensa, prende i soldi di prima, li riconta, e finalmente ce li consegna. Penso che quei 100 euro sono  2-3 mesi del suo stipendio. Io li spenderò in 10 giorni. Mi sento un po’ meschina. Ritiriamo i bagagli, per uscire dall’aeroporto bisogna farli ripassare tutti sotto un metal detector a “nastro”, abbiamo un sacco di valigie pesantissime, io carico e Stefano, dall’altra parte del nastro, scarica e rimette sul carrello. Gli addetti dell’aeroporto ci guardano sorridenti, ma non muovono neanche un dito, che nervi!

Usciamo dall’aeroporto, e cominciamo ad aspettare l’autista del Villaggio che dovrebbe venire a prenderci. Dovrebbe. Infatti non arriva. Aspettiamo un’ora, quasi.

Alla fine Stefano si dà da fare, ferma un addetto dell’aeroporto, in inglese gli dice che dobbiamo andare in orfanotrofio, ma l’autista non arriva, al numero di telefono che abbiamo rispondono solo in amarico, gli chiede di chiamare lui e di parlare con queste persone.

Tempo 20 minuti, ecco il pullman del Villaggio!

Cerchiamo di caricare tutte le valigie sul pulmino, siamo in 10 famiglie, con tantissime valigie, fra le nostre e quelle piene di vestiti e scarpe per i bimbi del Villaggio, dobbiamo riuscire a metterle tutte a bordo, e alla fine ci sono valigie ovunque, in mezzo ai sedili, sopra, sotto, ma ce l’abbiamo fatta! Siamo stanchi, la tensione è palpabile, stiamo per arrivare al Villaggio, ancora non ci credo. Chiara è seduta sulle gambe del papà, e riesce anche ad addormentarsi nonostante le buche della strada e le frenate improvvise dell’autista. Il traffico è caotico, non ci sono semafori, e le macchine sfrecciano a velocità assurda, suonando il clacson per farsi dare la precedenza.

Siamo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, eppure sembra di essere in un paesino sperduto; le strade sono di terra battuta, capre e mucche camminano insieme alle macchine, i marciapiedi sono affollati da venditori di frutta e di cianfrusaglie, mendicanti, gente che semplicemente “abita” in quel metro quadro di marciapiede. Le case e i negozi ai lati della strada sono perlopiù basse costruzioni di cemento, ma perpendicolari alla strada principale si snodano una miriade di stradine di terra battuta, e lì niente cemento, niente case, solo baracche di lamiera e stracci. Si vedono bimbi con le divise di qualche scuola, camminano tutti insieme sorridendo, ma per la maggior parte sono adulti, uomini soprattutto, che camminano, camminano, camminano. Chiediamo ad Endeya, il nostro autista-tuttofare, dove stiano andando tutti questi uomini e lui ci risponde che, semplicemente… vanno. Tutto il giorno. Vediamo anche dei biliardini sotto i ponti, affollati di uomini che giocano, e un ragazzo in piedi di fronte ad una vecchissima bilancia, simile a quelle delle farmacie. E’ il suo lavoro, far pesare la gente!

In mezzo alla strada tanti bimbi, da soli, in gruppetti di 3 o 4. Al passaggio del nostro pulmino sgangherato ci salutano, ci sorridono, alcuni ci fanno le boccacce. Sono vestiti di niente, scalzi, sporchi. Mi domando se abbiano dei genitori, se abbiano una casa, se a pranzo mangeranno qualcosa.

Mentre sono persa nei miei pensieri il pullman fa una curva tremenda, ci teniamo per non cadere tutti di lato, e poi la frase di Endeya che stavamo aspettando: “Eccoci, siamo arrivati!”. Vediamo il cancello del Villaggio, due colpi di clacson e il cancello si apre…. siamo alle stelle, troppo contenti di vedere tutti quei bimbi, i “nostri” bimbi.

(…)

Francseca Corti

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