Pezzetti di me. La mia storia adottiva.

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Granny and Katie, ph donireewalker, (c.c. Flickr)

Una testimonianza preziosa sul ruolo dei nonni nella vita di ciascun nipote; quel “babushka” che prende significato nel forte legame con la nonna in Italia. 

In questi giorni difficili, un tributo al valore inestimabile dei nonni nelle nostre famiglie.

 

Prima dell’adozione

Per tanti anni ho creduto che essere adottata fosse un’etichetta. Pensavo che per sempre le persone mi avrebbero collocato in quel mondo fatto di domande e sofferenza e che allo stesso tempo fa paura a chi non sa che cosa sia.

Tutti, quando dico di essere una ragazza adottata, mi guardano con un’espressione triste, dicendomi: “mi dispiace… scusa.. non volevo”. Per tanti anni mi sono chiesta perché chiedere scusa e soprattutto di che cosa? Io molte volte li guardo e rispondo: “no non devi scusarti è una cosa bella” e allora si tranquillizzano come se avessero bisogno del mio permesso per sapere di più. Allora inizio a raccontare: “Quando sono arrivata in Italia sapevo solo dire Babushka che significa nonna. Per tanto tempo mi sono chiesta il perché di questa parola e di come fosse arrivata a me essendo così piccola e soprattutto senza famiglia.

Mi chiamo Natalia e sono nata in Russia, o meglio a Kaluga, un piccolo paesino dove c’era solo un istituto e una chiesa e dei campi coltivati da dei contadini. La mia mamma biologica mi ha lasciato in ospedale subito dopo il parto e non l’ho mai più vista. Per tanto tempo ho pensato che mi avesse lasciato lei quella parola così bella per potermi ricordare per sempre di una parte del mio passato e di quella terra.

Quando parlo della mia storia sembra a tutti impossibile che esista davvero una realtà così e soprattutto una Russia alla fine dei suoi anni sovietici. Di quel periodo porto con me solo quella parola e altre poche affermazioni e dei rumori dell’istituto in cui sono stata per due anni. Ricordo molto bene il suono della voce delle signorine, un temporale molto forte che mi ha lasciato la paura dei tuoni, il rumore di una goccia che cadeva nel lavandino e che sembrava l’unica canzone possibile in quella situazione. Per tanto tempo mi sono chiesta che cosa sia stato: il destino o la provvidenza a portare due genitori italiani fino a me e mi sono chiesta il perché di tutto ciò. Quando sono arrivati i miei genitori adottivi io li guardavo con curiosità ed emozione tanto da allungargli le braccia per essere presa in braccio. Erano braccia sicure che sapevano di protezione e di amore dove nessuno mi avrebbe più lasciata sola e così è stato. Molti pensano che se sei piccola non sei in grado di capire che cosa succede in quei momenti ma in realtà non è così: sapevo benissimo che la mia mamma biologica mi aveva abbandonata e che non c’era a cullarmi tra le sue braccia e lo capivo da quella fitta al cuore che mi veniva ogni volta che ci pensavo ed è così ancora oggi. Sapevo che presto avrei lasciato quella terra così lontana e che mi aveva protetta per ben due anni consentendomi di vivere lo stesso anche se non avevo nessuno accanto. In quei momenti capisci che cos’è la solitudine e la ricordi per tutta la vita che hai talmente paura di riviverla di nuovo come se si fosse tatuata sulla tua pelle e non potessi fare più nulla per mandarla via. Sei sola e sai che puoi contare solo su te stessa e sulle tue sensazioni ed era tanto per una bambina così piccola.

In Italia

Quando sono arrivata qui ho trovato non solo una casa con due genitori pronti a darmi tutto ciò che avevo bisogno ma anche quattro nonni tutti per me. Ho passato i miei giorni con i nonni paterni e materni perché i miei genitori lavoravano tutto il giorno e non potevo stare a casa da sola. Dopo tanto tempo avevo capito che cosa volesse dire protezione e con i miei nonni al mio fianco ho cercato di sentire meno la mancanza di quella mamma biologica così lontana.

Adesso ho 22 anni. Quanti compleanni e quanto tempo è passato senza ricevere un bigliettino da parte della mia mamma biologica che nella mia testa si chiama Tatiana. Diamo nomi propri alle cose perché le fanno sentire nostre e importanti e per me è un modo per sentirla qui accanto a me anche se non di persona. Per credere che c’è stata davvero e che se anche sono passati anni lei è esistita veramente, insomma per non dimenticare. Proprio qualche mese fa pensavo a quella parola così lontana che dicevo in russo “babushka” e oggi ho capito il perché.

La mia famiglia: una seconda possibilità

Un mese fa è mancata la mia nonna paterna in maniera inaspettata, senza che io avessi il tempo di salutarla. Lei viveva per il mio sorriso e per la mia felicità anche se io non me ne sono accorta prima e qualunque cosa facesse era sempre per me. Mi ricordo quando andavamo nel suo magnifico orto per raccogliere l’insalata che aveva seminato per me, quando arrivavo alla domenica e lei scendeva le scale urlando il mio nome, quando andavamo a prendere il caffè, a fare la spesa e mi faceva morire dal ridere con i suoi carelli pieni di cose, quando stendeva i panni appena lavati e avevano il suo profumo, quando mi teneva tutti i gattini per me perché sapeva quanto ci tenessi. Ecco per tutte queste cose io ora so perché mia mamma biologica mi ha insegnato quella parola che significa nonna: perché voleva che io trovassi una persona che mi amasse più di una mamma e che mi volesse tra le sue braccia non perché si sentiva in dovere o perché era necessario ma perché voleva essere semplicemente chiamata nonna. Voleva che io trovassi un posto colorato con il profumo di nonna e dei succhi alla pesca, dove il sole non tramonta mai e dove le risate non finissero mai. Ecco quel posto io l’ho trovato ed era lì in quella casa con la mia nonna e con il rumore di pentole. Ho capito che la domanda che mi facevo era sbagliata e non era “perché” ma “per chi” sono stata abbandonata e, dovendo salutare per l’ultima volta la mia nonnina, direi per lei che mi ha dato l’amore che stavo cercando.”

“Caspita, quindi davvero pensi che la tua mamma biologica ti avesse voluto dare una seconda possibilità?”. La mia risposta è sempre: “Certo, qualunque mamma che si priva dell’amore di un figlio dimostra un grande amore perché è difficile lasciare andare qualcosa che si ama più della stessa vita e della propria carne. Lei ha permesso ai miei genitori adottivi di essere chiamati mamma e papà e di dargli una seconda possibilità e ai miei nonni di essere chiamati così e io di essere una figlia e di non essere più sola. Insomma quello che mi ha insegnato Tatiana è che nella vita bisogna sempre dare una seconda possibilità”

Quando l’adozione coinvolge non solo il passato ma anche il presente, ti permette di capire quanto importante sia ogni attimo che viviamo accanto a ciascuna persona importante per noi,

Natalia

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione