Il giro del mondo degli orfanotrofi; intervista ad Andrea Caschetto

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Andrea Caschetto-fonte foto: plus.goole.com

Dieci anni fa, ad un ragazzo di 15 anni veniva diagnosticato un tumore al cervello; una notizia sconvolgente, che cambia totalmente il percorso di vita di questo giovane siciliano, ma che viene affrontata con la semplicità di un adolescente. Tutto cambia dopo quel delicato intervento; Andrea è salvo ma la memoria non è più la stessa e sfuma il sogno di diventare magistrato. Un viaggio in Africa qualche anno dopo lo sorprende; al ritorno nella sua Sicilia ricorda ogni cosa: i volti dei bambini, le attività fatte e le emozioni provate. Oggi Andrea gira il mondo passando da un orfanotrofio all’altro, cercando di divertire e far giocare tutti i piccoli che incontra.

Come è nato in te il desiderio di partire per incontrare tanti bambini che, in territori completamente diversi fra loro, iniziano a crescere in istituto?

A diciannove anni, l’opportunità di un viaggio in Sudafrica, in un orfanotrofio, mi ha regalato un’esperienza unica, che mi ha fatto stare bene e sentire importante per ognuno dei piccoli bambini incontrati. Ho sempre amato viaggiare perciò, avendo concluso gli studi, ho pensato di concedermi del tempo per portare un sorriso e tanta allegria a tanti bambini che crescono soli e sono giustamente bisognosi d’affetto.

Cosa ti colpisce maggiormente nei bambini che incontri nei tuoi viaggi?

Sicuramente l’uguaglianza; questi bambini soli, in ogni parte del mondo, hanno in comune l’entusiasmo verso un amico “più alto” che prova a farli divertire e a giocare con loro.

Quali differenti tipologie di strutture hai trovato nel tuo viaggio? Vi sono differenze negli orfanotrofi da Paese a Paese? Quali?

Purtroppo si, anche fra i bambini orfani vi sono quelli più fortunati e quelli meno. Le differenze non sono tanto visibili da Paese a Paese ma più fortemente si avvertono in relazione a chi gestisce le strutture. Gli istituti nel quale ho avvertito più criticità sono quelli governativi, nei quali lavorano persone pagate dallo Stato, che sostanzialmente tendono ad essere poco motivate nella cura di questi bambini. Purtroppo, rispetto alle esperienze vissute, pur utilizzando un’espressione molto molto forte, certi istituti governativi li ho spesso paragonati a canili; luoghi dove i bambini vengono piazzati e dove ricevono solo ed unicamente il cibo e un posto in cui dormire. Netta e visibile è la differenza con gli istituti gestiti da associazioni e persone spesso esterne al Paese nel quale si trovano; in quest’ultimi si possono trovare giochi ed attività che arricchiscono ed aiutano a crescere.

Ci puoi descrivere la situazione degli orfanotrofi che hai visitato in questi anni?

Credo che l’aspetto che più colpisce e più mi rammarica, in ogni parte del mondo, è l’attesa, il tempo infinito che questi bambini passano ad aspettare che i propri genitori li portino finalmente a casa. Migliori potrebbero essere in questo senso le Leggi dei Paesi nel quale questi istituti si trovano così come potenzialmente migliorabile è anche la legislazione italiana rispetto a questo aspetto. È comprensibile che la coppia debba seguire uno specifico percorso per essere considerata la migliore per quel bambino ma nel contempo gli anni passano; la coppia potrebbe attraversare momenti di criticità e sconforto ma soprattutto il piccolo attende in un istituto.

Quale parte della vita dei bambini ti permettono di conoscere, e quale parte invece rimane tabù. Quando vai negli orfanotrofi ci sono luoghi o sale dove non ti fanno entrare o hai accesso a tutti i locali?

La storia dei bambini è spesso un tabù anche per gli stessi adulti che lavorano nell’istituto; difficilmente si crea un rapporto fondato sul dialogo. Quando arrivo però molti bambini, ma soprattutto quelli più grandi, mi vedono come un amico segreto al quale raccontare il loro percorso; io sono sempre molto felice di questo ruolo speciale che mi permette di accogliere le loro storie ed aiutarli a capire di non essere gli unici, nel loro istituto come in altri, ad aver attraversato un passato difficile.

Quando ho il permesso di entrare in un istituto generalmente non ho divieti di alcun tipo rispetto ad aree dell’edificio e anche quando avverto che ve ne sono di solito faccio finta di non capire e giro ovunque; non ho mai avuto alcun problema in questo senso perché tutte le cose “segrete” non le nascondono certo all’interno di un orfanotrofio ma nelle zone amministrative.

Come vivi la quotidianità in queste strutture? Quali attività proponi ai bambini?

La quotidianità in realtà è sempre diversa: ogni luogo, ogni bambino, ha la propria storia e questi piccoli hanno una felicità spettacolare nel partecipare alle attività che propongo. Le giornate passano benissimo fra musica, sport, disegno, attività creative e d’immaginazione. Credo in queste proposte pedagogiche che mettono in luce come le risposte dei bambini, in ogni parte del mondo, siano le stesse. In fondo, come dico da sempre, le culture sono diverse ma i bambini sono uguali a prescindere dal Paese nel quale nascono.

Ci racconteresti un episodio in particolare?

Episodi ce ne sarebbero tantissimi; l’ultimo in ordine di tempo, che mi ha fatto davvero riflettere, successo solo qualche giorno fa qua a Kampala, in Uganda, ha come protagonista una bambina piccola piccola che tenevo in braccio e che, ad un certo punto, mi ha guardato e mi ha detto: “Mamma”. Mi sono chiesto quali esperienze abbia avuto questa bambina rispetto ad una mamma, se sia inizialmente cresciuta con una figura materna che poi l’ha dovuta, per mille motivi, lasciare in istituto. I bambini non nascono orfani e mai bisogna sottovalutare, nel tempo, il trauma dell’abbandono.

Grazie Andrea, entusiasta dispensatore di sorrisi. 

A proposito dell'autore

Francesca Carioni
Mamma biologica, insegnante di scuola primaria e referente per l'adozione.