Possibili problematiche relazionali e d’apprendimento

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Eventuali segni di disagio nei minori adottati si manifestano e si modificano in relazione all’età e trovano nei passaggi evolutivi maggiori possibilità di espressione: sono dunque frequenti le segnalazioni all’inizio della scuola primaria o in concomitanza con la pubertà. Particolari comportamenti problematici e difficoltà di apprendimento, nel caso in cui non vi siano disturbi specifici, dovrebbero essere considerati come espressione della storia del bambino e spingere insegnanti e genitori ad interrogarsi ed individuarne il reale significato. Le insegnanti sono chiamate a cogliere anche le minime difficoltà nei propri alunni, espresse dal disinteresse per lo studio, da comportamenti oppositivi o aggressivi, dall’isolamento. La scarsa conoscenza dell’eventuale curriculum scolastico pregresso del minore può portare a sottovalutare gli sforzi che invece egli dovrà affrontare per dimostrarsi all’altezza della situazione.

Molti bambini adottivi, soprattutto se hanno un passato difficile, possono incontrare difficoltà di apprendimento che molto spesso hanno origine in quella che Bowlby definisce la «fatica di pensare», legata alla paura che riaffiorino ricordi riguardanti esperienze di vita traumatiche che si vogliono invece dimenticare per sempre. Alcuni studi hanno dimostrato come generalmente i bambini adottivi abbiano un Q.I. nella norma ma punteggi bassi nell’area del ragionamento e difficoltà d’attenzione; ciò si ripercuote indubbiamente sulla studio[5]. La capacità di attenzione e concentrazione è una delle variabili cognitive più sottoposte allo stress emotivo: quando è presente un pensiero forte è indubbiamente difficile concentrarsi. Prestare attenzione ad un compito presuppone che ciò abbia un senso, che vi sia un obiettivo “forte”.

È possibile individuare alcuni fattori traumatici da cui può dipendere una successiva difficoltà di apprendimento:

  • disturbi dell’attaccamento;
  • trauma dell’abbandono;
  • disturbo da stress post traumatico;
  • danni biologici prenatali, perinatali e postnatali;
  • drastici cambiamenti nella vita del minore;
  • contesto familiare.

Il bisogno di attaccamento è innato, condiviso da tutte le specie, e complementare al bisogno dell’adulto di proteggere chi è piccolo e fragile; la mancanza di un corretto attaccamento comporta difficoltà di empatia e poca curiosità rispetto al mondo e alla mente dell’altro. Alcuni bambini abbandonati, a causa della mancanza di un corretto attaccamento con la madre o con una figura di riferimento, potrebbero successivamente soffrire di un Reactive Attachment Disorder, caratterizzato da una mancanza di fiducia nelle figure adulte, genitori compresi, e da atteggiamenti distorti atti a conquistare il controllo dell’ambiente che li circonda.[6] I dati presenti in letteratura tendono ad evidenziare una maggiore incidenza di R.A.D. nei bambini abbandonati ma sostanzialmente non tengono in debito conto gli effetti benefici dell’inserimento in famiglia.

Il trauma dell’abbandono segna profondamente la vita del bambino che generalmente, nel suo inconscio, tende a “salvare” i genitori biologici giustificandone la scelta con il suo essere “sbagliato”; da ciò deriva la bassa autostima che caratterizza i minori adottati. Non colpevolizzare i genitori biologici può portare il minore a leggere l’esperienza dell’abbandono come una giusta punizione alla propria cattiveria ed, implicitamente, ciò può generare la pericolosa speranza di un loro ritorno una volta diventato “buono”. Non è detto che il bambino adottato con un ottimo rendimento scolastico abbia una buona autostima.

La sofferenza fisica, emotiva e relazionale legata all’esperienza dell’abbandono ha indubbiamente un aspetto rilevante ma, in ogni caso, i dati anamnestici che accompagnano il bambino sono spesso carenti e di difficile lettura perché fanno riferimento a parametri peculiari del Paese d’origine. La consapevolezza della frequente scarsa attendibilità della documentazione sanitaria che accompagna questi minori ha indotto centri pediatrici specializzati ad elaborare protocolli diagnostico-terapeutici da poter eseguire nel periodo immediatamente successivo all’arrivo in Italia ed in ogni caso prima del loro inserimento nelle istituzioni scolastiche.  Nei bambini adottati molto piccoli, prima dei tre anni d’età, non sono ancora visibili eventuali difficoltà derivanti da patologie dei genitori biologici, per esempio l’alcolismo; l’uso di droga ed alcool durante la gravidanza comporta una maggiore incidenza di parti prematuri ed un conseguente incremento del rischio di ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder). L’ADHD rappresenta un vero e proprio disturbo, ben diverso dall’ansia e dal temperamento vivace che possono caratterizzare tanti alunni figli adottivi. I bambini che soffrono della sindrome d’iperattività hanno difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti, scarsa tolleranza alla frustrazione e sono in continua ricerca di attenzioni. Questi alunni hanno bisogno di insegnanti competenti e creativi che sappiano catturare la loro attenzione e contenere i loro eccessi comportamentali canalizzando le reazioni impulsive in atteggiamenti adeguati. Non vi sono molti studi che connettono l’ADHD con il percorso di vita adottivo ma quelli esistenti lo riconoscono come il disturbo più ricorrente fra i bambini adottati[7].

I drastici cambiamenti che segnano inevitabilmente i primi anni di vita del figlio adottivo rappresentano una delle possibili cause di successive difficoltà scolastiche; egli arriva a scuola a seguito di un complesso viaggio fisico e psicologico, diverso da quello affrontato dai compagni di classe.

Il bambino adottato può incontrare tre categorie di difficoltà nei processi d’apprendimento:

  • difficoltà linguistiche
  • difficoltà emotive
  • difficoltà relazionali

Un pregresso ritardo di sviluppo del linguaggio, talvolta sconosciuto a genitori ed insegnanti, o l’adozione in età scolastica potrebbero rappresentare la causa di difficoltà nella comprensione del testo, nella produzione scritta, nella capacità di studio autonomo. I bambini, infatti, imparano e parlano, relativamente presto, l’italiano ma generalmente ne acquisiscono una comprensione profonda e flessibile solo dopo alcuni anni; si tratta di un’abilità più complessa che permette, ad esempio, di dare un differente significato alle medesime parole in relazione al contesto nel quale vengono utilizzate.

La povertà di relazioni sociali e la mancanza di un corretto attaccamento comporta difficoltà di empatia e di verbalizzazione e gestione del proprio vissuto emotivo; nell’esperienza scolastica ciò si può tradurre, ad esempio, nell’incapacità di esprimere pareri e giudizi.

Un bambino appena arrivato nel nostro Paese può avere difficoltà d’interazione con i compagni e gli adulti in quanto le regole ed i comportamenti acquisiti, ad esempio, nell’istituto difficilmente si adattano al nuovo contesto di vita; può aver vissuto in realtà nelle quali vigeva la “legge del più forte” e quindi ricorrere abitualmente ad atteggiamenti aggressivi per manifestare i suoi desideri o semplicemente perché solo comportandosi male, in passato, ha ricevuto attenzioni. Le esperienze di precoce istituzionalizzazione possono portare i bambini a temere l’adulto e ad aderire solo superficialmente ai modelli comportamentali proposti dalla scuola mentre i minori cresciuti in condizioni di disagio sociale e familiare tendono ad essere più maturi rispetto alla loro età anagrafica ma ambivalenti nei rapporti con l’adulto e con i pari. L’insegnante che evita di occuparsi dell’aggressività manifestata dall’alunno tradisce la sua implicita richiesta d’attenzione; esperienze empatiche correttive, sperimentate all’interno della scuola, possono invece gradualmente restituirgli la speranza di essere significativo anche rinunciando a comunicazioni eclatanti e violente[8].

Difficoltà scolastiche possono presentarsi in tempi e modalità diverse da bambino a bambino e coinvolgere differenti aspetti della vita scolastica: rendimento, comportamento, rapporto con i compagni o con l’insegnante. È fondamentale che i docenti non abbiano una visione deterministica rispetto a questi fattori di rischio e che quindi non si aspettino dal bambino un rendimento inferiore rispetto a quello richiesto al resto della classe: essere stato adottato non può e non deve essere ritenuto un handicap; un trattamento differente rispetto a quello utilizzato verso gli altri alunni veicola un pericoloso messaggio di diversità che non è d’aiuto né per il minore in sé né per la sua crescita ed integrazione nel gruppo classe. Nel caso invece di reali difficoltà e problematiche è opportuna la dovuta attenzione da parte dell’insegnante in quanto erronei giudizi di pigrizia ed inerzia potrebbero incrinare il rapporto del bambino con la scuola e ledere la sua autostima; soprattutto in questi casi diviene ancora più importante un confronto costruttivo con la coppia genitoriale e con eventuali figure professionali di riferimento, nel rispetto delle reciproche competenze e dei diversi ruoli.


[1] Chistolini M., “Il bambino straniero adottato”, Prospettiva Persona, 63, 2008, pp. 56-60.

[2] Palacios J., Brodzinsky D., Psychological Issues in adoption: research and practice Greenhood Publisching Group, London 2005.

[3] AAVV L’inserimento scolastico dei minori stranieri adottati a cura della Commissione per le adozioni internazionali e dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, Scuola Sarda Editrice, Cagliari 2004.

[4] AAVV L’inserimento scolastico dei minori stranieri adottati a cura della Commissione per le adozioni internazionali e dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, Scuola Sarda Editrice, Cagliari 2004.

[5] Chistolini M., Scuola e adozione. Linee guida e strumenti per operatori, insegnanti e genitori Franco Angeli, Milano 2006.

[6] Polli L., Maestra sai…sono nato adottato. Piccolo vademecum di sopravvivenza per genitori e insegnanti. Editrice Mammeonline, 2004, p. 73.

[7] Chistolini M., Scuola e adozione. Linee guida e strumenti per operatori, insegnanti e genitori Franco Angeli, Milano 2006.

[8] Sartori P., “Prendere e dare la parola. Il rapporto fra affettività e conoscenza” in Convegno Regionale Scuola e adozione, Venezia 12 maggio 2006.

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A proposito dell'autore

Francesca Carioni
Mamma biologica, insegnante di scuola primaria e referente per l'adozione.