Perché non adotti? No grazie

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Manchester Airport, ph Man Alive!, (c.c. Flickr)

Sono un genitore mancato. E sono anche un genitore adottivo mancato.

Con la mia compagna abbiamo affrontato un percorso lungo e sofferto di mancata genitorialità: un aborto, un numero di fecondazioni assistite che neanche ricordo più, viaggi della speranza per una fecondazione eterologa. Una storia senza lieto fine.

Ho raccontato questa mia esperienza di uomo senza figli (l’avete mai notato? Non esiste una parola per definire chi non ha figli) in un libro: la scrittura è terapeutica, mi ha permesso di riflettere sulla mia storia di amore e di infertilità, convincendomi che avrei dovuto condividerla con chi ci è passato, con chi ci sta passando e con chi non ci è passato e quasi sembra ignorare questa evenienza.

Mi sono trovato a riflettere sul tema dell’adozione, perché nel percorso di scoperta della propria infertili­tà, arriva prima o poi il giorno in cui ci si chiede: “Perché non adottiamo?”. E a volte arriva prima il giorno in cui qualcun altro chiede: “Perché non adottate?”. Me lo hanno chiesto, ce lo siamo chiesti. È passato un po’ di tempo da allora e non sono certo di ricordarmi tutte le risposte e le considerazioni, ma alcune provo a elencarle di seguito.

Fallimenti adottivi

Le poche statistiche disponibili indicano una quota di fallimenti adottivi attestata fra l’1 e il 2%: apparentemente bassa, simile alla possibilità che il tuo vicino di casa abbia votato Potere al Popolo alle ultime elezioni. Ma se ti capita, se sei tu quello che si arrende e “restituisce” il figlio, be’, allora ti tocca affrontare un nuovo fallimento, e io non credo ne sarei in grado. Un iter di anni e anni di fatica, poi l’incontro con una persona che vede in te una speranza e un porto sicuro, per scoprire infine che non funziona, con il corollario di sofferenza per adottanti e adottato che aggiunge dolore al dolore: no, non sono in grado.

Piano B

Perché dunque adotti? Per una scelta deliberata e consapevole o perché tutte le altre speranze sono andate deluse? Nella mia storia, l’idea di adozione è sorta come “piano B delle coppie sterili”, non per scelta né per vocazione, non come gesto d’amore, ma come gesto di egoismo. E allora, preferisco di no.

Codardia

Non adotto perché ho paura, perché non so chi mi porto in casa, perché non conosco la sua storia: all’egoismo aggiungo così anche codardia e una sorta di ignorante classismo, quasi razzismo. Potrei adottare figli di alcolisti e prostitute, tossici e malati psichiatrici; potrei trovarmi ad affrontare deficit fisici e ritardi mentali, malattie ereditarie ereditate da altri che non siamo noi. Ci vuole una forza che non ho per farsi carico dei problemi di altri.

Inadeguatezza

È evidente dalle righe precedenti che sarei stato probabilmente assai inadeguato come genitore adottivo, incapace di amore per un figlio non mio, neghittoso ad assumermi responsabilità e nel compiere un percorso genitoriale, privo degli strumenti necessari per guardare un bambino e spiegargli che non è mio figlio biologico ma è come se… Troppo egoista per dedicare la mia vita di padre a un bimbo che ha bisogno di me, ma al quale dico “no” perché non è “mio figlio”.

Adottare non è generare

E poi rimango convinto che il desiderio di paternità non si esaurisca nel desiderio di avere un figlio, bensì richieda di concepirlo e di trasmettergli il proprio patrimonio genetico. Adottare e generare hanno un medesimo esito, avere un figlio, ma rispondono in modo drammaticamente differente ai bisogni profondi di un uomo. Me ne vergogno un poco, ma senza infingimenti vi dico che per me è così: il desiderio di essere padre è istintivo, pulsionale, arcaico; è frutto di una energia creatrice non sublimabile né surrogabile; è ricerca di sé nella propria creatura; è il proprio seme, reale e metaforico, lasciato su questa terra alla ricerca di un po’ di immortalità e di ricordo.

Giorgio M. Ghezzi

Per chi volesse approfondire: “No, non abbiamo figli”. L’amore ai tempi dell’infertilità, Bookabook 2019

 

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ITALIAADOZIONI
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