Parto anonimo e “punizione” dei cent’anni

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Parto anonimo e ricerca delle origini

E’ un diritto conoscere le proprie origini? E’ giusto che il ricongiungimento avvenga, se desiderato da entrambi? Che effetti ha sull’equilibrio di una persona non conoscere da dove si viene? La ricerca delle origini è un argomento più che mai attuale. Nel nostro passato recente spesso le mamme univano ai neonati, delle medaglie o delle immaginette spezzate a metà, con le quali speravano, presentandosi un giorno con l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Come a dire che l’idea di potersi ritrovare nel futuro è sempre stata presente nei desideri di  molte donne che lasciavano i propri figli. 

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Il parto in anonimato e i diritti di madre e figlio

Parlare di parto anonimo e delle sue implicazioni oggi, a differenza di come potrebbe apparire in un primo momento, è molto attuale. Infatti, seppure il fenomeno, per fortuna, sia andato ampiamente ridimensionandosi negli ultimi cinquant’anni, sono circa quattrocentomila i cittadini italiani privi, ancora, della loro identità.

L’attualità e l’importanza dell’argomento richiamano alla necessità di una modifica della legge italiana (art. 28 L. 184/83), che renda possibile, a ciascun individuo, far combaciare i due pezzi della sua vita.

Proprio per salvaguardare i diritti di queste persone si è costituito, nel 2008, il Comitato nazionale per il diritto alle origini, ed è nata l’idea di un libro (Il parto anonimo, Artetetra, 2015), che portasse utili strumenti per la conoscenza della problematica e diventasse volano per una veloce calendarizzazione al Senato della proposta di legge già passata alla Camera.

Nell’emanare la Sentenza n. 248/2013, la Corte Costituzionale ha inteso ristabilire un equo bilanciamento tra il diritto della madre all’anonimato e quello del figlio alla propria identità, rendendo finalmente possibile offrire ad entrambi una seconda chance. E ciò è decisivo per il benessere esistenziale del secondo, privo di una parte della propria storia.

L’identità di una persona e il bisogno di conoscere le proprie radici

In una prospettiva filosofica, infatti, prima ancora che psicologica, conviene partire da una definizione dell’identità come l’unità della persona proiettata nel tempo e, quindi, il persistere della persona stessa, con caratteri inconfondibili, nella vicenda dell’esperienza. L’identità è dunque l’unità nel tempo. Anche i cambiamenti che sentiamo avvenire dentro di noi li riferiamo a un unico essere, che caratterizza ogni uomo in un continuum vitale, che fa di lui una persona unica e irripetibile, a partire non soltanto dalla nascita, ma dallo stesso concepimento, e dal contesto nel quale è stato generato, dal momento che l’uomo non è una monade, ed è quindi frutto di una rete di relazioni nella quale è storicamente inserito. Pertanto l’identità si pone quale fondamento del nucleo personale, non potendo prescindere da ciò che ci ha dato origine e da ciò a cui noi stessi daremo origine nella nostra discendenza.

Appare chiaro quindi come nessun individuo possa essere privato dallo Stato di una conoscenza che gli appartiene, che addirittura lo fonda, che gli consegna la sua personale storia di vita e che sia in grado di portare alla luce tutto se stesso: genoma e esperienza. Questo l’assunto filosofico di base, ricco di corollari importantissimi, decisivi, quali la possibilità dell’anamnesi medica e dell’analisi psicologica dei propri vissuti. Esso si scontra, talvolta, con il sapere ingenuo, cioè quello basato sul buon senso comune, sul sentito dire, sull’idea superficiale che, di questa realtà, possono essersi fatte le persone che non si sono mai accostate alla complessità del problema.

L’adozione e la costruzione della storia personale

Alcuni credono, ad esempio, che essere adottati corrisponda ad una seconda nascita, per cui tutto ciò che è accaduto prima si possa cancellare con una spugna e possa scomparire dal nucleo esistenziale della persona in oggetto. Questa rappresentazione, pur costituendo una bella metafora, però, non corrisponde, di fatto, alla verità, anche scientifica, della situazione. Infatti sappiamo bene che la vita di un individuo è tracciata con una forma del tutto originale a partire dai primi segni di matita, che sono quelli del concepimento: le ragioni che hanno portato alla nascita di un nuovo embrione sono anch’esse parte integrante della sua individualità. Così come lo sono tutte le esperienze intrauterine che oggi le neuroscienze ci indicano come fondamentali per lo sviluppo del feto/ bambino, e quelle vissute dal periodo perinatale in poi che  si rivelano basilari per quello che sarà lo stile che quel bambino, domani ragazzo, poi uomo, adotterà in tutte le relazioni interpersonali (secondo quanto già inteso da studiosi dell’inizio del novecento quali Anna Freud, la Klein, Spitz, Bowlby ed altri, quando hanno esaminato le prime forme di attaccamento alla figura del caregiver).

È essenziale, per l’armonico sviluppo della personalità, che gli si offra, dunque, la possibilità di illuminare le zone buie e quindi ansiogene, e che gli si dia modo di ricostruire, attraverso tutte le informazioni possibili, il proprio mondo interno.

Conoscere la verità della nascita per rielaborare il trauma

Per questo motivo ritengo che la verità abbia una funzione altamente terapeutica. L’esperienza ci insegna che, seppure niente potrà annullare i traumi subiti, l’angoscia possa essere alleviata attraverso il recupero di un senso.

Infatti quello che è più penoso e grave in un trauma è proprio il non poter attribuire alcun significato a quanto è accaduto. Quando questo, invece, venga realizzato, anche in presenza di un significato doloroso, di una verità scomoda, esso rappresenterà l’inizio della possibilità di elaborare il trauma stesso trasferendolo dal piano delle emozioni al piano degli affetti; l’emozione viene subita dal soggetto passivamente, invece l’affetto è qualcosa di cui egli può avere padronanza, perché implica anche elementi cognitivi, di riflessione, e di scelta etica.

Quello che chiediamo al Parlamento, e, in questo momento in particolare al Senato, dove continua lo stallo rispetto al progetto di legge che ci interessa, è proprio restituire al soggetto la sua dignità di protagonista, in una storia nella quale invece si è sempre trovato dalla parte di chi nel bene o nel male doveva subire le scelte fatte da altri per lui e su di lui.

Emilia Rosati

Vice-presidente del Comitato per la Ricerca delle Origini Biologiche

 

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