L’abbinamento: quando la realtà è troppo diversa dalla fantasia

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Ph by Ryan Lobo (cc. Flickr)

Laura e Pietro aspettano ormai da anni la famosa telefonata. Il bambino non arriva, la lista d’attesa è lunga. Finalmente, una sera, il telefono squilla. E’ la psicologa dell’Ente, che comunica la bella notizia e dà loro un appuntamento. L’attesa sembra finita. Laura e Pietro vanno all’appuntamento pieni di speranza e di gioia.
Ma guardano la foto Laura ha un tuffo al cuore e le viene da piangere. La foto non le fa scattare nulla dentro, e lei si sente ingiusta e cattiva.
Antonio e Luisa aspettano da anni l’abbinamento. Sono in lista per due bambini. Nel corso degli anni immaginano la vita in quattro. I giochi, la vita in famiglia, le gite. Arriva l’abbinamento. Il bambino è uno solo. Antonio e Luisa si sentono delusi, fanno fatica ad accettare quel bambino che è stato loro proposto. E l’altro? Il fratellino tanto immaginato, che fine ha fatto? Dov’è finito?

Due situazioni diverse, che però hanno in comune qualcosa. In entrambi i casi c’è un contatto con la realtà, dopo tanti anni di attesa, diversa da quello che ci si immaginava. Una realtà che fa male, perché costringe a prendere coscienza dei propri limiti e di emozioni delle quali ci si vergogna. Ci si sente ingiusti, insensibili, sbagliati. Ma come? Intorno si vedono solo coppie che esultano di fronte all’abbinamento, che sono felici e accettano con entusiasmo il figlio che arriva, chiunque esso sia.
Eppure queste difficoltà non sono così rare come sembra, solo che nessuno ne parla, perché pochi hanno il coraggio di dire a se stessi e agli altri: “quel bambino, per me, era un estraneo”, “non mi piaceva”.
Ecco la parola che fa male. Deve essere mio figlio, ma dentro di me non sento quella spinta, quello slancio che sembra provino tutti. Cosa ho di sbagliato? Cosa ho che non va?
Incominciamo con il dire che non c’è niente che non vada. Il figlio che arriva da un mondo che non ci appartiene è comunque un estraneo, qualcuno che deve entrare nella nostra vita, inserirsi nei nostri pensieri e nel nostro cuore, ma talvolta sembra troppo diverso da quello che si è tanto immaginato.
Certo, gli psicologi avvertono: il bambino immaginato è sempre diverso da quello reale. Ma una cosa è saperlo, è come leggere un libro, è bello, piace, ma è estraneo a me, alla mia vita. Se leggo in un giornale o sento parlare alla televisione di un nubifragio rimango turbata, penso ai danni, ai morti. Ma se il nubifragio arriva nel paese dove vivo io, in casa mia, allora è come se il mondo improvvisamente crollasse, tutto cambia, dentro di me e intorno a me. E non posso più far finta di niente.
E così ci si ritrova con emozioni che sembra di non saper controllare e con una grande confusione. Da che parte inizio? Cosa devo fare?
Intanto perdonatevi. Se vi capita, perdonatevi. Accettate questa vostra paura. Non siete strani, può capitare. Il bambino è un estraneo, e l’appartenenza si crea giorno dopo giorno, un passo alla volta, in un cammino compiuto insieme, mano nella mano. Quando ci si innamora, non è sempre colpo di fulmine. Alle volte l’amore vero arriva giorno dopo giorno, sempre più profondo, nella vita trascorsa in comune, nella condivisione di gesti, emozioni, avvenimenti. L’amore ha tante strade per farsi conoscere, tante vie diverse per ciascuno di noi.
Il primo passo, perdonarsi, accettare le emozioni confuse, la paura, la sensazione di non essere abbastanza bravi. Non vi fermate a quella prima sensazione, se non ci sono motivi gravi per farlo. Osservate quel bambino impaurito che dentro di noi si vergogna di farsi vedere. Siamo adulti, siamo “grandi”, e pensiamo di non poterci permettere sbagli, cedimenti.
Eppure, una parte di noi fa fantasie sulla vita in comune con “quel” bambino, quello reale presente nella foto, già lo percepisce dentro il proprio cuore, e un’altra parte di noi lo percepisce come un estraneo.
Capita. Si, capita che si debba elaborare un lutto per un bambino mai esistito, se non nella nostra immaginazione. Sogni che possiamo cercare di tenere sotto controllo, ma che inevitabilmente, da qualche parte dentro di noi, sono presenti e si faranno sentire al momento sbagliato, e che, se non collimano con la realtà, ci faranno male.
Perché i figli non sono mai come noi li vorremmo. Impariamo ad amarli, li accettiamo al punto che non potremmo pensare alla nostra vita senza di loro, ma sono diversi, e alle volte considerevolmente, da come li desideriamo.
Eppure impariamo ad amarli così come sono. Diversi da noi, forse irrisolti, ma quell’estraneo che arriva all’improvviso nella nostra vita diventa parte indispensabile di essa e nella quotidianità vissuta, uno accanto all’altro, momento dopo momento, il senso di appartenenza reciproca si creerà in modo impercettibile ma irresistibilmente e in modo travolgente e quel bambino lo sentiremo parte di noi, carne della nostra carne.
E può capitare che nei primi giorni in cui siamo insieme, quel bambino che ci vive accanto, potrebbe sentir nascere un dubbio, una domanda, una paura. Allora saremo in grado di vederla, di capirla, e potremo comprenderla in modo profondo, perché anche noi sappiamo cosa significa, perché in un angolo del nostro cuore abbiamo vissuto anche noi quel senso di estraneità e di sconcerto. E magari in quel momento sapremo tendergli una mano, rassicurandolo. Perché allora sapremo che anche questo è un momento talvolta inevitabile, che si potrà superare. L’amore si sviluppa in una relazione costruita giorno per giorno, in una scelta compiuta quotidianamente. Come dice Bauman: “L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. E’ affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno.”

A proposito dell'autore

Mariangela Corrias
Mamma biologica, psicologa, esperta in Psicologia dello sviluppo e dell'educazione https://mariangelacorrias.wordpress.com/