L’affido familiare e il co-parenting: due famiglie intorno ad un bambino.

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Affido e famiglie in difficoltà

L’affido è poco conosciuto (per approfondimenti rimandiamo al nostro articolo “Conosciamo l’affido”). Mancano persone (famiglie, coppie, singles, etc.)  disponibili all’accoglienza di ragazzi e bambini in affidamento. Sono invece sempre più numerosi i bisogni di famiglie biologiche che nell’affido troverebbero un valido sostegno. Nella meravigliosa cornice dell’aula magna dell’Università Cattolica di Milano, a novembre si è tenuta la prima parte del IV Convegno Internazionale organizzato da Apfel del quale riportiamo alcuni contenuti. I professionisti dell’affido hanno condiviso esperienze e percorsi europei in una prospettiva che abbandona l’individualità, per divenire gesto di solidarietà allargata fra famiglie.

La mission di APFEL (Acting for the Promotion of Foster Care at the European Level) è quella di costruire ponti tra i Paesi, tra le culture e le lingue, tra la ricerca e la pratica per migliorare la qualità dell’affido in Europa. Obiettivo che si intende raggiungere attraverso la cooperazione, la raccolta e la valutazione di pratiche innovative e l’attuazione di linee guida internazionali, nel rispetto delle culture, delle famiglie, dei bambini e dei loro diritti; l’incontro di Milano ha permesso davvero di delineare e descrivere, nell’arco dell’intera giornata, le modalità d’intervento messe in atto da diversi Paesi europei.

Vincenzo Spadafora, Garante Nazionale per  l’Infanzia e l’Adolescenza, ha evidenziato come, aiutare questi bambini e le loro famiglie, significhi sostanzialmente investire nella crescita generale del nostro Paese. La co-genitorialità infatti non è qualcosa di naturale e non si improvvisa; servono mezzi, risorse e strumenti, perché gli operatori dei servizi sociali possano portare avanti al meglio il loro lavoro. Il diritto del minore a crescere in una famiglia attualmente non è rispettato in egual misura in tutta Italia, vi sono sviluppi ed applicazioni differenti da regione a regione e manca fortemente un sistema nazionale di garanzia; rimuovere queste disparità di Welfare è ad oggi una assoluta priorità. La rete delle  associazioni fa molto laddove mancano le istituzioni, ma occorre un lavoro cooperativo e non sostitutivo; vi è la forte necessità di una “cabina di regia” centrale che aiuti a far sì che di questi temi si parli in modo corretto in tutto il nostro Paese.

Silvio Premoli, Ricercatore in Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Pedagogia dell’Università Cattolica di Milano e membro APFEL, ha analizzato i dati relativi a stime Unicef che indicano come il milione i bambini che, in Europa, crescono al di fuori del proprio nucleo familiare biologico, siano per la metà in accoglienza residenziale, mentre per l’altra metà in foster care o in affido nell’ambito del nucleo familiare allargato. Se nell’Europa orientale vi è una percentuale maggiore di bambini in istituto, nei Paesi dell’Europa centrale vi è una sostanziale parità fra minori in affido e in accoglienza residenziale; differente è la situazione dei Paesi del nord nel quale si arriva all’80% di affido. L’Italia, a dispetto delle cronache che ciclicamente infiammano l’opinione pubblica, appare come uno dei Paesi europei che allontana meno dal nucleo biologico (3%), ma non è detto che questo dato sia da intendersi come positivo.

Particolarmente significativo l’intervento di Paola Milani, Membro esperto dell’Osservatorio Nazionale per l’infanzia, responsabile scientifico del progetto per la stesura delle Linee Guida per l’Affido familiare della Regione Veneto (2008), membro della cabina di regia del progetto per la stesura e l’implementazione delle Linee di Indirizzo Nazionali sull’affidamento familiare (2012), attualmente responsabile scientifico nazionale di P.I.P.P.I., Programma di Intervento Per Prevenire l’Istituzionalizzazione, promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per gli anni 2011-2016. La dott.ssa Milani ha fortemente ribadito come non sia pensabile un protrarsi della disparità di accesso ai servizi in relazione alla Regione di nascita del minore: i bambini non possono godere di trattamenti differenti in relazione all’area geografica in cui nascono, ma occorre equità di accesso al sistema. Oggi sono ancora deboli le pratiche di rafforzamento delle capacità genitoriali e ciò comporta che solo il 42% dei minori in affido torni in famiglia.

Le nuove Linee di indirizzo nazionale per l’affido familiare e il co-parenting non sono state volutamente scritte solo da esperti, ma nascono a partire dalle pratiche in atto nel Paese: sono frutto dell’incrocio fra esperienze e conoscenze scientifiche di un gruppo di lavoro.

Oggi vi è la necessità di ripensare l’affido in maniera plurale, cioè come una piattaforma che si declini in relazione alle pluralità delle difficoltà familiari a cui l’affido fa fronte. Al centro non c’è quindi solo il minore, ma il mondo del bambino e le sue relazioni. L’affido non può essere un parcheggio o l’ultima spiaggia, ma uno strumento, un mezzo che va attentamente programmato in ogni sua fase. Non si vogliono valutare le competenze genitoriali della famiglia biologica, ma analizzare le caratteristiche su cui è possibile lavorare: capire le dimensioni nelle quali il genitore riesce e quali invece sono da trasformare e farne oggetto di un intervento. Le famiglie non sono utenti, ma soggetti attivi in tutte le fasi del progetto di cura e affidamento. Comprensibilmente ogni nucleo familiare ha un diverso capitale sociale pertanto vi saranno diversi gradi di partecipazione. Laddove possibile, occorre creare ponti fra famiglie biologiche ed affidatarie in un’ottica di condivisione ed arricchimento.

Il distacco del bambino dalle sue figure d’attaccamento non è indolore ed è fondamentale che il minore possa avere un accesso aperto alla propria storia per dare senso agli eventi e crearne la trama, in modo da sanare il trauma e poter guardare avanti.

M.Àngels Balsells Bailon, Professore di educazione, pedagogia e Lavoro  Sociale presso l’Università di Lleida e Nuria Fuentes-Peláez docente e ricercatrice nel dipartimento di Metodi di ricerca e diagnosi in Educazione presso l’Università di Barcellona, hanno presentato un programma spagnolo, strutturato in cinque moduli, che guidano il percorso sia nel corso dell’affido, sia nel primo periodo di ricongiungimento familiare sottolineando l’importanza di un’attenta progettazione individualizzata.

Peter M. Van den Bergh, Ricercatore universitario oggi in pensione e Direttore del centro Educativo e Psicologico a Leida, ha illustrato la realtà olandese, Paese nel quale i bambini allontanati dal nucleo familiare biologico sono circa 40 mila, i ⅔ dei quali in affido intrafamiliare. L’affido intrafamiliare olandese prevede per lo più che siano i nonni, di solito quelli materni, a prendersi cura del nipote con parecchi fattori di rischio connessi a questa particolare nuova stagione di genitorialità in tarda età; non è evidentemente normale crescere un bambino, magari anche molto piccolo, all’età di circa sessant’ anni. I nipoti ovviamente amano vivere con i nonni, ma quest’ultimi hanno grandi difficoltà a lavorare con i Servizi Sociali, ai quali non è generalmente permesso di inserirsi nella difficile quotidianità, compromettendo seriamente le possibilità di reinserimento nel nucleo familiare biologico. Il gap generazionale è forte, i bambini hanno difficoltà nel dialogare con i nonni rispetto alle regole ed i nonni sono in difficoltà nell’inserirsi in un ruolo educativo; tendenzialmente favoriscono il nipote e si scontrano fortemente con i propri figli.

Roberto Maurizio, della Fondazione Paideia, ha condiviso l’esperienza di un percorso che ben riassume la nuova ottica dell’affido che si punta a diffondere in Italia e in Europa: dare una famiglia ad una famiglia.  Queta si è rivelata una soluzione positiva per le 250 famiglie che hanno partecipato all’iniziativa. La famiglia vulnerabile viene affiancata, per un anno, dalla famiglia affidataria, che l’aiuta a recuperare e sviluppare le competenze genitoriali. La disponibilità di un Tutor ha rasserenato gli affidatari e i Servizi Sociali, che sono sempre disponibili per la famiglia d’origine, ma rimangono “dietro le quinte” nell’affido per lasciare che le famiglie siano co-protagoniste nel primario e condiviso interesse del minore.

Tanti Paesi e molte esperienze segnate da un filo comune: la centralità delle famiglie e la loro costruttiva collaborazione, come chiave per il successo e l’efficacia dell’esperienza dell’affido.

 

A proposito dell'autore

Francesca Carioni
Mamma biologica, insegnante di scuola primaria e referente per l'adozione.