Il difficile cammino della acquisizione di una identità

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tesi, ph Giorgio Montersino, (c.c. Flickr)

La tesi di laurea di questo mese indaga il caso etiope con sguardo particolarmente acuto. L’Etiopia è il secondo Paese per numerosità di origine dei bambini adottati da coppie italiane e la prospettiva scelta è quella di attraversare la realtà, il vissuto delle mamme, per far partire riflessioni e spunti. La consapevolezza del dato culturale da parte del genitore adottivo – si parla di mamma, tuttavia la partecipazione e la condivisione da parte del papà è innegabile- resta il muro portante su cui si innestano tutti gli altri aspetti della storia adottiva ed in particolare la convivenza della cultura delle origini con la nuova cultura della famiglia adottiva.

Continua la pubblicazione delle tesi di laurea che hanno come tema l’adozione. Chi desidera condividere il proprio lavoro di tesi sui temi dell’adozione, può inviare un articolo di presentazione della ricerca svolta e l’abstract con le conclusioni a redazione@italiaadozioni.it.

Nel libro di Grossman, L’abbraccio, un bambino chiede alla mamma se c’è qualcuno al mondo uguale a lui e la risposta negativa della madre subito fa nascere una ulteriore domanda. Se sono diverso da tutti gli altri come è possibile non sentirmi solo?

Questa domanda può nascere in ogni bambino, certamente però avrà una risposta meno scontata e facile per un bimbo etiope che viene adottato da una coppia di italiani. Come si può far sentire il proprio figlio accolto seppure in una diversità che non può né deve essere cancellata? Il colore diverso della pelle e le differenze somatiche possono risultare un problema per il bambino o per i genitori in quanto evidenti a chiunque venga in contatto con il nucleo famigliare.

Alcuni genitori sono portati a cercare di minimizzare ai loro occhi e a quelli del bambino le caratteristiche che denotano la sua appartenenza ad una etnia diversa dalla loro; quando i bambini pongono domande relative alla loro diversità fisica cercano di procrastinare il più possibile le risposte, anche negando l’evidenza, continuando a sostenere implicitamente quindi l’ipotesi che ci sia qualcosa di “sbagliato” nell’essere di colore.

Alcuni studi suggeriscono che una famiglia dovrebbe idealmente passare attraverso tre stadi per affrontare ed integrare le differenze etniche nell’adozione. In una prima fase, quando il bambino è appena arrivato ed è ancora piccolo, risulta normale volerlo considerare simile per integrarlo nel nuovo nucleo familiare. In un secondo momento i genitori dovrebbero iniziare a riconoscere le differenze, soprattutto nel momento in cui il bambino cresce e si deve affrontare con lui l’argomento adozione. Una volta riconosciute queste diversità è importante poi non rimarcare tali aspetti ed è più proficuo lavorare sull’individualità di ciascuno di noi.

Rimuovere la storia dell’adozione omettendo ogni riferimento a questa e considerare identica la genitorialità biologica e quella adottiva o, pur riconoscendo le differenze, metterle tra parentesi sminuendo le conseguenze emotivo-affettive che queste possono avere sui bambini, potrebbe portare a future difficoltà nel figlio. Bisognerebbe dunque riconoscere e valorizzare le differenze, integrare la storia adottiva, rileggendola come un arricchimento per tutti. I figli, grazie all’atteggiamento dei genitori, riusciranno a riappropriarsi della propria storia e della propria origine, accettandola.

I genitori che quindi credono nell’importanza di valorizzare anche la cultura del figlio, assieme alla loro, forniranno ai loro figli l’opportunità di crescere conoscendo i valori di entrambe le etnie, tanto da farli diventare orgogliosi delle proprie origini e con un’identità etnica positiva, spesso biculturale (processo di enculturation). Il bambino potrà così avere una doppia identità culturale e sarà in grado di integrare questi due aspetti della sua storia. 

Non basta però parlare delle tradizioni etiopi e mangiare Angera per promuovere una cultura; quello che conta più del resto è l’atteggiamento reale che si ha verso di essa. Le attività di socializzazione culturale, quali leggere libri, ascoltare musiche, mangiare cibi del paese d’origine, vanno quindi promosse dagli operatori ma inserendole in un discorso più ampio che consideri come funzionale l’essere aperti e valorizzanti verso la cultura del figlio, non semplicemente nelle attività, ma anche nei valori e nei sentimenti che, seppur meno visibili, traspaiono comunque al bambino.

Alcune mamme intervistate -a fini di ricerca per la mia tesi di laurea- faticano ad accettare e ad ammettere le differenze dovute al colore della pelle, alle caratteristiche somatiche, alle diverse origine e storia passata. Inoltre pare esserci ancora molta confusione su come trattare questi temi. Essendo proprio queste le particolarità delle adozioni internazionali “visibili”, sarebbe auspicabile ci fossero percorsi aggiuntivi sia prima che durante l’adozione, che si focalizzino sulla preparazione a questo incontro interculturale.

Un percorso già da me sperimentato in contesti differenti, che potrebbe rivelarsi interessante nel caso delle adozioni internazionali, è il laboratorio “Ricuciamo la nostra storia”. In tale laboratorio, ideato dalla cooperativa sociale O.N.L.U.S il Geco, i bambini si sperimentano, attraverso l’arte sartoriale, nella creazione di un astuccio. Il laboratorio si sviluppa in cinque incontri, ciascuno dei quali affronta diversi momenti della propria storia personale. L’obiettivo è duplice: tessere e conservare le fila del proprio passato, valorizzando i momenti importanti ed elaborando quelli più faticosi e, nel contempo, conoscere se stessi nel presente, avviando la cucitura della trama identitaria nel difficile percorso verso l’autoaffermazione e l’individuazione. Considerando le difficoltà specifiche della adozione internazionale, relative al tenere insieme ed integrare Paesi, culture ed esperienze tanto diverse, tale esperienza potrebbe rivelarsi efficace, soprattutto se proposta dopo il secondo-terzo anno, con bambini in età scolare.

La grande sfida nell’adozione è non far sentire il bambino da solo ma accoglierlo in un abbraccio che, come suggerisce il libro di Grossman, non nasconda le diversità ma che le tenga insieme.

Federica Bianchi

Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Facoltà di Psicologia

Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Dello Sviluppo e Della Comunicazione

Relatore: Ch.ma Prof.ssa Cecilia Ragaini

Per leggere l’abstract della tesi clicca qui.

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ITALIAADOZIONI
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