L’affido parziale

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fatherdaughterbackyardphoto, ph Shiloh Hrissikopoulos, (c.c. Flickr)

Come è nata l’idea di fare un affido?

Anna: Conoscevo la realtà degli affidi familiari già da tempo, ma l’idea concreta di “farne” uno è nata quando tramite una collega, ho scoperto laffido parziale: un affido di qualche ora o di qualche giorno a settimana. Da un lato pensavo che questo tipo di affido non comportasse uno stravolgimento della propria vita, dall’altro mi ha sempre spaventato l’idea del distacco al termine di un affido. Quando ho incominciato a convivere con Rainer, che  da Bolzano si è  trasferito in Emilia, ne ho parlato anche con lui per vedere se voleva partecipare (inizialmente infatti pensavo di farlo come singola) e lui si è mostrato interessato e incuriosito.

Rainer: Quando Anna mi ha parlato per la prima volta dell’affido per me era un tema completamente nuovo. Non avevo mai preso in considerazione, prima di allora, la possibilità di avere una famiglia diversa da quella con figli biologici. L’affido part-time mi ha subito incuriosito e ho voluto conoscerlo meglio. Quando ci siamo stabilizzati e siamo andati a vivere in una casa tutta nostra, ci siamo informati e abbiamo iniziato il percorso nell’autunno del 2013. Io volevo più che altro sapere qualcosa in più sull’affido, non immaginavo di ritrovarmi in poco tempo padre affidatario.

Anna: A differenza di Rainer io ero impaziente di accogliere un bambino, lavoravo in quel periodo con adolescenti come insegnante e con  minori e famiglie in difficoltà come educatrice e mi sembrava naturale “accogliere” qualcuno anche nella mia vita privata. Durante il percorso portato avanti con curiosità ed entusiasmo siamo arrivati ad accettare insieme su due piedi nel marzo del 2014 la proposta dell’affido di due ragazzi, fratello e sorella, preadolescenti. Va detto che durante la parte individuale del percorso ci avevano chiesto se c’era qualche tipologia o caratteristica dei ragazzi che avremmo preferito evitare e io avevo proprio detto gli adolescenti e preadolescenti, con cui ero già troppo coinvolta nel lavoro. Ora come ora non posso invece pensare a una scelta migliore proposta dai servizi. C’erano però altre cose su cui sbagliavo prospettiva,  io mi immaginavo nell’affido come un’educatrice, solo più “personale” e materna. In realtà ho capito ben presto che anche se avevamo scelto un affido part-time, con i nostri ragazzi ci eravamo trasformati in una famiglia, con tutte le relative implicazioni affettive, emotive, familiari ed anche ansiogene, un risultato per me inatteso e bellissimo. Quando si dice la serendipità!

Inizio dell’affido

Rainer: La prima volta abbiamo incontrato K. e M. con i servizi sociali e loro madre. Siamo andati a prendere un gelato ed eravamo emozionati ed impacciati, i ragazzi timidi, mentre  loro madre era rilassata e ci ha subito accolto con fiducia. Dal secondo incontro, a casa nostra, la loro timidezza è completamente scomparsa, si sono subito sentiti a casa e si è creato un bel clima. Alla fine di ogni giornata veniva spontaneo ad Anna e me confrontarci su ogni particolare di quello che era successo, come era andata, in cosa potevamo migliorare o cambiare. Questa è stata un “palestra” molto importante per noi, per imparare a confrontarci e ascoltarci. Nonostante queste analisi approfondite i primi tre mesi dell’affido sono stati come essere sulle montagne russe, un giorno ci divertivamo un mondo insieme, cantando, cucinando, giocando e un po’ meno facendo i compiti, la volta dopo era silenzio assoluto e ci chiedevamo se i ragazzi volessero o meno continuare l’affido.

Dopo qualche settimana, per esempio, K. (la sorella maggiore di 12 anni)  ha cambiato atteggiamento, ha iniziato a mostrarsi ostile con me e a non parlarmi più se non tramite Anna. Questa cosa mi ha messo molto in crisi, ma si è risolta in modo sorprendente un giorno in cui, in occasione di una delle riunioni periodiche con l’assistente sociale e la famiglia, grazie a una mia frase K. si è sentita capita e ascoltata, anzi sembrava che fossi l’unico ad averla capita. Da quel giorno magicamente il suo atteggiamento verso di me è tornato sereno. Un’altra cosa che mi ha molto emozionato è stato quando M. il “piccolo” (anche se è alto ormai 1.85), che è sempre stato più taciturno e riservato della sorella, in un tema a scuola ha parlato di noi chiamandoci senza indugio i suoi genitori.

Anna: Ad arricchire di complessità la prima parte dell’affido è arrivata anche, attraverso tante difficoltà, una gravidanza. Abbiamo aspettato a dire ai ragazzi che sarebbe arrivata una “sorellina” all’inizio del 2015. Temevamo infatti un rimescolamento del bell’equilibrio che avevamo trovato, cosa che effettivamente si è verificata e per un po’ è stato ancora un “su e giù”. Proprio in quel periodo mi è stato chiaro quanto fossimo una famiglia, quando dopo un litigio con K.  ero molto dispiaciuta non perché le cose fossero andate in una maniera secondo me educativamente sbagliata, ma perché eravamo lontane e io volevo abbracciarla, chiarire e tornare a ridere insieme, ero una mamma non un’educatrice.

Dalla nascita della piccola Marta, forse rassicurati che non li avremmo lasciati, il nostro rapporto ha fatto un salto di qualità incredibile nella fiducia e tutt’ora dopo quasi sei anni sembra tutto davvero idilliaco. K. e M. adorano, ricambiati, Marta, sono cresciuti e sono cambiate le esigenze di tutti, ma ci siamo adattati bene.

Abbiamo passato ore al pronto soccorso, abbiamo parlato con professori entusiasti e con altri un po’ meno. Siamo andati al mare, siamo andati in montagna, al fiume. Abbiamo mangiato insieme 29 torte di compleanno, dividendole precisamente al millimetro. Abbiamo conquistato due licenze medie e – per ora – un diploma. Abbiamo passato ore a preparare il balletto ghanese per il nostro matrimonio e  mi ha convinto proprio K. al grande passo. Abbiamo cucinato ballando, abbiamo giocato a Risiko litigando in italiano, ghanese e tedesco. Abbiamo risposto per le rime a frasi razziste, ci siamo chiesti mille volte come dovevamo chiamarci per gli altri (Figli? Figliocci? Genitori? Affidatari?), ma non ne siamo mai venuti a capo.

Abbiamo affrontato molte difficoltà, ma siamo sempre stati uniti. Per molti mesi abbiamo continuato da soli l’affido senza i servizi sociali, a causa di loro problemi interni. Ci siamo costantemente  confrontati con la madre, che ci ha sempre visti come alleati e lei lo è sempre stata per noi, anche su questo siamo stati fortunati.

Da due anni K. e M. non sono più ufficialmente in affido, ma nulla è cambiato. Oltre a essere sempre i nostri ragazzi, e quindi a seguirli a scuola e in altre faccende, K. si occupa a volte della “sorellina” in autonomia e M. dà  una mano se ci sono da fare grossi lavori in casa.

Insomma, tutto quello che fanno le famiglie 2.0.

Anna e Rainer

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione