Ricerca delle origini, i dubbi di una madre

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La ricerca delle origini fa parte del post adozione

Da tempo in Italia è aperto il dibattito su quella che è stata chiamata “la punizione dei 100 anni”. Stiamo parlando di adozione nazionale e di bambini non riconosciuti al momento del parto. Per questa categoria di ragazzi, ad oggi, la legge italiana consente la ricerca delle origini solo dopo 100 anni dalla nascita, il che significa ”mai”. Ciò ha portato a un’accesa discussione.

Legge dei 100 anni e difesa della segretezza del parto

Da una parte ci sono uomini e donne adulti italiani adottati che rivendicano la possibilità di cercare la mamma genitrice almeno al compimento dei 40 anni. Dall’altra c’è un’associazione di famiglie, ANFAA, che invece difende la segretezza del parto come un’importante conquista delle donne. Secondo il loro punto di vista la legge attuale è valida perché tutela quelle donne disperate che possono decidere di dare in adozione il loro bambino, mantenendo l’anonimato, evitando un gesto altrettanto disperato come l’aborto o l’abbandono in un cassonetto.

Cosa pensano i genitori sulla ricerca delle origini

Al di là di questo caso specifico italiano che speriamo trovi presto una soluzione accettabile per entrambe le parti, da questa vicenda e dall’ascolto degli adulti adottati ho cercato di ricavare un insegnamento utile per l’adozione internazionale. Mi sono accorta, ad esempio, che quando si parla di ricerca delle origini dei nostri figli poco si dice su ciò che pensano i genitori adottivi. Premetto che sono una mamma che considera la ricerca delle origini come una delle componenti del post adozione. Dico anche che mia figlia è arrivata grande in Italia per cui sa benissimo che cosa ha lasciato e ha abbastanza elementi per trovare i suoi parenti da sola quando vuole.
Mi voglio, invece, immedesimare in quei genitori che hanno adottato bambini piccoli. Questi genitori hanno il difficile compito di accompagnare i loro figli nella rivelazione. So che ci sono ASL che si sono attrezzate per condividere con i neogenitori strategie per raccontare la “storia narrabile” dei propri cuccioli. Così fanno alcune associazioni di famiglie con i loro incontri a tema gestiti da specialisti.
Ma quando i nostri figli arrivano all’adolescenza e chiedono di più? Come rispondere a quel “chi sono” che vibra al loro interno come un mantra?

Come cambia la storia di un bambino dato in adozione ad inizio secolo e adesso

In tutta onestà non me la sento di scoraggiare i ragazzi alla ricerca di questo tassello fondamentale della loro vita. Però alcune domande rimangono. Che cosa troverà? Sarà in grado di gestire le sue emozioni? Saremo capaci di accompagnarlo? Ma soprattutto, la domanda che mi preoccupa di più, come gestiremo eventuali pericolose intrusioni di terzi? Non intendo una relazione telefonica o via face book. Mi riferisco ad interferenze negative, fatte di giochi psicologici e sottili angherie nei confronti di chi, tutto sommato, ha avuto la possibilità di giocare una partita diversa.
Mi ritorna alla mente la semplice richiesta di nonna Gemma, l’unica centenaria che con l’attuale legge italiana è riuscita a conoscere un pezzo della sua famiglia: “Vorrei solo sapere se i miei genitori erano persone oneste”.
Tempi diversi. Nell’Italia del dopo guerra i bambini venivano lasciati nella Ruota degli Esposti per miseria, malattia, vergogna se si trattava di figlio illegittimo… Oggi, in molti più casi, i bambini vengono dati in adozione per motivi ben più gravi. Ci sono storie di droghe, abusi, malvivenza… Il fenomeno si osserva in crescita nelle adozioni internazionali. Per me, mamma, l’importanza della risposta alla domanda “chi sono” va a braccetto con la preoccupazione del “che cosa troverà”.

Cosa dicono gli adulti adottivi sulla ricerca delle origini

Per fare luce sui miei dubbi ho chiesto l’apporto di un gruppo di figli adulti. Un altro punto di vista. Una volta spiegato il mio timore mi hanno risposto così: “La tua paura è legittima, ma devi stare tranquilla visto che tua figlia non sarà mai sola nelle ricerche perché avrà sempre vicino i suoi genitori adottivi pronti a vigilare se qualcosa non va” – e ancora -“Ai miei tempi, se avessi avuto accanto una madre pronta a sostenermi nelle mie ricerche e non le avesse considerate un affronto nei suoi confronti, oggi non sarei qui a pormi ancora domande senza risposte” – per proseguire con – “Se i genitori adottivi, piuttosto che ostacolare, affiancassero i propri figli, nella fase adolescenziale i ragazzi scalcerebbero di meno.”
Il più esaustivo è stato Aldo: “La verità della vita, qualsiasi essa sia, dolorosa o meno, pericolosa o meno, è come la verità della morte… si soffre, ma poi si va avanti e si cerca di farsene una ragione. La cosa importante è che non c’è più quel tormento eterno di non sapere. Non potendo fartene una ragione, quel tormento non se ne va e ti prende alla sprovvista, torna a galla nei momenti critici in cui dovresti essere più lucido”.

L’accompagnamento della famiglia adottiva nella ricerca

Mi sono allora resa conto che da parte dei nostri figli, quelli che hanno la necessità di cercare s’intende, c’è tanta solitudine e timore di fare del male a noi genitori. Per questo è mia convinzione che, se vogliamo esplicare al meglio il nostro ruolo, abbiamo il compito di aiutarli nella loro ricerca e condividere le loro tensioni e paure per placare stati d’animo ambivalenti (se cerco faccio del male ai miei genitori adottivi; se non cerco faccio del male a me stesso). Anche rischiando. C’è poi un aspetto che più di uno ha sottolineato e che dovrebbe, secondo me, farci riflettere. Sostengono che queste preoccupazioni legittime dei genitori molte volte non sono oneste perché nascondono la paura della famiglia di perdere il figlio o il ruolo di genitore “unico”. Come se bastasse conoscere il genitore biologico per soppiantare la figura di chi ti ha cresciuto una vita.

Sono dunque arrivata alla conclusione che nella ricerca delle origini è molto importante l’accompagnamento della famiglia. Ci sono ragazzi che ricercando le loro radici mettono a nudo l’ipocrisia di certi genitori che non hanno capito il significato profondo dell’adozione, nazionale o internazionale che sia, vuoi per cultura vuoi per ignoranza: crescere un “figlio non tuo” che diventerà “tuo figlio” se ti dimostrerai genitore all’altezza. Implica un esame di coscienza, un mettersi in gioco a cui non tutti sono disposti, credendo l’adozione una mera sostituzione di ruoli e soggetti. Ci sono poi storie dolorose, così tanto dolorose che nessuno sarebbe in grado di arginare. L’adozione significa anche riconoscere il vero fallimento (il non mettersi in gioco) da un risultato debole (ci ho provato con tutto me stesso, ma non ho raggiunto l’esito sperato).

Un mediatore per sostenere famiglia-figlio-madre genitrice

Sull’esempio di altri paesi europei come Inghilterra e Spagna, mi sento di insistere sulla formazione di un mediatore, una figura di accompagnamento della famiglia e del figlio, che ancora non esiste in Italia. Credo siano pochi i Paesi attrezzati per seguire famiglia e ragazzo nel percorso di sostegno psicologico nella ricerca delle origini. Sono convinta che la famiglia supportata potrebbe rispondere al meglio e senza esitazione a quel “chi sono” e “che cosa troverà” con le dovute cautele del caso. In Italia ci si dovrebbe battere soprattutto per raggiungere questo obiettivo.

Roberta Cellore

Mamma adottiva, cura il blog ilpostadozione.org

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