Linguaggio dell’adozione: abbandono, abbandonare, abbandonato

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Le parole dell'adozione

E’ giusto di parlare di abbandono ad un bambino che è stato adottato? Meglio parlare di “separazione”. Un articolo per riflettere sull’uso delle parole per costruire una corretta cultura dell’adozione. (Art revisionato 04/07/2019)

Cultura dell’adozione, c’è ancora molto da fare

In questi giorni sto lavorando al progetto di un corso di perfezionamento sull’adozione. E’ per me un momento di riflessione sui grandi passi che abbiamo fatto, per esempio riguardo alla preparazione dei genitori adottivi, ma anche su quanta strada resta ancora da fare. Queste le mie riflessioni, su una tematica sui cui lavoro da tempo, e che mi sta molto a cuore. Il suo sviluppo è strettamente legato al benessere di tante persone adottate. E di conseguenza delle loro famiglie.

La cultura dell’adozione è, nel nostro paese, un obiettivo ancora lontano da raggiungere. Per cultura dell’adozione intendo un sapere che si fa accoglienza diffusa e corretta verso le famiglie adottive, cioè genitori e figli. Una cultura che comprenda le differenze, le specificità e che quindi faccia star bene, nella società e nelle sue estensioni, tutti i componenti della triade adottiva. Ma invece si procede per schemi, vecchi, e per slogan, inadatti. Così facendo si provoca dolore, rabbia, problemi nelle relazioni familiari, e difficoltà, per gli adottati e le loro famiglie, ad integrarsi nella società. Vediamone un esempio.

Cosa si intende, mediamente, per genitori adottivi?

Facile: i genitori adottivi sono delle “brave” persone, quelli della missione, quelli che compiono la buona azione che “salva” una o più vite dal dolore. I genitori adottivi sono quelli che crescono i bambini da loro presi e salvati, come propri.

Ma… attenzione: questi figli sono “loro propri” solo in funzione di una legge. Perché in realtà, dice sempre la cultura diffusa, loro, i genitori adottivi,  non sono quelli “veri”. Già perché quando si parla di genitori “veri”, si intendono sempre quelli biologici, quelli del sangue. I genitori adottivi sono quelli che sono venuti dopo, quelli cosiddetti della “seconda nascita”. E a niente valgono tutti gli sforzi profusi nella cura dei loro bambini: loro non ne condivideranno mai il fondamentale DNA.

E cosa dice la cultura degli altri? Quelli biologici?

Gli altri, quelli “veri”,  sono in verità quelli “abbandonici”: quelli cattivi, quelli che hanno abbandonato le loro creature per… varie ragioni, che comunque hanno come effetto quell’atto, l’abbandono, terribile … e tutti sappiamo quanto. Ma sono quelli del sangue, del DNA; quindi, nel bene o nel male, restano quelli “veri”.
Questa dicotomia, buoni-cattivi, sembra così semplice, ed esplicativa. Facile, di qua gli eroi, e di là quelli pieni di difetti. E di là quelli veri, di qua quelli falsi. E su questo ci si scanna e si fanno guerre.

Ma in realtà, poi si scopre che tutto questo castello non funziona. Le persone adottate soffrono, anche se “salvate”, perché non hanno una completa conoscenza della propria identità, ed i genitori adottivi, se pure amatissimi dai propri figli, continuano a sentirsi dei “succedanei”, e sentono la mancanza di quello che spesso non hanno potuto provare: la genitorialità biologica.

E allora ecco che la parola “abbandono”, mette a posto le cose. I genitori adottivi al loro posto, con dignità, ed i figli riconosciuti nel loro dolore e trauma, dal quale possono essere aiutati ad uscire. Ed i genitori biologici, terzo componente di una triade non ancora riconosciuta, di nuovo relegati nel giusto corner: loro restano quelli da cui è bene stare lontani, anche nel ricordo, perché sono quelli che hanno abbandonato.

La separazione, parola che marca ogni storia di adozione

Nelle infinite storie di cui nel mio lavoro sono venuta a conoscenza, oltre che per esperienza professionale, le cose sono però diverse.

I bambini in realtà vengono “lasciati” negli ospedali, presso le missioni, o in luoghi protetti dove chi li lascia sa bene che verranno raccolti. E subito. In occasione della presentazione, alla fiera del libro di Torino, del mio libro “Mamma di pancia, mamma di cuore” una piccola Sheffali si materializzò, come per magia, per raccontare all’uditorio che avrei dovuto aggiungere un particolare alla storia: una campanella, appesa ad una corda proprio vicino alla culla di paglia. La mamma la suona, così le suore dell’Istituto escono subito a prendere la bambina lasciato nella culla. Ed era vero, come ci confermò la sua mamma adottiva.

Comunque, nella grande maggioranza dei casi, i genitori “abbandonici” non esistono affatto. I bambini dell’adozione internazionale, quei 3.000-4.000 bambini che dagli anni ‘80 entrano ogni anno in Italia con le loro nuove famiglie, sono figli di guerre, carestie, terremoti, crolli di regimi, leggi nefaste di regimi totalitari, dogmi sociali o religiosi che emarginano le donne non sposate ed i loro figli, ecc. Per la maggior parte sono bambini senza più genitori, sono bambini orfani.

Quindi come possiamo dire che soffrono il trauma dell’abbandono? Hanno invece un lutto, una perdita da elaborare. Ma come si fa ad elaborare un lutto senza una tomba o qualcuno che ci aiuti con un rito? Quando invece tutti intorno li invitano a dimenticare?

Molti meno, nel quadro globale dell’adozione, sono poi i bambini tolti dalle famiglie, perché è stata riconosciuta la loro totale incapacità e impossibilità di crescerli. E le storie sono diverse secondo i paesi, come quelle che ho raccolto nel mio libro “Ci vuole un paese” (Franco Angeli).
Senz’altro aiuterebbe molto di più parlare di “separazione”, e degli effetti che questo evento ha su un bambino e sull’adulto che diverrà. E’ un termine più adatto e corretto per spiegare le reali e più diversificate problematiche delle persone adottate.

Se parlare di abbandono non spiega e confonde le idee, infatti, parlare di “separazione” accoglie più in generale tutte le tipologie della vera storia di inizio dell’adozione. Perché in tutti i casi che portano ad un’adozione c’è comunque una separazione. Prima di tutto da una madre, un padre, fratelli o sorelle, parenti, e così via, scendendo da una scala affettiva che porta ad amici, luoghi e cose che, nel caso di persone colpite da privazioni affettive, sono molto importanti.

Nel caso dell’adozione internazionale, poi, quante separazioni! Per i bambini che vengono adottati, si tratta di perdere e di essere comunque separati da familiari, amici, tate, luoghi, paesaggi, cibi… Il tutto causa ferite e traumi profondi. Che aumentano se non vengono accolti e riconosciuti. Si tratta di un trauma profondo, che gli psicologi definiscono una “primal wound”[1], una ferita originale, riferendosi proprio alla separazione da chi ci ha fatto nascere.
La separazione dalla madre è infatti la prima e più grande ferita che una persona debba sopportare, le cui conseguenze lo accompagneranno sempre, anche se in maniera diversa, nelle varie fasi della vita.

Abbandono? Si lascia ciò che non si può tenere

Certo c’è anche il trauma che noi chiamiamo dell’ “abbandono”. In realtà l’abbandono, così come viene comunemente inteso, ovverosia come il misfatto compiuto dai genitori, per intenderci il classico caso del “bambino nel cassonetto”, raramente esiste. Ed è quel fatto di cui leggete raramente sul giornale.
Ma la parola abbandono, anche nei casi in cui rivelasse la vera origine di una storia di adozione, non andrebbe comunque lo stesso mai pronunciata. Perché attecchisce nell’anima degli adottati, e fa male. Si potrebbe definire un termine “politically uncorrect” politicamente scorretto. Quindi, credo fermamente che andrebbe usato con la dovuta parsimonia.
Per esperienza, lavorando con i bambini nei miei laboratori di scrittura terapeutica, so quanto possa riuscire catastrofico. Pensare di essere stati abbandonati, come un cane per la strada, come quel bimbo nel cassonetto, fa male, abbassa la stima, la forza in sé. In alcuni ha portato anche al suicidio. Perché si abbandona ciò che non si ama. Si abbandona ciò che non ha valore.

Ed invece la realtà è ben altra: si “lascia” ciò che non si può tenere. Si “lascia” ciò che non si riesce a sfamare, a crescere. Si dà in adozione chi non ha famiglia. E in questo caso “si affida”, come cosa preziosa, a chi sappiamo possa amarlo e crescerlo bene: una nuova famiglia. Quella adottiva. Anch’essa vera.
E si lascia spesso soffrendo. E chi lascia non dimentica.
Ed è allora, solo allora, dopo aver assimilato e fatto proprie queste affermazioni, che possiamo trarne come conseguenza che chi viene lasciato, chi viene separato, chi viene adottato: HA UN VALORE.

Molti adottati descrivono questo momento, la separazione dai propri genitori biologici, come “to be given away”, venir dato via.  E quanto dolore esprimono, dicendolo. Poi, a storia conosciuta, alcuni possono finalmente aggiungere “for love”. E questo magari vorrebbero trascriverlo su quel loro nuovo documento di identità che un giudice ha contribuito a formare: nato e amato da… –  adottato e amato da…

E farebbe una grande differenza poter immaginare se stesso, nel corso della vita, accompagnato e sostenuto da una stessa scia d’amore, anziché perso in buco nero dove il caso ha dettato il corso della storia. E allora le persone adottate e le loro famiglie si sentirebbero davvero integrate e comprese. E sostenute da una corretta cultura dell’adozione.

Anna Genni Miliotti,
esperta di adozione,  formatrice, docente, ha collaborato per il CNDAIA (presto Istituto degli Innocenti), la CAI ed il Ministero Affari Sociali a progetto nazionale di formazione per operatori e ha redatto “Per una famiglia adottiva “(Min Affari Sociali).  
Autrice di numerosi testi, ha fondato e dirige il Centro di Supporto all’Adozione di Firenze, e collabora con numerosi enti autorizzati e associazioni per incontri di formazione per genitori ed operatori.
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[1] Benedetta Verrier, Primal wound. Edizione italiana per il Saggiatore con il titolo “La ferita originale”. Traduzione e prefazione di Anna Genni Miliotti.

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ITALIAADOZIONI
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