Albinismo: “Abbiamo adottato un bambino albino”

Print Friendly

 

Foto della famigli Sailis


Una coppia di medici ha adottato un bambino albino, proveniente dall’India.
Pur non potendosi considerare una malattia o patologia vera e propria, l’albinimo comporta la necessità di gestire il piccolo con particolari attenzioni.

.

Un bambino albino dall’India
Vogliamo raccontarvi brevemente quale sia stata la nostra storia in questi anni, da quando siamo stati scelti per diventare i genitori di Ruben. Una storia che è iniziata un giorno di febbraio del 2003, quando Sister Cyrene, da Calcutta, dopo averci detto più volte che non c’erano possibilità di avere un bambino indiano in adozione, ci chiese improvvisamente sapendo di parlare a due medici: “Ma voi accogliereste un bambino con un problema di salute?” Rispondemmo di sì, visto che nell’adozione, come nel caso di un figlio naturale, non c’è scelta, ma si accetta il figlio che deve arrivare.
Poi aggiunse: “Adottereste un bambino albino?”
La seconda domanda fu più diretta e per la prima volta la parola “albino” entrò a far parte della nostra vita. Rispondemmo di sì , istintivamente ed immediatamente, ma nello stesso tempo cominciammo a farci tante domande sull’argomento. Avevamo già una figlia e pur essendo medici non eravamo certo degli esperti in materia. Cominciammo quindi una ricerca di informazioni che potesse consentirci di capire, il più esattamente possibile, tutto ciò che riguardava l’albinismo, per prevedere come sarebbero cambiate le abitudini della nostra famiglia e per poter prendere tutte le precauzioni necessarie al benessere di Ruben.

Che cos’è l’albinismo? Una patologia gestibile

In Italia l’informazione era ancora molto carente rispetto ad oggi.
Da bravi medici drammatizzammo ovviamente tutto quanto. Abitando in Sardegna per noi il mare era una costanza della nostra quotidianita’ e proprio per questo ci preparammo con tutte le precauzioni che sarebbero potute servire a Ruben per poter vivere e godere del mare e della Sardegna. Intanto arrivavano le prime fotografie e cominciava la “gravidanza”, fino a quando un bel giorno di settembre, iniziò il lungo travaglio: da Alghero a Calcutta. E poi finalmente il “parto”, finalmente Ruben. La famiglia ora era al completo.

Foto della famigli Sailis

La cosa particolare di un’attesa in un’adozione, invece che in una gravidanza tradizionale è che, al posto di immagini ecografiche, si ha la possibilità di ricevere informazioni su un bambino che esiste già. Le suore, al telefono, ci descrivevano Ruben come un bambino felice ed amichevole, e così si è rivelato.

Durante tutti questi anni la maggior parte delle preoccupazioni che ci avevano accompagnato nei mesi precedenti all’arrivo di Ruben, si sono rivelate esagerate e comunque assolutamente gestibili. Il mare e il sole, con le dovute precauzioni sono assolutamente compatibili con Ruben. Anche a scuola con i problemi connessi all”ipovisione le cose si sono risolte, con qualche sacrificio da parte di Ruben e qualche fondamentale aiuto dalla tecnologia: la digitalizzazione dei libri di testo ha sicuramente rappresentato una svolta nelle possibilità di Ruben di studiare meglio e da solo.

In definitiva, dopo dieci anni, possiamo affermare che “il diavolo non è cosi bianco come lo si dipinge”. L’adozione in bianco è stata una gran bella sorpresa e una esperienza da continuare a vivere con serenità e fiducia.

Famiglia Sailis

Per saperne di più sul tema, guarda il sito  www.albinismo.eu, 

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione