Lettera di Marta

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Cara Sofia,

sto per confidarti un segreto. Un mio segreto, che ho tenuto gelosamente nascosto e soffocato per anni e che ora devo gridare. La scuola l’ho finalmente finita e mi sento insostenibilmente leggera. È uno di quei segreti che ti farà parlare di me: “sai, ho un’amica che…” con un misto di soddisfazione ed empatia, perché quella amica è la tua amica, per suscitare interesse tra i tanti altri tuoi amici che si dimenticheranno la mia storia il giorno dopo. Ma non te ne faccio una colpa, io stessa l’ho tenuto per me con avidità per tanto tempo, a volte quasi dimenticandomene, a volte rievocandolo per trovare una giustificazione alla mia rabbia, indifferenza, per dirmi “loro non capiscono, loro non sanno, io sono diversa”.

E a volte questa distanza feriva, a volte gratificava.

Ma devo parlarne, è giusto parlarne.

Perché è un segreto che se lo vivi ti marchia per tutta la vita, perché le persone non sanno dargli il giusto peso, perché quando sai per certo che tua mamma è la tua mamma e papà è il tuo papà, possono separarsi, andarsene, morire, ma resteranno loro: una mamma e un papà che si sono amati, per un’ora o una vita, e da queste due persone sei nato tu. Perché è tanto bello pensare alla famiglia del Mulino Bianco: cosa dovrebbe andare storto?

Ho scritto “marchia” non perché è necessariamente qualcosa di negativo, ma perché quando mi assale una rabbia indefinita penso a me come un animale marchiato a fuoco, un animale che qualcuno non ha voluto e ha abbandonato, come i tanti cani che abbandonano in autostrada, e che qualcun altro ha preso per sé, per pietà o perché voleva un cucciolo con cui rallegrare, cambiare la sua vita. E come i cani, anche io ho dimenticato, ero piccola piccola e anche se spesso mi ritrovo a pensarci, pensarci intensamente, ricercare dei ricordi consumati, la mia mente resta bianca e fredda.

Non ricordo, eppure da quando lo so mi assale spesso un’indefinibile irrequietezza, e mi ritrovo ad osservare mia mamma: è seduta sulla sua solita sedia in cucina, a guardare la televisione o pelare patate, gli occhi stanchi, i capelli raccolti ma sempre ordinati; la osservo di profilo e cerco di scorgere in me qualcosa che assomigli a lei, e d’improvviso mi sembro un’estranea in casa sua, col tempo mi sto accorgendo di quanto cerchi di imitare i suoi gesti, le sue posture, i suoi sguardi, le sue frasi, indosso di nascosto i suoi vestiti e vesto il suo profumo, il suo rossetto.

È tanto bella, non come le matrigne delle favole.

“Come sei cresciuta, hai gli occhi di tua madre” mi hanno detto spesso, io li guardavo e accennavo un sorriso, con immensa amarezza e un nodo alla gola, e non dicevo nulla, non perché non volessi essere diversa, ma perché mia mamma ha occhi più profondi e luminosi di un faro ormai vicino a una notte cupa, e tutti si perdono nei suoi occhi.

Li ho guardati tanto da poterci affogare dentro anche io, ma lei mi ha salvata.

Non mi ha mai trattata in modo diverso da come una madre si occupa di una figlia e io non ho mai approfittato della mia storia strappalacrime; abbiamo stretto un patto silenzioso e lo abbiamo rispettato. A scuola non si doveva sapere niente, nessuno doveva sapere niente, perché non volevo trattamenti speciali, cambiamenti di atteggiamento, ed ero fermamente decisa. Fin da bambina. Sono quello che sono, non un cucciolo che è stato abbandonato.

Lo ricordo come fosse successo ieri: eravamo in cortile, tutti i bambini della scuola, c’era il sole e l’animatrice della festa di compleanno ci stava facendo giocare al gioco delle sedie, sai quel gioco in cui manca sempre una sedia e quando la musica si ferma tutti devono sedersi il più velocemente possibile e chi resta in piedi perde.

Io ero un asso a quel gioco, e avevo perso. Non riesco a capacitarmi di perdere. Cosi mi ero messa in un angolo e mi ero categoricamente rifiutata di partecipare a tutti gli altri giochi. Al momento dell’arrivo della torta ero sgattaiolata in cucina per vedere che torta fosse, quando mi accorsi che le due mamme erano dentro a sistemare le candeline “che bambina strana, Marta, chissà perché non ha giocato con gli altri bambini…” “Piccina, non è colpa sua, sai… è stata adottata e…” non sapevano che fossi fuori dalla porta e ascoltavo, attentamente come nessuno crede che i bambini ascoltino.

Da quel giorno: silenzio.

Avevo solo perso!

Silenzio perché non diventasse una giustificazione. Silenzio perché non fosse un pregiudizio “vieni Marta, ti faccio vedere il mio diario del neonato. Guarda queste sono le radiografie del pancione di mamma”. Silenzio.

“Scrivi qua la tua data e luogo di nascita. Oh… quando si sono trasferiti qui i tuoi genitori?”. Silenzio.

“Stiamo facendo una colletta nella scuola per adottare un bambino a distanza, vuoi partecipare”. Silenzio. (“adottare a distanza”?!)

Perché rompo il silenzio proprio ora?

Perché un giorno mi ha chiamata mio fratello. Sì, a quanto pare ho un fratello. Sì, era il giorno del mio compleanno. Doveva aspettare che fossi maggiorenne per farsi sentire. Sorpresa! Ho rotto il tuo silenzio, sono il tuo fratellone e ora eccomi qui!

Mi ha chiesto se potevamo vederci, mi ha detto che sapeva dove abitavo e lo aveva sempre saputo, che avrebbe preso qualsiasi treno in qualsiasi giorno per venire da me. Gli ho detto che ero confusa e che ci avrei pensato. Ho riattaccato e sono corsa da mamma. Da quando papà se n’è andato corro sempre da lei; tra di noi è nata una complicità che solo due donne sole, senza un uomo, possono creare. Solidali, altruiste, in precario equilibrio. Con papà era diverso. Non ho mai pensato di essere la causa della loro separazione, solo era… diverso. Corsi da lei.

Cosa devo fare, mamma?

Lo vuoi conoscere?

Sì.

Allora richiamalo quando ti sentirai pronta.

Non me ne vado, mamma… sei tu la mia mamma, io…

Nina, non ho paura. Tu ne hai?

Sì.

Gli avevo dato appuntamento per tre mesi dopo. Non era mai stato nella nostra città perciò lo andai a prendere in stazione; ovviamente pioveva, ovviamente mi sembrò un estraneo appena mi venne incontro, dopo che parlammo, e quando andò via.

Ci vuole del tempo, disse mamma. Io sono tua madre non perché un giorno ti ho messa al mondo, ma perché ti ho vista cambiare, e piangere, e ridere ogni giorno. Sembra una banalità ma non lo è. Quel legame magico tra due persone si crea, non spunta di improvviso come nei film perché avete lo stesso colore di capelli o le stesse labbra.

Fu una conversazione di poche parole, sembrava un animale indifeso e mi guardava raramente negli occhi. Ci siamo seduti in un bar al porto e abbiamo ordinato due birre, sperando di sciogliere la tensione.

Cosa studi, cosa ti piace, cosa vorrai fare, hai un ragazzo, programmi per l’estate…

“Non volevano abbandonarti. Papà aveva appena perso il lavoro, mamma aveva il cancro e servivano i soldi per le cure, io non potevo ancora lavorare, non sapevano cos’altro fare, volevano il meglio per te e probabilmente te lo hanno dato, anche se è rimasto sempre un vuoto in casa. Poi mamma è morta, e i vuoti sono diventati due. Poi papà si è suicidato e io sono rimasto solo. E mi sono aggrappato alla speranza di rivederti un giorno.”

Piangeva, lacrime silenziose, guardando fisso nel vuoto.

Io ero lì seduta, e lo guardavo, impassibile e indifferente, vedevo passarmi davanti immagini di una triste storia, un po’ melò, senza riuscire a provare altro che il nulla. Non mi riguardava, e non mi riguarda.

Lo richiamai il mese dopo, lo invitai al cenone di Natale… non perché provassi pena per quell’omone che aveva aperto il cuore a un’estranea per ricevere un abbraccio, ma per potergli dire questa è la mia vita di ora e di sempre, non voglio sapere niente di loro, puoi entrarci ma senza portarli con te. Dopo Natale partì per trovare lavoro a Londra, ha detto che mi richiamerà.

Questa è la storia!

Ti ho rigurgitato tutto addosso così perché avevo bisogno di scrivere, di fermarmi per un attimo, guardare la mia vita da fuori cercando un freddo distacco e scrivere, forse, perché parlare è sempre difficile.

Quell’irrequietezza è scomparsa, ho smesso di cercare i ricordi nei sogni o nei libri; i miei veri genitori sono morti e non ho sofferto, un giorno mamma e papà moriranno e piangerò sul loro feretro. Non sono diversa da nessun altro, piango come tutti, non piango se due estranei muoiono tragicamente, come tutti, e me ne dispiaccio come se lo leggessi su un articolo di cronaca nera.

Marco, mio fratello, mi ha promesso che porterà delle loro foto.

Non so se vorrò vederle.

Per ora cerco di non pensarci.

Non sono arrabbiata, né triste, né sollevata.

Ascolto tanto i Pink Floyd, Confortably numb.

Lo sai meglio di me, mi sono creata una barriera attorno, e qualche volta mi viene voglia di scavalcarla, ma chissà cosa può fuoriuscire dai sentimenti e dalle paure.

Tutto dentro tutto tutto tutto tutto tutto e silenzio.

Non parliamone, quando ci vedremo, se non vorrò parlare.

E tutto difficile e sembra più facile se resta nella mia testa.

Perché io?

Perché a me?

Meno male che c’è mamma.

A presto cara Sofia,

Marta Barbieri

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ITALIAADOZIONI
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