Adozione e scuola: formare i formatori. L’inserimento scolastico

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I bambini adottati e la scuola

“Adozione e scuola: formare i formatori” fa parte di un gruppo di quattro articoli riguardanti la scuola. Gli altri sono: “Collaborazione e comunicazione”, “Difficoltà di inserimento e programmi differenziati”, “Si può parlare di adozione in classe?”.

I bambini adottati a scuola: chi sono?

Sono bambini in età prescolare o scolare, che devono essere inseriti nel nostro sistema scolastico una volta arrivati in Italia, con tutte le difficoltà che questo importante passaggio può comportare.

In qualunque classe venga inserito il bambino, ha estrema importanza lo scambio di informazioni e la collaborazione continuativa tra scuola e famiglia: ecco che diventa indispensabile che tutti gli operatori della scuola, dalla dirigenza fino alle insegnanti, siano resi competenti ed informati in tale ambito, per poter lavorare insieme alla famiglia del minore e poter offrire al bambino un progetto di lavoro mirato.

Una volta deciso per l’inserimento a scuola, è necessario che questo sia graduale, valutando la classe in cui inserire il bambino, che potrà anche non essere la classe corrispondente alla sua età anagrafica.

Cosa dice l’Ordinamento scolastico per la prima iscrizione

La Direzione Generale Ordinamenti Scolastici precisa che “in casi eccezionali e debitamente documentati, può essere possibile derogare di un anno l’iscrizione alla classe di scuola primaria, a norma dell’articolo 114, comma 5, del decreto legislativo n. 297/1994”.
La Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione, la Partecipazione e la Comunicazione, inoltre, ribadisce che “al fine di consentire la piena inclusione scolastica del minore, è possibile posticipare di un anno l’iscrizione alla prima classe della scuola primaria. La possibilità di operare in tal senso trova riscontro anche nel dispositivo D. Lgs, 294/97 art 114 comma 5 e nella Convenzione sui Diritti del Fanciullo (New York 1989 – Ratificata con L. 176/1991). È dovere dell’istituzione scolastica, garantire il perseguimento degli obblighi di tutela, dell’interesse superiore del minore, anche consentendo deroga all’obbligo scolastico, laddove motivata da adeguata certificazione e sempre in via eccezionale”. (Scuola e adozione: dossier del CARE – Settembre 2013).

Il concetto che comunque deve prevalere su tutti gli altri è il seguente: in qualunque classe venga inserito il bambino, ha estrema importanza lo scambio di informazioni e la collaborazione continuativa tra scuola e famiglia.
Ecco che diventa indispensabile che tutti gli operatori della scuola, dalla dirigenza fino alle insegnanti, siano resi competenti e informati in tale ambito, per poter lavorare insieme alla famiglia del minore e poter offrire al bambino un progetto di lavoro mirato, che possa aiutarlo a sviluppare le sue competenze senza metterlo in difficoltà con richieste e carichi di responsabilità superiori alle sue reali possibilità.

“La scuola deve saper accogliere ed elaborare, per ogni singolo allievo, un progetto educativo-didattico che lo aiuti a crescere, ad apprendere, a stare bene con gli altri e soprattutto ad affrontare quelle difficoltà scolastiche che per i bambini adottati possono essere di tanti tipi diversi, spesso non conseguenza di un’unica causa ma dovute al concorso di molti fattori che riguardano sia il bambino sia i contesti con i quali entra in relazione … La scuola può diventare una sorta di “osservatorio privilegiato”, il luogo più indicato dove predisporre e mettere in atto interventi preventivi ogni qual volta gli insegnanti stessi riescono a rilevare situazioni di particolare disagio e/o di rischio socio ambientale e/o emotivo che necessitano di particolare attenzione” (Paolina Pistacchi, Istituto degli Innocenti, Insieme a Scuola: Buone pratiche per l’inserimento dei bambini adottati).

Da una indagine condotta dalla Commissione per le Adozioni Internazionali fra gli insegnanti e gli operatori del mondo scolastico, è emerso che ben il 48% dei docenti si ritiene poco o per nulla preparato ad affrontare le problematiche riguardanti l’adozione (soprattutto quella internazionale), e ben il 40% degli stessi docenti reputa indispensabile l’apporto di aiuti esterni (personale di sostegno, equipe psico-pedagogica, assistenti sociali, mediatori culturali).
L’associazione “Genitori si diventa”, nel documento “Scuola e Adozione”, ritiene questo dato allarmante, perché “pensare di risolvere i problemi educativi con supporti “di sostegno” può diventare di fatto un delegare ad altre persone dei compiti che invece sono propri dell’insegnante. È certamente una tendenza motivata spesso dalla paura di non sentirsi all’altezza del compito che, pur se comprensibile sul piano umano, è da modificare. Il bambino arrivato attraverso l’adozione vuole e deve vivere la sua esperienza scolastica con il massimo grado di coinvolgimento nella classe e nella scuola; quest’opportunità deve essere concessa al bambino adottato senza che qualcuno lo porti a pensare di non essere come gli altri.”
È necessario quindi che gli operatori della scuola vengano informati sulle specificità dell’adozione, perché arrivino a comprendere che è necessario integrare il loro normale percorso didattico con azioni e approfondimenti che facciano sentire il bambino davvero accolto nel gruppo classe e nella sua nuova società di appartenenza.
Ritengo corretto che, nel caso gli insegnanti non abbiano una specifica preparazione nell’ambito dell’adozione, siano gli stessi genitori a proporre tematiche e spunti di riflessione, fornendo testi e informazioni, chiedendo momenti di incontro e di riflessione, non per sovrapporsi o sostituirsi al ruolo dell’insegnante, ma per aiutare un formatore che ha un compito davvero delicato e complesso, che magari ha volontà e attenzione nei confronti dei suoi alunni, ma che talvolta non possiede gli strumenti adatti per affrontare certe tematiche così articolate e ampie.

L’accettazione del bambino a scuola passa da un corretto linguaggio dell’adozione

La prima richiesta che i genitori adottivi possono avanzare agli insegnanti potrebbe essere quella di usare un linguaggio corretto, quando in classe si parla di adozione e di bambini arrivati in adozione.
Soprattutto nella scuola primaria, la figura dell’insegnante è vista come autorevole portatrice di verità, i nostri bambini danno molta importanza a tutto quello che viene detto in classe, ed i termini usati dagli insegnanti rimangono ben presenti nella memoria dei loro alunni.
Penso sia quindi indispensabile abituare questi futuri uomini e donne a non parlare più di “abbandono” e di “genitori veri o finti”, ma di usare un linguaggio che non metta in difficoltà o in crisi il loro compagno adottato.

Nel suo libro “…e Nikolaj va a scuola” (edizioni Franco Angeli, 2005), Anna Genni Miliotti dedica un capitolo intero alla questione del corretto linguaggio da usare nella scuola quando si parla di adozione, partendo proprio dai genitori adottivi.
I genitori del bambino, negli incontri che faranno con gli insegnanti, potranno parlare della “separazione” del bambino dalla “mamma di nascita”, e non di “abbandono della vera mamma”, come tante volte purtroppo si sente dire, anche nei programmi televisivi che più hanno ascolto.
Potranno parlare non dei “problemi” del bambino, ma dei suoi “bisogni” specifici, così diversi da quelli dei suoi compagni, e che meritano un accoglimento particolare: “Ogni bambino adottato soffre di un complesso di mancanza di autostima, di profonda sfiducia verso se stesso. Ed ogni insuccesso accresce la sfiducia, lo scoraggiamento, e provoca profonde ansie. Un sistema per aiutarlo a costruire la fiducia in se stesso è anche questo, occuparsi dei suoi bisogni. Sono questi bisogni, se non vengono soddisfatti, a divenire quei problemi che sarà poi veramente difficile poter risolvere, anche con tutto l’amore e la buona volontà di cui ogni genitore possa essere capace”.

Le difficoltà che un bambino arrivato in adozione potrebbe incontrare in ambito scolastico sono diverse e quasi inevitabili, ed è necessario che gli insegnanti ne prendano coscienza, senza negare l’evidenza o peggio imputare un rendimento scarso o incostante a “mancanza di voglia di impegnarsi” o “svogliatezza”.
Un bambino adottato è un bambino che ha vissuto un abbandono, a volte addirittura più di uno, che è stato accolto da una nuova famiglia, ma che può comunque vivere il terrore di essere abbandonato nuovamente.
La paura di un nuovo abbandono, insieme al rivivere ricordi riguardanti esperienze traumatiche vissute precedentemente, possono portare il bambino ad una “fatica di pensare”, come la definisce Bowlby, e ciò comporta difficoltà di concentrazione e di mantenere l’attenzione nel lungo periodo.

Francesca Corti

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