La sterilità feconda

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P1090437, ph Rick Kimpel, (c.c. Flickr)

Nel progetto di formare una famiglia che io e Andrea, mio marito, abbiamo, ci mettiamo in gioco, ci siamo confrontati e ci confrontiamo con varie difficoltà, sperimentiamo momenti preziosi, di coppia e individuali: uno è sicuramente quello che ho deciso di celebrare nella poesia “Virando”.

In queste brevi righe parlerò usando il “noi”, ma anche dicendo “io”: il percorso verso la genitorialità è condiviso, ma, contemporaneamente, porta a confrontarsi individualmente con i suoi molteplici risvolti.

Dopo due tentativi di fecondazione assistita non riusciti abbiamo deciso di fermarci, abbiamo scelto di non avere fretta.

Fragilissima e dolorante: così mi sentivo, fisicamente ed emotivamente; ho avuto bisogno di scendere dalla ruota e prendermi il mio tempo, senza preoccuparmi di ricompormi subito e forzosamente.

Io e Andrea siamo stati al mare, abbiamo camminato sulla spiaggia, abbiamo vissuto, insieme e con naturalezza, il momento del dolore.  Da qui – ne sono certa – è partito tutto: questa condivisione di coppia mi ha avvolto, dandomi la serenità e lo spazio necessari per entrare dentro di me e confrontarmi, come donna, con il mio limite biologico. Mi sono resa conto che pensarlo come un qualcosa di estraneo, un nemico, mi avrebbe portato a vivere una feroce guerra interiore: una lotta in cui avrei potuto bruciare tutta la mia energia, corrodermi dentro, avvelenarmi. E quindi, ho voluto altro. Ho scelto l’amore per me stessa, scelto di accettare il limite, di accoglierlo e metabolizzarlo. Renderlo profondamente parte di me. È stata un’autentica e benefica liberazione, mi ha riempito i polmoni di aria fresca e mi ha fatto tornare a guardare “fuori”. A riaprire gli occhi sul mondo.

Dedico la mia poesia “Virando” a tutte le donne che, come me, hanno sperimentato, o stanno ora sperimentando, il dolore viscerale della sterilità biologica: accogliendo questo dolore, possiamo spalancare il nostro orizzonte. Possiamo percepirci interamente, senza confinarci al nostro apparato riproduttivo, sentendoci donne feconde e ricche di energie genitoriali da esprimere in molti, moltissimi modi. Magari scoprendo – come è accaduto a noi, come è accaduto a me – la meraviglia del mondo dell’adozione.

Virando

 

Cerco di imparare guardando Luana,

spolverata di stelle,

che per ogni dolore 

sa moltiplicare la vita. 

 

E allora ci provo,

mi slaccio: 

la speranza di perdere il punto vita

e guardarlo sformarsi, per nove mesi,

fino a esplodere, 

la lascio andare; 

la accendo

e la libero: 

si fa lanterna,

guadagna altitudine – 

io la ammiro da giù,

rinsaldata alla mia colonna vertebrale. 

 

È questo, il momento; 

è questo il dolore 

da cui moltiplicare la vita – 

vero, Luana? 

 

E quindi mi procuro 

un ago a cruna grossa e un filo spesso: 

e di sogni, inizio a cucirne altri. 

Il mio punto vita non si è mosso 

di un centimetro; 

ma intanto io, 

incredibilmente, 

sto virando. 

E sento, dentro, 

aprirsi le ossa,

estendersi i legamenti, 

spalancarsi il bacino

e fare spazio, tutti gli organi,    

compresi quelli malconci: 

anche lo stomaco infiammato 

e la colecisti, col suo carico di sabbia biliare,  

nella loro sapienza, fanno posto. 

Posto per la figlia o il figlio 

che, conformemente alla legge 184 del 1983, 

mi arriverà dal mondo, 

e che al mondo, 

gradualmente, 

restituirò. 

Chiara Nobilia

 

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ITALIAADOZIONI
Redazione