Storie di adulti adottati. Gravidanza e domande sulle origini

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Maternità e domande sulle proprie origini

Una giovane donna sta diventando mamma per la terza volta. La nuova storia che si apre al mondo la riconduce alle sue origini indiane. Si chiede dei genitori e fratelli biologici, che significato ha il suo vissuto.

La gravidanza e le domande sul passato

La mia è una storia buona.

Buona perché ricca di bene, di Amore.

Sono stata scelta, preferita.

Innanzitutto perché sono venuta al mondo. Potevo anche non nascere. Potevo morire nella pancia della mia mamma indiana, insieme a lei. Invece lei è morta ed io no. E mio papà mi ha lasciata in ospedale. Poteva anche portarmi con sé. Invece mi ha lasciata in ospedale e mi ha dato una seconda possibilità.

Le infermiere mi hanno dato il nome che ho ora, Sangeetha, dolce melodia, musica. Poi una suora italiana, suor Armida, che dirigeva un istituto per bambini orfani, è arrivata all’ospedale a prendermi. Non so per quale strano motivo. Ma è arrivata da me. Mi ha battezzata. Già in India, Dio mi ha scelta e mi ha fatta sua attraverso il Battesimo.

Poi sono arrivati due italiani, anzi bergamaschi, Tino e Miriam, che sono diventati i miei genitori. Chissà quanti altri volevano adottare in India eppure io sono stata abbinata a loro! Non ad altri. A loro due. Un uomo ed una donna che negli anni prima di adottarmi hanno scoperto una cosa grande, grazie a un loro caro amico sacerdote, cioè che si adotta un figlio per una sovrabbondanza che si vive, non per una mancanza.

Quando il dolore li aveva resi curvi, ingobbiti su se stessi è stato proprio quell’amico, che ha proposto loro di aspettare ad adottare e provare ad accogliere, come avrebbero fatto un padre ed una madre, le persone che avrebbero incontrato sul loro cammino.

Si sono fidati ed hanno scoperto che Dio toglie per ridare il centuplo. Una sovrabbondanza. Cento volte tanto! Non erano padre e madre di un figlio loro, ma si sono scoperti padre e madre di tante persone che hanno incontrato! E hanno ricevuto altrettanto da queste persone. Questa scoperta li ha resi pronti per adottare.

Per la cronaca: all’inizio Tino e Miriam erano stati abbinati ad una bambina in Bolivia. Mia mamma aveva studiato tutto sulla Bolivia. Poco prima di partire arriva inaspettata una telefonata: c’è una bimba disponibile in India. “Don Giuss dovevamo partire per la Bolivia, ma ci hanno chiamati perché c’è una bimba in India!” “Ma voi cosa volete più di ogni altra cosa?” “Un figlio!” “Allora cosa state aspettando, andate in India, subito!”. Così vennero a prendermi. E dopo di me, Dio ha donato loro tre figli naturali, nel giro di pochi anni.

A distanza di 32 anni dalla mia nascita, ho scoperto anche io questa sovrabbondanza.

La maternità di una ragazza adottata  e la ferita dell’abbandono

La ferita dell’abbandono, che avevo seppellito, che pensavo quasi si fosse risolta, con l’arrivo del mio terzo figlio mi è scoppiata di nuovo nel cuore. La ferita di non aver potuto conoscere la mia mamma ed il mio papà biologici, di non aver potuto vivere con loro, ad un certo punto è venuta a galla e mi ha scombussolata. Mi sono scoperta inquieta e triste, piena di domanda e senza una risposta che mi placasse l’animo, con dentro anche un senso di colpa verso i miei genitori adottivi che per tutta la vita mi avevano amata.

Ma non riuscivo a placare la domanda: “Ma io di chi sono veramente?”. La pace dopo tanti mesi,  l’ho trovata in un istante, eterno, lunghissimo, in cui ho ripercorso tutta la mia vita, tutta questa storia buona. Un istante di pura lealtà, niente mura, barriere, senza difese! Fragile e bisognosa, mendicante di una risposta vera.

Ripercorrendo la mia vita ho visto una bambina, ragazzina, adolescente, giovane donna, adulta, moglie e madre che sempre è stata accompagnata, amata, rincorsa, abbracciata, sollevata, rincuorata da una Presenza, che si faceva carne nel volto dei miei genitori, dei miei fratelli, dei miei nonni, dei parenti, degli amici dei miei genitori (che nel periodo adolescenziale quando non volevo avere a che fare con i miei, mi hanno sostenuta ed aiutata), dei miei amici (tantissimi), di mio marito e dei miei figli anche oggi.

Mi sono mancati certo la mamma ed il papà, là in India, ma davvero il Signore mi ha dato e mi sta dando cento volte tanto. Proprio da una mancanza, Lui si è fatto Presenza. Senza la ferita dell’abbandono, io non sarei qui oggi, non sarei la persona che sono, non avrei questa vita e questa storia buona da raccontare. Non saprei di chi sono!

“Donaci o Signore lo spirito di figli adottivi!”. Donami Signore lo spirito per scegliere e riscegliere ogni istante della mia vita di lasciarmi amare da Te.

Essere oggetto di un Amore smisurato ed eterno, per me questa è la sovrabbondanza della vita.

Sangeetha Bonaiti

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Della stessa autrice leggi anche: Adolescenza e diversa etnia nell’adozione

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ITALIAADOZIONI
Redazione