Lettera di Andrea Cantarini

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Oggi è un’altra bella giornata, hai 18 anni; non possiamo raccontarti di quando sei nata o del tuo primo giorno di scuola, la nostra memoria non può andare oltre sette anni fa, quando sei diventata nostra figlia.

Piombata in una famiglia di quarantenni che si avviava ad una vecchiaia senza troppi scossoni.

Invece tu i tuoi anni li avevi vissuti intensamente, la mamma biologica, i due fratellini, le botte del patrigno, l’istituto, il breve ritorno in famiglia, il definitivo istituto; un’adozione tentata e non andata a buon fine perché la coppia, “normale”, si era impaurita del tuo comportamento.

Ci hai subito messo alla prova, adozione e adolescenza sono una miscela esplosiva, non ti fidavi di noi e perché avresti dovuto? Eravamo due sconosciuti, tornavi in Italia dove eri già stata rifiutata, lasciavi la tua terra lontana, le tue sicurezze, le tue amichette, delle persone che si curavano di te; a rischiare, l’ho capito più tardi, eri tu non noi.

“Voi non siete i miei genitori”, quante volte l’hai detto, è vero, tu, ma anche noi, hai una famiglia grande e nessuno te la toglierà, i tuoi fratelli anche se non li conosciamo sono un po’ anche nostri figli, tua madre biologica è nei tuoi occhi.

Quante volte ci hai preso a calci e pugni, urlato contro parole irripetibili, sfidato, provocato; quante volte ho pensato di accontentarti, in quello che dicevi essere “il desiderio di tornare in istituto”, lo avrei fatto non per te, ma per me, perché non ce la facevo più a sopportare un peso troppo grande per le mie spalle.

Poi ho capito che il tuo non era il desiderio di allontanarti da noi, ma una difesa, perché al contrario ti stavi attaccando a noi e questo non lo potevi accettare perché dovevi mantener fede a quel “patto di lealtà” presente nel tuo inconscio, che ti imponeva di non tradire l’amore per tua madre biologica per una nuova mamma.

Non ci siamo mai abbracciati, non hai mai voluto, anche questo mi ha fatto capire che la strada per volersi bene non ha indicazioni precise, ci si può arrivare facendo percorsi lunghi, tortuosi, sofferti, ma alla fine si arriva, stremati, invecchiati, ma felici.

Quanto sono stati difficili i primi due anni, o forse tre, quanti psicologi, assistenti sociali per capire perché ti comportavi così, perché rifiutavi anche la minima autorità, per capire perché non ce la facevamo, perché avevo in mente di abbandonarti, perché mi ero infilato in qualche cosa più grande di me. Quante volte il mio rapporto con tua madre è stato in bilico, tra il mollo tutto e il voglio farcela, ho una famiglia non posso permettermi di perderla.

Quanto ho odiato quelle trasmissioni TV che esaltavano l’adozione descrivendo le famiglie come inquiline del “Mulino Bianco”; ma se era bello per tutti, perché per me no! Mi sono rimaste in mente le parole di quello psicologo che in uno dei numerosi incontri dove partecipavamo parlava delle adozioni problematiche e diceva che a rischio erano le situazioni dove il bambino è grande, ha presente la madre biologica e si trovava in un istituto accogliente; ho pensato: sta descrivendo il nostro fallimento adottivo!

Come ho odiato quelli che ci dicevano, “avete fatto una bella cosa”, “siete una bella famiglia”, “piacerebbe anche a me, ma sai la burocrazia”, “ti assomiglia”, “parla l’Italiano”, quest’ultima domanda mi è stata fatta dopo circa tre anni che mia figlia era in Italia…… e tante altre stronzate.

Poi il tempo e l’amore hanno fatto la loro parte, ci siamo conosciuti meglio con i nostri pregi e i nostri difetti, abbiamo tutti e tre capito che eravamo diventati una famiglia, ogni giorno un passettino in avanti, sapevi che non ti avremmo mai abbandonato, ci hai visto con gli occhi di una figlia, mamma lo ha sempre saputo, io un po’ meno, ci ho messo anni per sentirmi tuo padre.

I tuoi atteggiamenti contro di noi erano l’altra faccia dell’amore che avevi nei nostri confronti, pian piano l’adottivo contrapposto al biologico stava sparendo, eri semplicemente una figlia che ci chiedeva il motorino, le prime uscite con gli amici, le nostre ansie per gli orari, i problemi con la scuola. Le difficoltà non sono terminate, ma i problemi sono sempre dietro l’angolo, per tutti.

Un bambino adottato non è uguale agli altri, anche se in molti si sforzano a dire il contrario; ai problemi uguali agli altri aggiunge quelli che i “naturali” non hanno.

Sei la nostra vita, sei quella che con “inaudita coerenza” non mi ha mai dato un bacio e che rivendica questo record con orgoglio…

Ti ringrazio per essere nostra figlia, per averci sconvolto la vita, per avermi fatto piangere, per avermi fatto arrabbiare, per avermi fatto ridere, per avermi fatto capire che esistiamo.

Ti ringrazio perché ancora oggi, mentre scrivo questa lettera, piango.

Andrea

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