Paternità adottiva: “Non riesco a sentirlo come mio figlio”

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La crescita di un papà adottivo

 

Sentirsi padre ed essere padre coincidono? I dubbi di un papà biologico e adottivo.

Caro dottore,

Le scrivo perchè forse per iscritto riesco a parlare di un peso che sento nella mia vita. Ho adottato un anno e due mesi fa un bambino di 4 anni. Ero veramente felice dopo un lungo percorso di aver finalmente coronato il nostro sogno, di dare un fratellino al nostro maggiore. Il bimbo è bellissimo, viene dall’Ucraina, ha imparato rapidamente a comunicare, i bambini vanno d’accordo ed anche mia moglie è brava con lui. Credo che dia i soliti problemi che tutti i bambini hanno, vedremo quando andrà a scuola.

Il problema sono io, scrivere mi fa bene, un po’ di bene, cerco qualcuno che mi aiuti, sto pensando ad uno psicologo. Arrivo al punto, non è facile ammetterlo, ma io non riesco a sentirlo come mio figlio, non sento lo stesso sentimento che ho per il mio. Mi sento veramente male, non mi sento padre, a volte resto più a lungo al lavoro per non fare i conti con questa situazione, ma ora sto pensando a come uscirne. Ma lei cosa dice? Sarà una fase passeggera, se non mi passa come posso migliorare, io mi sento a volte come un operatore, un baby-sitter, non un padre come mi sento per mio figlio, ma anche lui ora è mio figlio, non so se mi può capire?

La ringrazio per avermi ascoltato, forse ammettere quello che mi succede è già un primo passo. Forse le ho scaricato addosso un po’ del mio peso, ma magari lei ne ha sentite tante.

Grazie

Un padre diviso

 

 

Caro papà,

è profondo e vasto il dolore che  vive  in questo momento. Qualcuno ha detto che l’inferno è non amare. E come deve sentirsi solo.

I dubbi di un padre adottivo

Tutto sembrava andare per il verso giusto: “Ho adottato … un bambino di  quattro anni, ero veramente felice per avere finalmente coronato il nostro sogno, di dare un fratellino al nostro maggiore. Un bimbo bellissimo, ucraino, che ha imparato rapidamente a comunicare (e voi a comprenderlo, n.d.r.), i bambini vanno d’accordo ed anche mia moglie è brava con lui”.

Dopo lunghe attese, avete provato una gioia grande accogliendo il nuovo piccolo figlio dotato di  tante qualità.

Tutto così bello da non sembrare vero. Invece è tutto vero: le sue parole liete e riconoscenti alla vita hanno il timbro dell’autenticità così come i sentimenti dolorosi che mette a nudo, con scoramento, ma ancora impregnati di speranza: “ora sto pensando a come uscirne… qualcuno che mi aiuti…uno psicologo”.

Credo che sia una strada buona, utile. Fa bene quando c’è un “buon incontro” fatto di confidenza e di professionalità.

“Io non riesco a sentirlo come mio figlio, non sento lo stesso sentimento che ho per il mio, … non mi sento padre … come mi sento per mio figlio, ma anche lui ora è mio figlio”.

Anche questa affermazione spontanea è sua, è vera;  così la vive dentro di sé.

Cosa può essere avvenuto all’interno della vostra famiglia dopo il tempo della “luna di miele”?

Forse si è fatto presente in lei, quasi fosse il delegato e il  portavoce di tutti i componenti originari del suo nucleo famigliare, il problema della “diversità”, della “estraneità”.

Giovanni, chiamiamo così il primo bambino, è vostro consanguineo, portatore dei vostri geni e della vostra storia psichica famigliare remota. Sappiamo però che ogni figlio, anche quello biologico, rimane, per certi versi, “straniero e sconosciuto”.

Paolo, chiamiamo così il bambino adottato, ora è doppiamente straniero, per genetica e per storia.

Probabilmente di lui e delle sue vicende passate sapete poco. Come erano i suoi genitori? Perché lo hanno abbandonato o perché è stato loro tolto e collocato in un istituto in attesa di una possibile adozione?

Quanto tempo ha aspettato prima di conoscere voi che lo avete accolto come figlio per sempre?

Quali grandi e irraccontabili sofferenze ha patito? Quanta solitudine e paura? Riuscirà  mai a concedersi di farle riaffiorare alla mente poco a poco dal buio del suo mistero e a raccontarle a qualcuno col quale elaborarle e bonificarle?

Diventerò un papà adeguato?

Come ho osservato in molti altri casi, il mistero di una nascita sconosciuta e inattingibile è inquietante per ciascun protagonista di un processo di adozione.

Quali ansie, emozioni, fantasie, ricordi personali e famigliari lontani si sono dati convegno dentro di lei, papà, e vi hanno creato scompiglio, confusione? Forse è stato proprio l’arrivo di Paolo e il suo radicarsi nel contesto della vostra convivenza famigliare con scambi vicendevoli di affetti sereni che hanno permesso il di svelarsi nella sua mente anche delle parti meno felici della sua vita: storie, gesti, vicende magari anche  traumatiche.

L’uomo, come  e più di ogni creatura vivente, è complesso e portatore di conflitti che a volte fanno tribolare, inquietano. Si riconosce capace anche di provare odio. E questo lo spaventa, teme di non saperlo  maneggiare bene e di non saperlo contenere per non fare del male ad alcuno.

Chi ne soffre in questi casi non è tanto il destinatario di questa disaffezione, ma colui che l’avverte dentro di sé e gli dispiace ed è mosso da pensieri e gesti di riparazione.

Forse, magari, adottando Paolo con il desiderio di dare un compagno di giochi a Giovanni, ora  si chiede: sarò un padre buono e giusto, capace di governare le mie fantasie o eventuali spontanee predilezioni  in modo da proteggere entrambi i figli e aiutarli a trovare fra loro sentieri di pace?

Un uomo buono non è quello che non prova e non conosce i propri limiti e  disaffezioni e teme di diventare ingiusto o violento, ma quello che ha appreso dalle relazioni primarie l’alfabeto e la grammatica degli affetti, tutti, e li sa governare senza supponenza e senza paura.

Ci sono dei racconti  nella Bibbia che sono in grado di illuminare e rappresentare questi fantasmi: l’astuto Giacobbe che inganna suo padre Isacco quasi cieco, con la complicità della madre, per sottrarre la benedizione e quindi la primogenitura al fratello Esaù; il bambino generato dalla schiava-concubina Agar che si prende gioco del figlio della legittima sposa di Abramo, Sara.

“Ero veramente felice…”.

Credo che, con molta pazienza e con un serio e costante aiuto professionale cui lei stesso accenna, possa tornare ad esserlo.

Augusto Bonato

Psicologo, psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale dei Minori di Milano

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Leggi altri articoli sulla paternità adottiva:

Mariangela Corrias, psicologa: Importanza dei papà nella famiglia adottiva

Roberta Cellore: I papà e la sfida dell’adozione

Caterina Amariti, pedagogista e mediatrice: La depressione post adozione dei papà

 

 

 

 

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ITALIAADOZIONI
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