La scoperta delle origini nel cammino evolutivo dell’identità

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Nello scorso week-end si è svolto a Desenzano (Bs) il Convegno “La scoperta delle origini nel cammino evolutivo dell’identità”, primo Convegno Internazionale sull’adozione organizzato dagli adulti adottivi. Di seguito riportiamo una breve sintesi dei vari interventi.

L’identità è molto più complessa dei dati scritti su un documento. Allo stesso modo l’adozione non è un evento con un inizio o una fine, ma uno status che dura tutta l’esistenza. Anzi comincia da prima, con l’abbandono. Per tutta la vita i figli adottivi cercano di unire i punti per disegnare la propria figura, per guardarsi e riconoscersi. Questo sono io, con il mio passato, il mio presente e il mio futuro. Ai genitori adottivi va dato il chiaro messaggio che non devono aver paura di perdere i figli, se questi cercano le loro origini:  dentro di loro c’è spazio per tutti. Quella che conta è la serenità. Accompagniamoli nella ricerca. Il legislatore deve fare la sua parte, perché l’amore e i rapporti umani sono dinamici, non statici. Si cambia, cambia il contesto, cambiano le relazioni: ciò che ho scelto tanti anni fa, adesso magari non lo rifarei più.

Sono queste le conclusioni del convegno “La scoperta delle origini nel cammino evolutivo dell’identità” organizzato dall’Associazione Prisma Luce a Desenzano (Bs) il 5 e 6 settembre scorso. Al convegno hanno collaborato alcune associazioni attive nel sostegno alle famiglie: Albatros, Percorsi, FAeGN (Figli adottivi e Genitori Naturali), Il nuovo Nido, AFAIV (Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita), Ermes, UAI (United Adoptees International) e Kaio (Organizzazione di Koreani Adottivi Italiani). Ma la novità di questo convegno è che è stato organizzato e gestito dagli adulti adottivi, loro stessi professionisti nel mondo dell’adozione.

Ha introdotto i lavori Kim Soo-bok Cimaschi di Kaio che ha riflettuto sulle parole Origine, Identità e Appartenenza, temi fondamentali nella vita di tutti. In particolare chi vive dall’interno l’adozione sa che questo è un processo esistenziale complesso e laborioso dove si è chiamati ad affrontare molteplici risvolti con profonde ripercussioni a livello psico-sociale.

Di seguito ha parlato Tobias Hubinette, antropologo, docente universitario sull’educazione interculturale. Confrontando due ricerche, una negli Stati Uniti e l’altra in Europa, si è potuto constatare che gli USA sono più avanzati per quanto riguarda l’approccio interculturale. L’Europa, più chiusa nel suo nazionalismo, potrebbe attingere agli studi americani perché più numerosi e effettuati su casistiche più ampie. Da queste ricerche è risultato che la partecipazione e l’interesse che un genitore manifesta nella ricerca delle origini del figlio ricade in modo positivo sul legame adottivo.

Molte volte, però, come affermato da Antonella Miozzo, presidente AFAIV, i genitori non conoscono la storia dei propri figli, soprattutto se sono stati adottati da neonati. C’è poi la necessità di una crescita del genitore all’interno del rapporto con i figli. All’inizio si può essere acerbi e possessivi, ma col tempo si deve entrare nell’ordine delle idee che quella relazione genitore-figlio non è un obbligo, ma un legame che cresce. La solidità del legame fa sì che i genitori siano tranquilli di fronte ad una richiesta di cercare la propria famiglia di origine. In fondo si tratta di chiudere il cerchio. Il genitore adottivo non deve temere questo momento perché se c’è un rapporto vero alla base, questo non si cancellerà. E comunque, anche se qualcosa andasse storto, ciò potrebbe accadere per qualsiasi altro rapporto, come avviene tra moglie e marito, nelle amicizie e in altre relazioni all’interno di qualsiasi nucleo. Anche in altre famiglie i figli si allontanano per i più svariati motivi. Come genitori adottivi dobbiamo essere consapevoli che c’è una parte della vita dei nostri figli in cui noi non c’eravamo, in cui non c’entriamo. Potrebbero anche dirci che non ci vogliono nella loro ricerca. In quel caso la nostra forza la dimostriamo nell’essere sempre lì, al loro fianco o guardandoli da lontano, ma sempre vicini se ce n’è bisogno.

Monica Rossi, cofondatrice di FAEGN, ha spiegato le motivazioni che spingono centinaia di adottivi a chiedere il cambiamento della “Legge dei 100 anni” (link a http://www.italiaadozioni.it/?p=14971), quella che consente ai figli non riconosciuti alla nascita di incontrare la madre biologica solo al compimento dei 100 anni di età. La legge è in discussione in Parlamento. Questi ragazzi reclamano il diritto all’identità. “Di che cosa avete paura?”, ha chiesto Monica, “la nostra non è mera curiosità. Siamo convinti che l’adozione sia un rapporto inclusivo della triade genitore naturale, genitore adottivo e figli”.

Anche Valeria Damiano, Giudice Onorario con molteplici esperienze nel sociale, ha riconosciuto di aver cambiato il suo pensiero. Dapprima molto categorica sulla tutela della privacy, in seguito ha avuto il contatto diretto con le esigenze di ragazzi alla ricerca delle loro radici. Alcuni cercano i genitori ma, una volta avuto l’indirizzo o il numero di telefono, non li contattano. Sono soddisfatti così. Molto spesso i fratelli hanno comportamenti diversi: c’è chi cerca e chi no. Alcuni, sebbene adulti, non sanno ancora di essere figli adottivi. Come si sentiranno quando lo scopriranno? Altri hanno incontrato la madre, ma il padre si è negato. Nonostante tutto, dalla sua esperienza con questi ragazzi, ha potuto constatare che, nella maggior parte dei casi, la ricerca porta serenità. Infatti, da più interessati viene ribadito il concetto che “piuttosto del buio è meglio un’eventuale dura verità”.

Carmine Pullano, civilista, ha affermato che la legge deve regolamentare, ma nei rapporti di amore bisogna anche aver un minimo di buon senso. Gli interessi della madre e del bambino non sono statici. Una scelta che è stata fatta in un certo momento critico della vita, può essere rivisitata in seguito.

Ha concluso la tavola rotonda Hilbrand Westra, counselor e terapeuta degli studi sulle Costellazioni familiari: le problematiche della ricerca delle origini, le motivazioni che spingono l’adottato a sapere e le paure che scoppiano in seno alle famiglie adottive sono simili in tutte le parti del mondo. L’abbandono non è un atto fisico, ma un sentimento personale. Un bambino è un recipiente completo. Se riconosciamo ciò, ammettiamo che l’abbandono fa parte del pregresso del bambino. A volte succede che l’adottato si senta sotto pressione per rispondere alle richieste della famiglia adottiva e si comporta di conseguenza per non deluderli. Rimanda la ricerca. Molto spesso, infatti, accade che, se il figlio adulto vuole sganciarsi dalla famiglia, tale atteggiamento entra in conflitto con il concetto comune di adozione dei genitori e della società. Lo si vive quasi come un fallimento. Non si capisce che non ci può essere scollegamento tra abbandono e storia del figlio. Un figlio adottivo è un insieme di rami che si intrecciano ed è difficile capire cosa succede dentro di lui. Se il figlio adottivo non può esprimersi rischia di diventare vittima del sistema con ripercussioni in ambito sociale e in ambito personale. Per risolvere questo malessere dobbiamo uscire dalla logica di tutelare solo l’adozione. Molto spesso i genitori adottivi vogliono rimpiazzare i genitori biologici. Vogliono diventare “I Genitori”, ma sanno benissimo che non possono prendere il posto degli altri genitori. Perché sia l’abbandono che l’adozione non sono scollegati, non sono uno stato mentale, ma la stretta integrazione tra mente, corpo e anima. Di questo sono fatti i figli adottivi, come tutte le altre persone.

Alla fine della sezione merita ascoltare la riflessione di Anita Godelli (del noto Ricorso n.33783/09 – Godelli c. Italia presso la Corte Europea di Strasburgo per i Diritti dell’Uomo del 25 settembre 2012.), una delle promotrici della legge sul diritto alla conoscenza delle origini. Dedicato ai genitori adottivi, tale monito andrebbe indirizzato a tutti quelli che operano nel mondo dell’adozione, in particolare i formatori e operatori che accompagnano le neo famiglie nel loro percorso. Perché, come ribadito in più parti del dibattito di Desenzano, dall’abbandono ha inizio l’adozione, ma l’adozione non è l’inizio assoluto della vita dei nostri figli. Nella sua riflessione, Anita Godelli scrive:

L’adozione deve essere un atto di amore, non un mero desiderio di genitorialità a tutti i costi.

La famiglia che si vuol prendere cura di un essere umano indifeso, sa di accollarsi anche i suoi problemi fisici, morali, psicologici e di dover dedicare a lui molta attenzione e tanto amore, vista la sua fragilità.

In tutto questo è compreso anche il desiderio di conoscere le proprie origini che non si manifesterà in tutti gli adottati, ma se così fosse, un rapporto amorevole e appagante con la famiglia adottiva rafforzerà i legami.

Il voler conoscere le proprie origini è un diritto naturale, non una “curiosità”, come dettomi in più occasioni.

Il sapere che non sei un meteorite senza nome catapultato in questo meraviglioso pianeta, dà sicurezza, autostima e lenisce quel senso frustrante di inferiorità che ti accompagna nel tempo, sviluppando in alcuni un moto di ribellione, non solamente interiore, che risulterà molto pericoloso non solo per se stessi, ma anche per la famiglia in cui si vive e per la società.

La vita è un dono prezioso! Se qualcuno, per motivazioni che non sta a noi giudicare, non si sente di accettare questo dono, lo affida a sua volta ad altri, che se ne prenderanno cura nel valorizzarlo e proiettarlo verso il futuro per contribuire a rendere il mondo migliore.

Questo è il vero senso dell’adozione – quella autentica – priva di egoismi e carica di generosità.”

 

Roberta Cellore – mamma adottiva e blogger

http://ilpostadozione.org

 

A proposito dell'autore

Roberta Cellore
Mamma adottiva, analista bancario, gestisco il blog ilpostadozione.org.