L’alunno adottato a scuola

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Linee guida MIUR e formazione degli insegnanti sull'adozione

 

Se nella tua tesi di laurea hai trattato o intendi trattare argomenti quali adozione o affido, manda l’abstract a redazione@italiaadozioni.it. Saremo ben lieti di valorizzare la tua ricerca. e di diffonderla tra operatori e famiglie che hanno a cuore questi temi. 

L’alunno adottato a scuola. Breve riflessione sulle Linee Guida ministeriali per il Diritto allo Studio dei minori adottati e sulle possibili potenzialità della loro applicazione“. 

Specificità dell’alunno adottato

Il potere trasformativo dell’esperienza adottiva è ampiamente documentato dalla letteratura scientifica in merito. Infatti, già dopo i primi mesi dall’adozione si osserva un recupero significativo dei bambini post-istituzionalizzati nei diversi ambiti di sviluppo (fisico, emotivo, relazionale e cognitivo) (van IJzendoorn & Juffer, 2006; van IJzendoorn et al., 2005; van den Dries et al., 2009).

Alla base di eventuali deficit di tipo cognitivo possono esserci cause di tipo genetico oppure legate allo sviluppo neurologico (influenzato dai primi contesti di crescita) oppure motivi di tipo socio-emotivo. Secondo le ricerche, l’entità dei possibili ritardi a livello cognitivo all’arrivo del bambino in famiglia dipenderebbe dall’età di adozione del bambino e in particolare dalle condizioni di crescita vissute nei contesti preadottivi (in famiglie affidatarie, condizioni dei diversi contesti istituzionalizzati, ecc.) Il successivo recupero delle capacità cognitive fino al raggiungimento dei valori normativi osservato nel periodo post-adottivo testimonierebbe il valore “di intervento” dell’esperienza di accudimento nel nuovo contesto familiare e la capacità di resilienza dei bambini che sanno dare il meglio di sé stessi e compensano eventuali effetti delle prime condizioni di crescita non ottimali.

Secondo van Ijzendoorn & Juffer (2005), il recupero delle capacità cognitive non è sempre accompagnato da un livello equivalente nelle prestazioni scolastiche. A questa discrepanza,  gli autori hanno dato il nome di decalage cognitivo con il quale si segnala il fatto che, mediamente, le prestazioni scolastiche dei bambini adottati potrebbero non riflettere le loro reali competenze cognitive. Questa ipotesi non ha sempre trovato riscontro nella letteratura scientifica ma quello che appare chiaro, al di là del decalage, è l’importanza degli aspetti di natura socio-emotiva e la loro influenza sulla capacità di apprendimento e sul percorso scolastico. A tutti viene intuitivo pensare che gli alunni con meno difficoltà a scuola sono bambini fiduciosi e sicuri di loro stessi, capaci di regolarsi a livello emotivo e comportamentale e con un sistema di credenze e attribuzioni positivo riferite a sé stesso, agli altri e allo stare in relazione.

Quali sono i principali protagonisti del recupero del bambino?

A questo proposito e come già accennato prima, il primo elemento protagonista nel processo di recupero del bambino e nella formazione di una sua propria identità integrata è  sicuramente la famiglia adottiva. La formazione di un nuovo legame di attaccamento con i genitori sarà la base per la ripresa in tutti gli ambiti di sviluppo prima elencati e permetterà al bambino di affacciarsi al mondo con una nuova fiducia in sé stesso e negli altri grazie a un nuovo sistema di schemi relazionali, acquisito nella famiglia adottiva. In merito alla qualità del nuovo legame tra figlio e genitore adottivo esiste una gran quantità di ricerca che oltre a testimoniare il recupero evolutivo del minore, ha permesso di elaborare interventi di supporto alla genitorialità adottiva di efficacia scientificamente dimostrata, in particolare basati sulla teoria dell’attaccamento.

Il secondo protagonista per quanto riguarda la ripresa in ambito cognitivo e l’occasione di potere esprimere appieno tutte le potenzialità del bambino (cognitive ma non solo) è proprio la scuola. È sicuramente importante che gli insegnanti siano consapevoli di alcuni aspetti dell’esperienza adottiva come per esempio come trattare a scuola la storia personale, l’utilizzo di un linguaggio corretto legato all’adozione, l’accoglienza, l’interculturalità, come affrontare i cambiamenti di grado scolastico, ecc. Inoltre, così come ci si auspica che ogni insegnante “scopra” e “metta a frutto” tutte le potenzialità e le caratteristiche individuali di ogni suo alunno, sarebbe a mio avviso altrettanto importante che i docenti fossero consapevoli dei profondi effetti a livello socio-emotivo che possono avere sui bambini le loro prime esperienze pre-adottive di istituzionalizzazione o di una genitorialità non sufficientemente adeguata e che potrebbero interferire, tra le altre cose, con il loro percorso di apprendimento e con la costruzione di una rete di relazioni positive all’interno della scuola.  Oltre alle conoscenze di base prima accennate varrebbe la pena per un insegnante di qualsiasi grado di scuola, interrogarsi sul significato profondo dell’esperienza vissuta dal bambino in modo da costruire una cornice di significati e di spiegazioni al suo comportamento e di permettere la scelta di strategie e di strumenti che facilitino il percorso di apprendimento e la formazione di nuove relazioni tra i compagni. Elementi indispensabili per il raggiungimento di questi obiettivi sono la formazione degli insegnanti in ambito adottivo, il continuo confronto tra di loro e con gli operatori del settore e il dialogo scuola-famiglia.

Le linee guida e il Referente per l’adozione

Sicuramente, le Linee d’indirizzo per favorire il Diritto allo Studio degli alunni adottati del dicembre del 2014 e inserite nella Buona Scuola (art.1 comma 7 punto L)  hanno colmato un vuoto legislativo e costituiscono un primo e importante passo verso una “cultura” scolastica consapevole delle specificità degli alunni adottati.  Le linee forniscono indicazioni utili su come strutturare l’approccio didattico e relazionale nei confronti dei bambini adottati e delle loro famiglie. A capo di questa missione ci sarebbe la figura del Referente per l’Adozione, responsabile di tenere i contatti con le famiglie, i servizi territoriali, i docenti e i diversi Organi scolastici (preside dell’Istituto Comprensivo, Ufficio Scolastico Provinciale, ecc.)

Sicuramente le linee guida prevedono un potenziamento del dialogo scuola-famiglia e un’attenta valutazione della storia personale, compito principale del referente e degli insegnanti del bambino, sia al momento dell’inserimento, sia negli anni successivi e nei momenti di passaggio da una scuola a un’altra di grado superiore.

I Referenti scolastici sono docenti impegnati in prima linea che dovrebbero avere accesso diretto ai servizi del territorio, alle realtà associative e alle diverse proposte di formazione in materia per i docenti (per loro stessi in primis) così come auspicato dallo stesso Ministero dell’Istruzione.

Chi forma gli insegnanti sull’adozione?  

Per quanto riguarda quest’ultimo argomento (la formazione degli insegnanti) vorrei fare una riflessione personale e qualche domanda in merito. Sembrerebbe che la formazione dei docenti dipenda principalmente da un’operazione di “rete” tra istituti scolastici, enti, servizi territoriali e associazioni che, mediante le proprie figure professionali, farebbero delle proposte formative ai docenti degli Istituti che fanno richiesta in funzione delle proprie esigenze didattiche e scolastiche. Sicuramente si tratta di un meccanismo virtuoso che facilita il confronto e la formazione mettendo in contatto i diversi protagonisti coinvolti.  Il rischio a mio parere è che ci siano differenze evidenti nella formazione degli insegnanti delle diverse scuole e dei diversi istituti in funzione dell’intraprendenza delle scuole, dell’effettiva presenza del Referente d’Istituto per l’Adozione e della presenza e si una comunicazione più o meno forte e sintonica con gli Enti locali e  le associazioni.  Quello che mi chiedo è che se oltre alle linee guida (importante passo avanti nell’organizzare l’approccio dell’istituzione scolastica nei confronti degli alunni e delle famiglie adottive) non valesse la pena che il Ministero facesse un ulteriore passo e  scendesse nel dettaglio di quali sono e che caratteristiche devono avere i percorsi di formazione dei docenti per raggiungere gli obiettivi appena discussi. Per la definizione delle caratteristiche dei corsi di formazione potrebbero essere utili i dati di ricerca in questo ambito, le indicazioni già presenti nelle linee guida e gli spunti che provengono dalle esperienze di famiglie e associazioni. Questo aiuterebbe ad offrire un servizio più omogeneo in tutte le scuole senza dipendere dalle risorse (non solo economiche)  delle diverse realtà territoriali.

È giusto tenere conto delle specificità dei diversi istituti scolastici e delle caratteristiche a livello locale dei servizi ma il fatto di potere fare riferimento a percorsi formativi o a criteri di formazione stabiliti a livello nazionale o regionale (dal Ministero o dagli Uffici Scolastici Regionali per esempio) permetterebbe di offrire le stesse opportunità formative a docenti e alunni nelle diverse scuole del territorio nazionale.

Elena Perez
Corso di Laurea Magistrale in Psicologia.
Tesi di laurea sul VIPP-SD come intervento a supporto della genitorialità adottiva.
Relatrice: Prof.ssa Lavinia Barone

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ITALIAADOZIONI
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