¡CUIDADO AL TĺO! – ATTENTI ALLO ZIO! – sesta puntata

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Illustrazione di Federica Brotto, (diritti riservati) federicabrotto.blogspot.it

Continua l’estate di ItaliaAdozioni con il giallo dell’autrice Paola D’antonio.
Ti sei perso la prima puntata? La puoi leggere QUI

Trovi invece QUI la seconda puntata, la terza puntata , la quarta e la quinta.

Si tratta di un pretesto per parlare del rapporto tra una madre e una figlia adottiva. Un po’ si ride , un po’ si piange e un po’ si riflette. Buona lettura!

Potete anche scegliere di seguire il podcast che abbiamo registrato per voi: lo trovate a fine articolo o su Spotify.

Personaggi:

Ela: figlia adottiva arrivata dalla Colombia a 8 anni

Polly: madre di Ela

Nonna Maria Dina: nonna di Ela, suocera di Polly

Nazareno: zio di Ela, cognato di Polly,  poliziotto in pensione

Zia Sabella, zì Catarina, zi’ Peppe… vicini e parenti della nonna di Ela

Dado, Lea, Milla : coetanei di Ela, ma anche, per le bizzarre parentele da queste parti, suoi nipoti o zii di secondo/terzo grado di Ela, che solitamente abitano al Nord e vengono a Gianpeppino a trovare i nonni

Uomo mezzo morto: leggete fino in fondo, sennò che giallo è?

Sesto giorno a GIANPEPPINO

Visto da POLLY

Meno male che quest’anno ho preso aspettativa, sennò era già ora di ripartirsene, che stress, poi quest’anno co ‘sto poveretto non si è riposato per niente, tutto un viavai di gente, non solo poliziotti e scientifica, ma un sacco di amici e parenti, molti più del solito, perché tutti volevano sapere da noi le ultime novità, e manco fossimo l’ufficio stampa della Questura!

E comunque almeno hanno un po’ sviato l’attenzione da me: e perché sono in aspettativa, ma sto bene?, ma sono sicura?… cheppalle! Il motivo ufficiale è che avevo bisogno di seguire Ela nel passaggio dalle medie alle superiori (ebbene sì, ha 15 anni ma in Italia ha ricominciato la scuola a 9 anni, e non sapeva nemmeno tenere una penna in mano, che fatica la prima estate ad inventarsi qualcosa da scrivere,  come i nomi di tutti i personaggi dei cartoni e qualche storia di Rodari, “La pianta Paolino” che le piaceva tanto…), ma la verità è che fare il mio mestiere, in quell’ambiente di lupi (homo homini lupus, dicevano, ma perché le donne non lavoravano ancora, ora sarebbe mulier mulieri lupa, ve lo dico io!) mi è diventato difficile, mi sento sempre di più come la levatrice di Pirandello, vecchia ma non abbastanza da andare in pensione, però non aggiornata, e quindi ormai inadeguata alla Medicina moderna, mica al giorno d’oggi si può perdere tempo a parlare con un paziente spaventato, non è mica compito nostro, noi dobbiamo applicare procedure e protocolli, un duè…

Insomma, pare che ‘sto poveretto (sentite, per me quando sono malati sono tutti poveretti, la malattia e la morte fanno da livella, almeno nel momento in cui càpitano, poi se sei ricco vai nelle cliniche private, o ti costruiscono l’ospedale intorno come a Schumacher, ma questo è un altro discorso), dicevo, pare che ‘sto poveretto fosse colombiano, insomma, deve essere il mio karma: a 18 anni leggo Cien años de soledad (in italiano, lo spagnolo non era ancora nei miei pensieri, ero giovane, sana e ai figli non ci pensavo proprio, anzi, temevo di rimanere incinta perché dovevo fare ancora tante cose, nella vita, prima di avere un figlio…), a 21 parlandone mi innamoro di un ragazzotto di campagna che puzza di fumo di caminetto, ma che legge in maniera onnivora quello che può (mentre io leggevo quello che trovavo in casa, ed era tanto, perché mio padre era un altro maniaco della lettura), a 30 capisco di non poter aver figli e inizio questa avventura dell’adozione, a 45 anni riesco a partire per la Colombia, dove mi aspettava uno scricciolo pieno di rabbia, mia figlia… e intanto che avevo fatto nella mia vita? Avevo cercato disperatamente un figlio, ma prima c’era da studiare, laurearsi, specializzarsi, trovare lavoro, le ovaie intanto invecchiano, mica ti aspettano. Insomma, Colombia in my mind, era proprio destino, ecco. Ma che cavolo (io alle parolacce non mi sono ancora abituata, che ci volete fare…) ci faceva un colombiano da queste parti? Della famiglia di Ela di sicuro non viene nessuno, perché non si è presentato nessuno al Bienestar Familiar a riconoscerla per prendersela in carico, prima che fosse dichiarata adottabile, e a nessuno verrebbe in mente di rapirla, uno perché non siamo ricchi, due perché la passerebbero grigia, Ela è tremenda, si difenderebbe con le unghie (poche e smangiucchiate, per la verità) e con i denti (anche quelli non perfetti per la malnutrizione, ma comunque è di ganasce forti, quindi un bel morso lo sa dare e come, ne ho portato a lungo il segno il primo anno che era con noi!). E anche droga, qui non ne circola, qui al massimo vanno di vino, quello genuino, fatto da loro e troppo dolce o troppo frizzante, qualcuno è un forte fumatore, ma non mi pare un posto da dipendenze; oddio, se uno ci pensa bene, con tutti ‘sti milanesi di seconda e terza generazione, può anche darsi che qualcuno abbia deviato dagli insegnamenti saggi digenitori e nonni campagnoli, ma da qui a tirarsi dietro uno spacciatore… ma poi perché mai un colombiano deve per forza interessarsi di droga, ci sono caduta anch’io in questo pregiudizio, che pure ho conosciuto un sacco di brave persone, a partire dall’avvocatessa che ci ha seguito a Bogotà, poi la proprietaria dell’Hostal dove alloggiavamo noi e un’altra decina di famiglie adottive, le signore madre e figlia che mi fanno i lavori in casa… certo, ora che ci penso tutte donne, per giunta tutte divorziate da uomini troppo violenti o bevitori: ma come sarà mai che le donne resistono di più ai problemi della vita mentre gli uomini si lasciano andare? Amleto e Ofelia al giorno d’oggi giocherebbero ruoli invertiti, di sicuro! Perché oggi col cavolo che una donna sta appresso alle ubbie di uno che perché si vuole vendicare ti dice che non ti ama più (a parte il fatto che nessuno ti direbbe più di andartene in convento, unica soluzione per le povere donne che un tempo non trovavano marito).

Vabbè, mi sa che vado a cena, qui non c’è molto altro da fare che dormire e mangiare, a tutto il resto ci pensano mia suocera e mia cognata, che così si riscatta dall’essersi presa una laurea a spese dei fratelli e di averla letteralmente buttata alle ortiche, dato che è rimasta in campagna senza cercarsi un lavoro, ma questa è un’altra storia…

 

Visto da ELA

Mia mamma si deve essere riposata troppo, ora ricomincia a rompere coi compiti da fare, le mostre che potremmo andare a vedere, i libri da leggere, e ccheppalle, lo ha capito o no che, anche se non sono risultata dislessica ai test, non ce la faccio a seguire qualcosa per più di 15 minuti, un libro poi dopo le prime righe con un paio di parole che non conosco non riesco proprio a capirlo, quello che fa per me sono i film, meglio se horror, così capisco tutto (cioè capisco che posso avere paura, ma che poi tutto si risolve, forse, ah,ah,ah). Comunque il più bello dei film horror l’ho visto proprio la prima sera qui a Gianpeppino: tipo c’era un tipo (ora mio padre direbbe che non si dice  “tipo”) che voleva rapire una ragazza dopo averla inseguita per tutto un viaggio ma poi la ragazza si capisce che è una zombie e gli fa fare una brutta fine, ammazzandolo con un bastone tipo quelli grossi che portano qui i pastori, ma quelli vecchi, perché i giovani c’hanno il cell come me, e alle pecore secondo me gli fanno sentire il rap e l’hip hop, ahahah. Poi la notte mi sono sognata il mio papà colombiano, che però avevo visto solo una o due volte, c’aveva i baffi neri e un bambino in braccio, penso da un’altra moglie (perché con la mia mamma colombiana ci aveva fatto 7-8 figli, me compresa, che sono l’ultima, e poi l’aveva lasciata, o forse dopo che è morta, boh?), e come una sonnambula me ne sono andata a dormire nel lettone coi miei, che a me quando loro russano io mi rilasso e dormo tranqui. Il film e il sogno mi sono venuti in mente perché stanotte ho fatto un altro sogno, ero piccola e per giocare mi davano delle palline dello stesso colore delle uova azzurrine che c’aveva in tasca quello mezzo ammazzato tra le galline di nonna.

Tutte ‘ste cose mica gliele vado a raccontare quando mi fiondo nel loro letto, anche perché non me ne accorgo nemmeno, e i sogni mi vengono in mente anche giorni dopo, e comunque ci pensa quella defi di mia mamma, piccoletta, mi dice, hai fatto un brutto sogno, amore di mamma? E mica sono più una boccetta, ma che ci volete fare, gli è mancato così tanto un figlio che mi vorrebbe sempre piccolina, tranne poi rompere perché non mi decido a studiare, a pensare al futuro… Il futuro, ma che è? Io devo ancora capire il mio passato, con tutti ‘sti fratelli, sorelle, zii e cugini colombiani, ma perché non mi hanno tenuto là?

 

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ITALIAADOZIONI
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