Intervista al Dottor Augusto Bonato

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Giudici e adozione

Con orgoglio e gratitudine presentiamo ai nostri lettori una nuova importante collaborazione per Italiaadozioni: il dottor Augusto Bonato (psicologo, psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale dei Minori di Milano),  che d’ora innanzi ci accompagnerà con la sua incredibile esperienza e la sua sensibile umanità a riflettere sui temi a noi cari dell’adozione e della tutela dell’infanzia.

Cosa significa per uno psicologo-psicoterapeuta essere stato giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Milano?

Ho concluso nell’aprile del 2014 il mio servizio in qualità di giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, alla scadenza dei tre mandati triennali canonici consecutivi.

Considero questa esperienza come un’occasione preziosa di arricchimento umano e professionale. Un vertice di osservazione sul mondo dei bambini speciale, unico.

Ho sempre avuto una grande curiosità di “conoscere l’uomo”, di avvicinarmi a poco a poco al suo mondo intimo, segreto. Magnifico e tremendo. Negli scritti poetici della Bibbia si leggono espressioni che suonano così: “…che cosa è l’uomo che Tu ti ricordi di lui, il figlio dell’uomo che lo vuoi visitare? Lo hai fatto poco meno di un dio, coronato di gloria e d’onore e hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi…”, ma altrove si legge anche: “…il cuore dell’uomo è inclinato al male fin dall’infanzia”.

Immaginavo il T.M. come l’ultimo  presidio di salute mentale e fisica per bambini che hanno bisogno urgente di cure intense, chirurgiche o mediche e di tempi adeguati di “rianimazione”.  Minori esposti a rischio di morte o a danni irreversibili, vittime di violenze e di negazione dei loro diritti fondamentali. Vi si ricorre quando le buone  agenzie educative (famiglia, scuole, gruppi sportivi ed eventualmente  servizi sociali di zona, consultori famigliari, unità di neuropsichiatria), pur facendo rete e lavorando con professionalità, non riescono ad ottenere modificazioni significative e durature di  sofferenze e patologie  che minano dall’interno famiglie con bambini a rischio.

Ho lavorato nei servizi di neuropsichiatria per l’infanzia e l’adolescenza per una trentina d’anni. Vi si svolgeva  attività clinica di consultazione, diagnosi e cura delle sofferenze psichiche dei minori e delle loro famiglie. Ci si occupava  di prevenzione del disagio psico-sociale presso le istituzioni educative pubbliche: nidi, scuole dell’infanzia e dell’obbligo e si attuavano supervisioni agli educatori delle piccole comunità dove vivevano bambini e ragazzi allontanati temporaneamente da casa per gravi situazioni in famiglia. Questi  gruppi di lavoro  erano spazi di formazione continua nei quali operavano maestri di grande competenza scientifica, capaci di armonizzare le qualità e il lavoro dei diversi professionisti .

Presso il Centro Benedetta D’Intino, per vari anni, ho fatto parte di un gruppo di psicoterapeuti che  faceva ricerca e discuteva  casi di bambini adottati o in affido seguiti con psicoterapia. La dott.ssa Claudia Artoni Schlesinger, psicoanalista della S.P.I.,  esperta del “mondo dell’adozione”, lo coordinava e faceva la supervisione clinica.

Con questo bagaglio ho dato la mia disponibilità a prestare servizio presso il Tribunale per i Minorenni di Milano. Mi sembrava un modo appassionante di completare il mio percorso professionale.

Al tribunale per i minorenni mi fu chiesto di lavorare nel gruppo dei giudici onorari che si occupa delle adozioni nazionali e degli abbinamenti.

I magistrati di professione o “togati” dispongono di una lunga  formazione e di grande competenza in materia giuridica. E sono chiamati, dopo aver diligentemente approfondito una vicenda particolare, ad emettere una decisione: sentenza, decreto, ordinanza.

I giudici hanno bisogno di essere aiutati a valutare  le differenti situazioni concrete attraverso “perizie” e  consulenze di esperti nelle varie discipline scientifiche, umanistiche e sociali.

Questo compito di supporto è svolto da un nutrito gruppo di g.o. (giudici onorari) che provengono da diverse professioni complementari: educatori, assistenti sociali, psicologi, neuropsichiatri infantili,  pediatri, psichiatri, chirurghi…che ascoltano bambini, genitori, operatori dei servizi, interpretano  referti ed esami medici, e collaborano, con le loro relazioni e i loro pareri, a formulare, in camera di consiglio, la decisione che si spera e si vuole   “giusta” e utile alle persone, bambini innanzitutto, e genitori che attraversano crisi dolorose, difficili da superare senza un intervento autorevole e vincolante, prudente e necessario per arrivare alla valutazione del tribunale.

Le  decisioni dei giudici determinano il destino dei bambini e delle famiglie.

Ai  bambini ci si deve avvicinare,  li si deve osservare e  ascoltare con intelligenza rispettosa, creando un clima di relazione che consenta lo svelamento della verità. I luoghi dell’incontro e della conoscenza possono essere le neonatologie degli ospedali, le stanze delle audizioni del tribunale, quelle dei colloqui discreti nelle piccole comunità di accoglienza.  I bambini, devono poter cogliere nell’atteggiamento del giudice  rigore  ma anche umanità, che permetta loro di  raccontare anche quelle vicende segrete che mai si sono sentiti di poter dire in precedenza. E lo fanno  solo perché finalmente hanno  incontrato una persona di cui ci si può fidare.

Stupore e  commozione davanti a drammi e a meraviglie sempre nuovi. Queste  audizioni  fanno balenare spesso uno spiraglio di luce e di speranza nella vita, liberano da segreti insopportabili e  danno sollievo e consolazione.

Dove aumenta la conoscenza, è vero, lì cresce anche il dolore. Ma il dolore consapevole è  quasi sempre una porta di accesso alla cura di sé e alla guarigione. E consente a chi lo accosta di apprendere  l’arte della compassione.

Ricorda un episodio particolare che l’ha colpita durante la sua esperienza al T.M. da raccontare ai lettori di ItaliaAdozioni?

Ero arrivato da pochi mesi al T.M. e un “togato”, titolare del fascicolo,  mi chiese di ricevere e ascoltare i pensieri e le decisioni di una giovane coppia di immigrati  originari di un grande Paese orientale. Erano in Italia da sei o sette anni e lavoravano nove o dieci ore al giorno. Mettevano da parte tutti i loro risparmi perché erano determinati a rientrare nel loro villaggio di lì a qualche anno. Avevano lasciato i rispettivi genitori, vecchi, poveri, e in precarie condizioni di  salute con la promessa di  ritornare a casa per assisterli.

Il giudice delegato aveva provveduto perché all’audizione fosse presente un interprete ufficiale, in modo che i loro pensieri mi arrivassero chiari e le mie domande fossero per loro comprensibili. Conoscevano poco e male la lingua italiana, anche perché frequentavano quasi soltanto persone della loro terra. Vivevano un dramma e si confrontavano con un dilemma difficile da sciogliere.

Da qualche settimana avevano avuto un bambino, partorito in un ospedale della città. Il bambino era portatore di una severa sindrome genetica con evidenti malformazioni somatiche e una prognosi molto probabile di significativi deficit cognitivi e comportamentali. Lo avevano riconosciuto. Questi genitori erano giovani, belli e gentili.

Raccontarono su mia richiesta la loro storia di indigenza, di fatiche, di speranza. Ma il loro tormento vero, profondo e lacerante era un altro.

“Nel nostro villaggio contadino, fra la nostra gente, la nascita di un bambino malato come il nostro è considerata una maledizione. E’ causa di vergogna, provoca isolamento ed emarginazione sociale della famiglia. Di solito viene tolto ai genitori e collocato in una brutta istituzione per “deficienti”.

Le parole, sussurrate, uscivano lente, accompagnate dalle lacrime del padre e rotte dai singhiozzi trattenuti della giovane mamma.

“Noi non vogliamo che il nostro bambino ci venga tolto e portato in un luogo come quelli, e che le nostre famiglie  vengano guardate come indegne, colpite dal castigo del dio. Noi vi preghiamo di trovare per lui, qui, una famiglia buona, che gli voglia bene, non si vergogni di lui, lo curi, lo faccia crescere e gli dia la migliore educazione possibile”.

La loro decisione era maturata dopo giorni  e giorni di angoscia e di dubbi. Avevano chiesto aiuto a  persone del loro paese: anziane, sagge e di cuore. Si erano convinti, senza tentennamenti e sbavature.

Verbalizzai il colloquio. La mano mi tremava. Il testo era sostanzialmente  questo.  Lo lessi, l’interprete lo tradusse punto per punto; chiesi se avessi espresso fedelmente il loro pensiero e la loro determinazione. Precisai ancora cosa significasse e quali conseguenze producesse  nel nostro paese un’adozione piena. Specificai che, normalmente, solo a 25 anni il loro bambino, cresciuto, sarebbe potuto tornare in Tribunale a chiedere  chi fossero i suoi genitori di nascita. A loro non sarebbe mai stato consentito di conoscere la famiglia che lo aveva accolto come figlio.

Alle parole tradotte dall’interprete, facevano cenno con movimenti lenti di assenso col capo.

Tornai a chiedere se questa loro decisione fosse definitiva e presa liberamente. Confermarono. Sottoscrivemmo tutti e quattro il verbale.

“Non ci sono parole” si dice in questi casi. Ecco, era proprio così.

Si congedarono con una forte stretta di mano e un inchino profondo del capo e le mani congiunte davanti alla fronte.

Dopo poco andai a riconsegnare il fascicolo al giudice che mi aveva chiesto di procedere a quella audizione. Ero sfinito e provavo una profonda pietà. Gli dissi: “Ti sono grato per la fiducia che mi hai mostrato…ti chiedo però, per  un anno almeno, di risparmiarmi un’altra audizione come questa”.

Augusto Bonato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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