Storie di famiglia nel viaggio dell’adozione

Print Friendly

Grandpa and granddaughter, ph freestocks.org (c.c. Flickr)

Un’esperienza che cambia la vita per sempre. Vite che si incontrano con le proprie fragilità e le proprie speranze, ferite che continuano a sanguinare e che, forse, solo dal tempo saranno sanate. Ma quelle cicatrici rimarranno, causeranno meno dolore, ma saranno lì a ricordare che, un tempo, c’è stata una ferita, un trauma e allora, agli occhi del cuore, torneranno i ricordi forse mai sopiti ma soltanto rimossi.

Non c’è una storia uguale all’altra, non ci sono regole o consigli per l’uso, solo la voglia di esserci sino in fondo con tenacia a caparbietà.

L’origine: istituto, famiglia affidataria …

Chi viene da un Istituto ha il vuoto della figura di riferimento, ma forte il desiderio di “sentirsi a casa”, sebbene si senta già grande, capace di fare da sé; chi viene da una famiglia maltrattante ha solo voglia di ricominciare, ma chi viene da una famiglia affidataria si sente tradito due volte e prova per due volte il dolore dell’abbandono. In tutti i casi rimane latente, sino a quando non esplode con forza, il senso di essere sbagliati, di essere responsabili, di essere cattivi o di aver fatto qualcosa di sbagliato e per cui si è stati mandati via. Non è facile disinnescare questo meccanismo che si riattiva ogni volta in cui si verificano errori o sbagli che siano a scuola o in palestra; il senso di inadeguatezza pervade quei piccoli corpicini e li fa sentire inadeguati, inferiori. Non bastano le parole ripetute mille volte per supportare la loro autostima; conta di più l’aspetto negativo.

Si prova a evidenziare che in una pagina bianca è predominante il bianco, ma il loro sguardo va su quel puntino nero posizionato nell’angolo. Come vorresti che imparassero a guardarsi con i tuoi occhi d’amore, che potessero veder tutta la bellezza che tu vedi in loro, ma sembra un’impresa titanica. Ti illudi che basti il “mamma” per farli sentire a casa, ma scopri a tue spese che a quel nome non corrisponde ancora quel legame che hai desiderato e che tu hai instaurato da subito…

Un vero attaccamento

Possono passare anche tre, quattro anni prima che si instauri un vero attaccamento; attaccamento che tu devi coltivare e alimentare ogni giorno, perché non ti puoi permettere di abbassare la guardia o di fare un passo falso, perché sei lì sul banco degli imputati, osservata 24 ore su 24 con sguardo critico e attento. Impari a usare le parole, a valorizzare ogni piccola grande conquista, ma basta che qualcuno dica “dov’è la tua mamma vera” che tutto crolla nuovamente. Col tempo si cambiano le espressioni, così dal “mamma di pancia e di cuore” si passa alla “mamma biologica” e alla “mamma”; hai l’obbligo di far capire che non ci sono mamme vere, perché altrimenti si insinua subdolo il pensiero di mamma finta, ma ancor più deleterio quello di figlio sbagliato e/o finto e che quindi non vale. Vedi nei suoi occhi lo smarrimento quando si legge “adotta un cane o una strada o un albero” perché, per quanto si possa amare la natura, un bambino è qualcosa di più…glielo spieghi, valorizzi il significato del verbo adottare, ovvero scegliere, ma a lui resta che è come un cane o, peggio, come una strada. E così si vede e percepisce mentre cerca disperatamente di capire chi è; man mano che cresce scopre che una delle frasi tipiche è “ma guarda come assomiglia alla mamma” e allora nella testa, silenziosa, ma velenosa si affaccia la domanda “ma io a chi assomiglio?”.

E se quando era piccolo bastava giocare sulle somiglianze, adesso sai che sta cercando altre risposte. Tu sei grande, sai che è naturale, vedi su Facebook fratelli che si cercano e si trovano, genitori che, dopo anni, entrano a gamba tesa e non sempre con le migliori intenzioni e sai che devi imparare ad usare la rete, perché, che ti piaccia o no, un domani sarai il suo paracadute, perché glielo hai promesso da quando sei partita e lo sei andata a cercare: “io ci sarò sempre, le mie braccia saranno sempre aperte per accoglierti e cullarti, anche quando non mi vorrai”. Prevedi ogni mossa, sai cosa ti aspetta, ma quando la rabbia arriva inspiegabile, dolorosa e travolgente sei impreparata e quelle parole giuste da dire, non escono.

Una famiglia adottiva in cammino

Hai fatto pratica negli anni ad interpretare i suoi silenzi, ma c’è sempre qualcosa che sfugge perché lui non lo condivide e questo ti spiazza e ti fa sentire un’estranea. Piccole grandi delusioni o offese non vengono riportate subito per paura di ferire i tuoi sentimenti e così, indifeso, si mostra agli altri che non sono sempre agnellini. Presto i nostri cuccioli capiscono quali sono apparentemente i modelli vincenti e così cercano di imitarli con conseguenze non certo lusinghiere; si cerca disperatamente la normalità ma, in fondo al cuore, si sa che non si raggiungerà adesso.

Col passare dei mesi ci si conosce e si comincia a stabilire quel rapporto fatto di intimità, di unicità; la famiglia prende corpo e allora le giornate si colorano e diventano uniche. Non importa se non si ha più tempo per andare in palestra, perché sai in cuor tuo che hai, avete bisogno di quel tempo per incontrarvi, per costruire insieme ricordi e per vivere la vostra storia.

Ognuno ha i suoi tempi, le sue necessità e non puoi fare paragoni, ma solo valorizzare chi hai davanti, che non sarà il figlio ideale, ma è quello reale, quello che ami con tutta te stessa, che senti tuo e nel quale ti rispecchi a dispetto di tutti e di tutto. Impari a rispondere a tono a frasi che vanno dalla superficialità alla cattiveria mista a pietismo, perché nelle tue risposte lui o lei scoprono la loro storia, dalle tue risposte e dal tuo modo di narrare la verità loro costruiscono la loro dimensione e il loro io, un io che impari a proteggere da chi non sa farne tesoro e lo trasforma in curiosità morbosa.

E così basta la frase “ma come fai a sapere quello che provo” a farti rispondere “perché sono la tua mamma” e vedere allora quegli occhietti che si illuminano e le labbra schiudersi in un sorriso sincero. Sai tu la fatica e l’impegno profusi per arrivare a questo, sai tu il dolore di ogni rifiuto, il senso di frustrazione ogni volta in cui sei stata messa alla prova, ma sai che ne valeva la pena, perché lui è lì ed è la risposta a quello che cercavi.

Sai benissimo che la prova continua, che vieni confrontata con le altre mamme per vedere se ti comporti allo stesso modo, ma lo sapevi quando hai deciso di compilare quelle carte, lo sapevi quando ti sei messa in auto e lo sapevi quando l’hai abbracciato per la prima volta e lui non ha risposto a quell’abbraccio. Lui ha diritto ad arrabbiarsi e ad essere arrabbiato, ha diritto a non fidarsi degli adulti che lo hanno tradito, ha diritto a difendersi con quei piccoli strumenti che ha, perché è lui che si è messo in gioco, è lui che ha dovuto lottare sin da piccolo. E tu hai il compito di dargli fiducia, di insegnargli a volare perché possa realizzare il capolavoro che è in lui; non è facile perché di fronte alle difficoltà lui tende a mollare, a scappare per non dover scoprire di non riuscire ad affrontare quel problema. E devi essere paziente, devi insegnargli a domare il drago, perché possa cavalcarlo senza esserne schiacciato. Ci vuole tempo e tanta pazienza che, a volte, non c’è. Ed è in quei momenti, nel suo sguardo deluso e abbattuto che trovi le risposte per ricominciare e per riprendere il cammino insieme.

È inspiegabile quello che si prova, ma è meraviglioso nonostante tutte le difficoltà. Quando ci si volta indietro, si scopre che è impensabile una vita senza quel frugoletto e l’unico rammarico che si ha è che il viaggio insieme non sia iniziato prima.

Una Mamma Adottiva

Per chi volesse leggere altre storie di famiglie adottive: “Un viaggio chiamato adozione”,  a cura di Alessia Maria Di Biase

 

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione