La restituzione della domanda di febbraio

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Difendiamo la scuola, ph. rogimmi (cc.Flickr)

La domanda che abbiamo presentato a febbraio a genitori, insegnanti, operatori, è stata: insegnanti, ritenete importante conoscere il vissuto di un alunno adottato? Pensate che da parte delle famiglie se ne parli troppo, o troppo poco? Fino a quando, secondo voi, è opportuno parlare di adozione? Raccontateci il vostro punto di vista e le vostre esperienze.

Le risposte pervenute rappresentano bene la varietà della situazione italiana. I pareri, infatti, come era prevedibile, non sono stati concordi, ma nella maggioranza dei casi sia gli insegnanti che i genitori ritengono sia un bene parlarne e informare la scuola,  non per avanzare pretese di compassione (! ) o facilitazioni, ma attenzione maggiore quando si parla di famiglia” come  ha sottolineato  Giuse.

Per quanto riguarda le esperienze vissute, sembra che la situazione sia diversa da caso a caso. Alcune volte i genitori hanno cercato di parlarne, di spiegare, di far conoscere le problematiche adottive, ma hanno avuto l’impressione, come ha sottolineato Elisabetta, di “parlare al vento”. Altre volte, e speriamo, vogliamo credere che si tratti della maggioranza dei casi, le insegnanti si sono mostrate disponibili e sensibili e la situazione per il bambino e per la classe è stata più serena.

Alcune insegnanti, come  Claudia (sarà un caso che sia anche mamma adottiva?) specificano che “per la serenità del bambino scuola e famiglia devono poter parlare serenamente e gli insegnanti devono conoscere almeno i fatti principali, ma soprattutto devono saper ascoltare la famiglia e rispettarne volontà e indicazioni e continua sostenendo che “ci vuole molto tatto ed attenzione da parte delle insegnanti, per non discriminare e non fare sentire diverso o particolare chi si ritiene uguale agli altri, perché ha comunque una famiglia che lo ha accolto e lo ama e della quale può sentirsi pienamente figlio”. Sergio, un insegnante che si è trovato spesso bambini adottati a scuola, sottolinea : “parlarne è bene, ma (occorre) tenere in considerazione quanto si dice, e non solo per le formalità di rito”. Racconta che si è trovato a lavorare con colleghi che quando si trovavano ad avere a che fare con problematiche scolastiche dell’alunno adottato, ignoravano le eventuali “difficoltà pregresseche lo studente poteva portare con sé e attraverso atteggiamenti inflessibili peggioravanocosì il profitto dell’alunno che si ripercuoteva anche sull’orientamento scolastico e sul giudizio finale”.

Certamente si intuisce quanto sia delicata la questione. I bambini “non amano essere etichettati” dice Claudia, nello stesso tempo si comprende l’utilità per la scuola di creare dei ponti che aiutino a comprendere meglio lo studente.  Tuttavia i pareri non sono tutti favorevoli. C’è chi sostiene che Disponibilità, collaborazione e trasparenza dalla materna, alle elementari e alle medie tra famiglia e docenti… va detto anche alle superiori perché è questa l’età più critica, quindi che va più monitorata  dice Rita, ma c’è anche chi non vorrebbe parlarne, chi come Michela ci dice:Mi chiedo da mamma ado perché il testo di italiano della prima elementare di mia figlia parli di adozione. Una pagina per la mamma di pancia e uno per la mamma di cuore. Fa parte del programma ministeriale? La famiglia è un concetto che si impara a scuola? O a casa con l’esempio? Mia figlia che non vuole sentirsi diversa perché deve subire una lezione e discussione in classe sull’adozione da una maestra che dopo averci parlato diverse volte non sa nulla del mondo delle adozioni e della psicologia dei nostri bimbi?”.

“A volte – evidenzia *Simona Giorgi, psicologa e psicoterapeuta – il rapporto genitori ed insegnanti può entrare in crisi per bisogni della famiglia male interpretati dalla scuola o viceversa. Nonostante si affermi il contrario, spesso c’è il bisogno di considerare l’adozione un fatto privato. Quanto compete sapere all’insegnante? E necessario sapere che un bambino è adottato e se ha attraversato particolari sofferenze; ma per l’insegnante è fondamentale un rapporto di fiducia e di stima con il genitore.”

Come giustamente ci ricorda Daria nel suo interessante intervento “Integrazione, intesa come cambiamento di tutti i soggetti – che si mescolano – si relazionano l’un l’altro, si scambiano emozioni, pensieri, vissuti, valori… è un obiettivo oltre che un valore portante del rapporto educativo e di sviluppo del bambino, del contesto di vita di ognuno di noi. Sensibilità, supporto, condivisione può permettere di arricchire tutti i membri che partecipano alla vita dei bambini, di arricchire i bambini. Ogni bambino offre all’altro (bambino, adulto) il suo vissuto, richiede comprensione, aiuto nel comprendere e trovare soluzioni e concezioni di vita positive. Oggi bambini con famiglie tradizionali, nuove, separate, riunite, allargate, multiculturali, con bambini speciali, …tutti questi bambini richiedono semplicemente sensibilità nell’accogliere le loro emozioni, difficoltà, conferme… Sempre c’è bisogno di “insegnare” la sensibilità nel rispetto del bene degli altri. Sempre in accordo con la famiglia si può intraprendere un percorso che “apre” la scoperta di sè stessi e degli altri, perchè essere famiglia, figlio, genitore oggi ha come sempre e prima di tutto un significato di affetto, di amore, di bene, di condivisione, di supporto sempre presente. Forse mettere al centro dell’educazione questo aspetto, ricercare il significato della famiglia, del volersi bene, porterebbe un “guadagno” per tutte le famiglie, per tutti i bambini, per tutti.”

Come affermato da **Chistolini Occorre, da parte di insegnanti e genitori, la consapevolezza che la scuola non può non trattare temi quali la famiglia, il rapporto genitori-figli, le differenze somatiche, le diverse origini geografiche, ecc. Si rende quindi necessario attrezzarsi per farlo in maniera attenta e competente, evitando di drammatizzare, banalizzare o, più frequentemente, di ignorare ciò che i bambini portano, con la loro semplice presenza, in classe.”

In conclusione si potrebbe diamo cercare di riassumere il dibattito del mese di febbraio, con le seguenti parole di ***Duccio Demetrio: L’ingresso a scuola è uno dei primi indicatori dell’andamento e della legittimazione dei processi affettivi nella famiglia adottiva. Occorre coltivare una collaborazione fra tutti coloro che fanno parte del percorso adottivo per dare continuità e coerenza alla narrazione [...]. A scuola si realizza l’incontro tra il mondo del bambino e quello della comunità  locale e del gruppo. Si realizza  il processo di conoscenza e apprendimento, a volte con fatica, integrando quello che siamo e conosciamo di noi con ciò che è ancora sconosciuto, costruendo un ponte tra passato, presente e futuro”.

*S.Giorgi, “Figli di un tappeto volante” Edizioni Magi 2006, p.35

**M.Chistolini,”Scuola e adozione. Linee guida e strumenti per operatori, insegnanti e genitori” Franco Angeli, Milano 2006, p. 23.

***G.Favaro R.Pregliasco, (a cura), “Insieme a scuola. Buone pratiche per l’inserimento scolastico dei bambini adottati” Istituto degli Innocenti (Collana “Studi e Ricerche”), Firenze 2010, p.  85.

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ITALIAADOZIONI
Redazione