L’adozione nel contesto scolastico

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tesi, ph Giorgio Montersino, (c.c. Flickr)

Parte con questo articolo un nuovo progetto di Italiaadozioni: la pubblicazione degli abstract delle tesi di Laurea. Oltre ad un articolo di presentazione del lavoro svolto, in home page nella sezione TESI di LAUREA pubblicheremo l’abstract integrale delle conclusioni. Chiunque abbia svolto una tesi sui temi dell’adozione, affrontati con i diversi approcci (psicologico, legale, sociologico, antropologico, etc.) può inviare l’abstract con le conclusioni a redazione@italiaadozioni.it.

 

La scuola oggi è chiamata a far fronte ad esigenze di ogni tipo in virtù delle nuove realtà familiari (separazioni, divorzi, famiglie ricostituite, famiglie allargate)  che vi si presentano. Accanto a questi fenomeni diventati ormai, abbastanza comuni, va affiancato un altro fenomeno degno di nota, che vede famiglie e bambini come protagonisti: l’adozione.

Nel tessuto scolastico si inseriscono sempre più minori italiani o stranieri adottati, che necessitano di un percorso di inserimento e di un’accoglienza consona alla situazione di ogni singolo bambino.

Senza ombra di dubbio, l’introduzione di un progetto di intervento mirato a fare in modo che in classe ci sia il giusto clima di confronto e accoglienza, risulta fondamentale, ma per intervenire in modo ottimale sarebbe opportuno spostare l’attenzione sul minore, anche se è ormai di dominio pubblico, il fatto che essi siano i primi ad accogliere in maniera propositiva anche le realtà più complesse, mentre l’ostilità e la resistenza restano figlie della rigidità mentale degli adulti.

E’ alla centralità del bambino, vero protagonista dell’adozione, aspetto questo tralasciato negli studi presenti in letteratura, al quale io ho sentito fermamente di dedicare il mio lavoro di tesi.

La ricerca, nata e condotta dall’Università di Bari “Aldo Moro” in collaborazione con l’associazione di Andria “Genitori si diventa onlus”, si è posta l’obiettivo di affrontare due importanti questioni sull’adozione: le percezioni e le rappresentazioni del fenomeno dell’adozione, in particolar modo del bambino adottato, ed il livello di integrazione del bambino adottato in classe.

Per l’attuazione del progetto sono state coinvolte scuole in cui erano presenti bambini adottati, distribuite sul territorio di Barletta, Bari ed Andria secondo due ordini: la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado.

Il campione è composto da 392 alunni (M=192, F=200) con età media di 10,69 anni.

Per il primo costrutto in esame, è stato somministrato un questionario redatto dall’Università Aldo Moro di Bari, “Questionario sui bambini: le mie idee sull’adozione”. Per valutare il livello di integrazione dei bambini adottati è stato scelto come indicatore lo status sociometrico.

Dai risultati ottenuti è emerso che i bambini hanno una visione ben chiara, matura ed accurata dell’adozione, cogliendo tutti gli aspetti fondamentali di questo istituto e prendendo  in considerazione le necessità e le difficoltà di tutte le parti coinvolte ovvero, genitori e bambini.

Nel loro immaginario, il bambino adottato è semplicemente un bambino che ha dei nuovi genitori e che non necessita di un aiuto e di un sostegno così diverso da quello che potrebbero richiedere i loro coetanei non adottati, in specifiche situazioni, elemento questo che trova conferma anche nella letteratura che ha posto come oggetto di studio costrutti quali problemi comportamentali, autostima e sviluppo cognitivo (Juffer & van Ijzendoorn, 2005; 2007; van Ijzendoorn & Juffer, 2006; van Ijzendoorn, Juffer & Poelhuis, 2005).

Le rappresentazioni che i bambini hanno dei genitori adottivi, corrispondono principalmente all’idea di genitori normali; una parte di essi li considera genitori “speciali” in quanto sono in grado di cambiare la vita del bambino adottato, dandogli affetto. L’idea dell’adozione è pertanto di tipo migliorativo e il non poter avere figli propri, agli occhi dei bambini, non appare come una condizione che va a svuotare di significato il ruolo dei genitori adottivi.  Al contrario l’adozione, è vista come un valore aggiunto poiché, non solo si configura come la possibilità  per le coppie che non possono avere figli, di diventare genitori, ma anche come un’opportunità per dare affetto a tutti quei bambini che hanno un vissuto di perdita alle loro spalle.

In merito alle difficoltà che incontrano i loro compagni adottati, durante l’inserimento nel contesto scolastico, il focus dei bambini è centrato principalmente sui loro vissuti emotivi, immedesimandosi nella loro situazione e dimostrandosi sufficientemente empatici. Tuttavia, si dimostrano anche in grado di evidenziare gli aspetti problematici di ordine più pratico, come le oggettive difficoltà comunicative nel caso dei i bambini adottati di nazionalità straniera.

Anche davanti a questioni ben più complesse come ad esempio, quali sono gli adulti che possono adottare un bambino, le loro risposte hanno denotato grande sensibilità e familiarità con l’argomento. In netta maggioranza, hanno indicato le coppie sposate, facendo riferimenti sporadici, alle coppie conviventi. Questo dato rispecchia con molte probabilità, l’idea tradizionale di famiglia che appartiene all’immaginario dei bambini, alla loro esperienza personale e all’idea di famiglia trasmessa dal contesto socio-culturale di riferimento attraverso i classici processi di socializzazione. Sono stati riscontrati pareri discordanti invece, sulle opinioni rispetto alle differenze, qualora ci fossero, tra una famiglia adottiva ed una famiglia naturale. L’accento viene posto sulla possibile differenza che può esserci tra l’affetto che può dare un genitore naturale ad un figlio proprio, e quello che invece possono esser capaci di dare i genitori adottivi. La molteplicità delle risposte ottenute tra chi sostiene la prima tesi e chi invece crede che l’affetto donato da entrambe le famiglie sia lo stesso, evidenza il carattere multisfaccettato della realtà dell’adozione. L’aver colto l’eterogeneità di questo argomento sicuramente denota quanto i bambini siano abili e attenti osservatori di ciò che li circonda.

In ultima analisi, è stato valutato anche il livello di integrazione e le dinamiche relazionali che caratterizzano i gruppi-classe nei quali erano presenti alunni adottati. In genere si tende a  pensare che il vissuto problematico dei bambini adottati possa renderli più schivi e meno competenti dal punto di vista sociale, poiché sono venute meno le figure d’attaccamento principali. In realtà è risultato che la maggior parte dei bambini adottati che hanno partecipato alla ricerca, ha mostrato un buon livello di integrazione, ha un legame più forte con un compagno in particolare, offre il suo aiuto ai  compagni in difficoltà e non è vittima di scherni più di quanto possano esserlo gli altri compagni di classe. La considerazione del loro compagno adottato come un buon amico col quale trascorrere anche del tempo fuori dall’ambiente scolastico, viene motivata sulla base della loro simpatia e gentilezza. Ma la motivazione che merita più delle altre di essere menzionata, è quella del riconoscimento del coraggio e della forza che i bambini associano ai loro compagni adottati, proprio in virtù della loro storia personale. Ancora una volta, la sensibilità dei bambini e le loro capacità empatiche si mostrano trionfanti.

La mia soddisfazione più grande nasce dal fatto che i bambini, adottati e non, hanno accolto la ricerca in modo positivo, manifestando il loro consenso e il loro entusiasmo verso un progetto che per  la prima volta, metteva la loro persona e la loro storia in primo piano.

Questo deve far riflettere sul fatto che molto probabilmente, l’interesse e l’attenzione posta sull’adozione e in modo particolare, sui veri protagonisti di questo istituto, non abbia ancora raggiunto livelli ottimali nonostante gli sforzi degli esperti. Per porsi un obiettivo così ambizioso, bisognerebbe creare una rete di supporto più fitta, presente in modo consistente anche a scuola come suggerito da alcuni dirigenti scolastici e insegnanti, un rapporto di vera e solida collaborazione tra la Scuola, le famiglie e gli esperti.

Solo così potrebbero essere implementati programmi di intervento mirati e in questo, il progetto di ricerca presentato, può esser d’aiuto per fornire dei validi spunti dai quali poter cominciare, senza mai perdere di vista l’obiettivo principale: la centralità del bambino e dei suoi bisogni psico-fisici.

Mai come ora, trovo attualissimo il riferimento al libro “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry poiché invita dolcemente il lettore, a guardare il mondo con gli occhi dei bambini, a cogliere le sfumature che racchiudono l’essenza della vita e che gli “Adulti” tendono ad ignorare.

In questo libro viene riportata una bellissima definizione di legame, più comprensibile e precisa di quanto possano esserlo le teorie scientifiche o le dispute socio-politiche. Voglio riportarla in questo contesto, perché ritengo che espliciti con parole semplici ma profonde, il legame che lega TUTTI I GENITORI DEL MONDO AI LORO BAMBINI, senza distinzioni tra genitori naturali e adottivi:

“Che cosa vuol dire addomesticare?”, disse il piccolo principe.

“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe, “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro.Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”

(Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry).

Marilena Binetti

Laurea magistrale in Psicologia clinica
Tesi di laurea in Valutazione dello sviluppo e sostegno alla genitorialità
Relatrice: Prof.ssa Rosalinda Cassibba – Università “Aldo Moro” di Bari
Per leggere l’abstract della tesi clicca qui

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