Aggressività e passività dell’adolescente adottato nella relazione adottiva

Print Friendly

Periferia e integrazione comunità rom, ph massimo ankor, (c.c. Flickr)

Leggi la prima parte dell’articolo, riferita all’età infantile: Aggressività e passività del bambino nella relazione adottiva.

.

La rabbia nell’adolescenza adottiva 

La rabbia è un sentimento comune, che ognuno di noi prova. È un’energia che può essere usata in modo costruttivo o distruttivo e può essere diretta all’esterno o all’interno, cioè può manifestarsi nelle relazioni con gli altri e nell’ambiente circostante, oppure può essere rivolta verso se stessi, per esempio, attraverso pensieri persecutori, senso di colpa o comportamenti autodistruttivi.

I ragazzi adottati possono essere arrabbiati, perché sono stati abbandonati, per la delusione di non aver trovato ciò che si aspettavano, per la sorte che è loro toccata, per una serie di questioni alle quali generalmente è difficile dare risposta.

L’intensità della rabbia può variare da situazione a situazione e collocarsi lungo un continuum che va da un grado lieve ad uno massimo. Dipende da una serie di fattori: può essere collegata, in parte, alle vicende precedenti l’adozione e al processo adottivo e, in parte, alla relazione che si è sviluppata nel nuovo contesto familiare e sociale con l’adozione. Non può essere attribuita esclusivamente a ciò che è accaduto prima dell’adozione o, viceversa, dopo l’adozione.

L’adolescenza rappresenta un periodo delicato durante il quale, ai normali processi di separazione-individuazione, si intrecciano gli aspetti relativi all’identità, che richiamano in causa la storia individuale, familiare e sociale.

Quando si verificano degli insuccessi nella vicenda adottiva, i genitori tendono a colpevolizzarsi svalutandosi e attribuendo a se stessi il fallimento, oppure al contrario a sentirsi vittime di vicende di cui sono responsabili altri: i genitori biologici e la famiglia d’origine, che hanno attuato l’abbandono e/o gli operatori dei Servizi preposti all’adozione, che non li hanno sufficientemente sostenuti o non hanno fornito un aiuto adeguato.

Colpevolizzarsi o sentirsi vittime è abbastanza frequente, ma perseverare nell’una o nell’altra condizione non aiuta a recuperare l’energia indispensabile per affrontare le difficoltà.

Rabbia esternalizzata e rabbia internalizzata: due storie emblematiche

Il risultato porta a comportamenti remissivi e passivi, caratterizzati da chiusura e isolamento, riduzione delle relazioni amicali, disinteresse per la scuola e per gli scarsi risultati scolastici.

1.L’escalation della rabbia di Manuel e il ricorso al Tribunale per i Minorenni.

Manuel, 16 anni, di origine Ucraina, adottato all’età di 7 anni, ha affrontato seppur con difficoltà le tappe evolutive, frequentando regolarmente la scuola fino alla terza media. Poi, il passaggio alla scuola superiore si è rivelato difficile.

È questa una situazione comune a un buon numero di ragazzi che concludono bene o male la scuola dell’obbligo scolastico e che si trovano ad accedere, in base alle proprie inclinazioni, ad una nuova esperienza, quella della scuola superiore che mette a dura prova le competenze nell’area dell’autonomia.

Dopo un paio di mesi di frequenza ad una scuola professionale, Manuel dichiara di voler far di testa propria, richiede maggior libertà e autonomia, poi però va male a scuola e litiga frequentemente con i genitori, arrivando a scontri verbali e anche fisici, in particolare con il padre con il quale misura la sua forza.

Quando l’aggressività – come in questi casi – raggiunge livelli piuttosto alti, il ricorso all’autorità giudiziaria è frequente, spesso accompagnata da una richiesta di allontanamento avanzata dal figlio stesso o dai genitori o da parte di entrambi. Oppure sono gli operatori dei Servizi Territoriali o il Tribunale per i Minorenni ad assumere la decisione di inserire il ragazzo in una comunità.

Si tratta di una minoranza di situazioni che assumono aspetti di gravità. Queste storie sollevano molti quesiti relativamente alle tappe del percorso adottivo e agli interventi specialistici che si caratterizzano per la loro molteplicità e la necessità di un’integrazione, tanto indispensabile, quanto difficile da raggiungere, tra operatori e istituzioni.

Senza addentrarci in queste tematiche che richiedono una trattazione specifica, è indispensabile mettere a fuoco dove nasce la rabbia, individuare se la difficoltà rimanda prevalentemente alla condizione adottiva e relative esperienze e all’abbandono, oppure alla delusione delle aspettative sia da parte del figlio che dei genitori.

È naturale che il genitore adottivo si aspetti di trovare una soddisfazione al suo desiderio procreativo e a tutte quelle motivazioni alla base della scelta di adottare, per esempio fare famiglia, tramandare la specie, allontanare la morte, etc. e, perché no, ricevere gratitudine per tutto ciò che ha fatto per crescere il figlio.

Nel figlio adottato, in relazione anche all’età in cui è avvenuta l’adozione, c’è l’aspettativa di trovare una riparazione alla sua ferita, di avviare una nuova vita. Quando queste aspettative incontrano barriere che ostacolano la loro soddisfazione, si pone la necessità di indagare, approfondire e riflettere, non per creare sensi di colpa, ma per individuare quali aspetti incidano maggiormente e operare affinché la  trama dei sentimenti ad essi collegati trovino spazio nella mente e nella relazione con le persone coinvolte.

Può succedere che le esperienze vissute abbiano dato origine ad una aspettativa di risarcimento per aver subito delle ingiustizie o dei danni.

La questione non è sempre evidente, ma non è da trascurare. Essa richiede di affrontare i temi della delusione, della rabbia e del risarcimento atteso per aver subito un danno. Occorre accettare la delusione, fare delle differenze su ciò che è risarcibile e ciò che non è possibile sia risarcito, cercare delle modalità per utilizzare la rabbia in modo costruttivo rinunciando alla modalità anti-evolutiva della richiesta di un risarcimento del danno subito.

Avere bisogno di essere risarciti e agire in funzione di questo bisogno è abbastanza pericoloso in quanto ci si attende dagli altri l’aiuto, evitando di riconoscere le proprie potenzialità e le proprie risorse che sono fondamentali per sviluppare resilienza e avviare un processo di autonomia.

2.La passività di Giovanni, il vissuto di danno e la richiesta di risarcimento.

Giovanni, di origine indiana, adottato all’età di tre anni. Dopo un’infanzia serena, senza problemi, a 14 anni ha iniziato a manifestare segnali di insofferenza alle regole. In terza media non studia, racconta bugie, litiga continuamente con i genitori e con il fratello minore di tre anni, figlio biologico della coppia.

Riconosce la gelosia profonda verso il fratello, più protetto e tutelato, privo di tutti quegli impegni di studio che lo assillano, esprime il suo desiderio di non fare fatica, di vivere di rendita, mantenuto dai genitori. In fondo tutti gli danno regole e pretendono risultati, ma lui non si riconosce in questa realtà, pensa che a 18 anni se ne andrà, senza sapere bene dove; si farà una sua vita, dove nessuno gli dirà che cosa deve fare. Non vuole accettare ordini da nessuno, ha però paura di risultare strano e antipatico, infatti non ha molti amici. Si difende da questa situazione non pensandoci e stando sulle sue, condizione che acuisce il suo senso di isolamento e di estraneità.

Durante la consultazione psicologica, il vissuto di estraneità ha condotto ad affrontare il tema dell’adozione, inizialmente rifiutato, ma poi accettato e riconosciuto. È emerso allora il timore della diversità rispetto al fratello, la paura di non essere sufficientemente amato e, contemporaneamente, una sorta di nostalgico rimpianto per un passato in un mondo diverso, quello delle sue origini, dove forse avrebbe realmente potuto godere di una condizione di privilegio.

Giovanni, una volta più consapevole dell’incongruenza tra il bisogno di affermare la sua autonomia e la richiesta di essere mantenuto, ha accettato di spostare l’attenzione sulle sue sicurezze, così da potere considerare la possibilità di ritrovare una sua autenticità, al fine di ottenere una propria e vera realizzazione e non un vitalizio da invalidità.

Nella realtà troviamo situazioni in cui tratti esternalizzanti si mescolano ad altri sul versante dell’internalizzazione.

Giuseppina Facchi

Psicologa, psicodiagnosta, psicoterapeuta. Già responsabile del Servizio di Psicologia Clinica dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Crema, ha lavorato nell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

:::::::::::::::::::::

Della stessa autrice leggi anche:

Famiglia Adottiva   “L’incontro adottivo: un’opportunità per genitori e figli”

Resilienza  “Il posto dell’adozione tra cura e limiti”

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione