Adozione e attaccamento. Quando l’amore non basta

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La funzione riparatoria dell'adozione

Se nella tua tesi di laurea hai trattato o intendi trattare argomenti quali adozione o affido, manda l’abstract a redazione@italiaadozioni.it. Saremo ben lieti di valorizzare la tua ricerca. e di diffonderla tra operatori e famiglie che hanno a cuore questi temi. 

“Adozione e attaccamento: modelli mentali dei genitori adottivi e stress percepito

Nell’uomo la genitorialità è una predisposizione biologica, come dimostrano anche le condotte imitative del bambino piccolo che si traducono in comportamenti di accudimento verso la madre, e quando questa tendenza naturale trova degli impedimenti il bisogno inappagato di generare cercherà una modalità “altra” per esprimersi. L’adozione può diventare allora un modo per vicariare una maternità fisiologicamente impossibile e rendere realizzabile un desiderio ed un bisogno intimo di “continuità”. Infatti non è solo un patrimonio genetico che l’essere umano vuole perpetuare di sé: l’uomo vuole trasmettere anche le proprie conquiste, i propri valori, la propria eredità culturale; desidera “un prolungamento di sé” che dia un significato al suo percorso esistenziale.

Adozione e funzione riparatoria per genitori e figlio

Il bimbo adottato acquista quindi nel vissuto dei genitori una funzione riparatoria che andrà a compensare il desiderio corporeo di maternità e paternità frustrato.

Ma un figlio adottivo arriva nella nuova famiglia con tutto un suo doloroso bagaglio di esperienze pregresse, dove alla ferita dell’abbandono possono sommarsi anche vissuti di incuria, maltrattamento, se non spesso di abuso. E allora “l’amore non basta”.

Accogliere un bimbo così fragile, ferito, spesso gravemente traumatizzato, richiede qualcosa in più, richiede specifiche competenze personali, richiede una salda convinzione nelle proprie motivazioni e nei propri valori personali, richiede la consapevolezza che alle spalle del proprio bimbo c’è un vuoto che non potrà mai essere del tutto colmato. Richiede soprattutto la forza di non arrendersi e di cercare sempre di capire che dietro comportamenti spesso inesplicabili si nascondono un terrore ed una angoscia esistenziali che non trovano voce. E allora il bambino, soprattutto il bimbo adottato già grandicello, potrà essere inspiegabilmente reattivo e opporsi a qualsiasi approccio affettuoso, perché l’esperienza gli ha insegnato che l’adulto può essere un nemico da temere, potrà mostrarsi distante e apatico, indifferente a qualsiasi manifestazione di affetto. O manifestare altri comportamenti che solo il suo passato potrebbe spiegare.

La teoria dell’attaccamento ci dice che le prime esperienze infantili danno ai bambini una chiave di lettura della realtà, formando dei modelli mentali piuttosto stabili. Un bimbo con un passato traumatico tenderà perciò a interpretare la realtà attraverso questo modello derivato dalle sue prime esperienze. Compito dei genitori adottivi sarà perciò anche un paziente lavoro di revisione e ricostruzione di questo filtro emotivo e cognitivo, in modo che il bimbo possa ricreare piano piano dentro di sé l’immagine di un mondo “amico”, dove potrà trovare conforto dal dolore ed essere protetto.

Cosa deve chiedersi una coppia che adotta

Nella maggior parte dei casi una coppia che decide di adottare un bambino arriva a questa non facile decisione dopo aver affrontato ripetuti e infruttuosi tentativi di risolvere un problema di infertilità o di sterilità. Da come i due partner avranno saputo gestire questa problematica complessa e da come ne sarà uscita la coppia dipenderà la qualità della relazione che, come genitori, saranno in grado di costruire col bambino del loro desiderio. Questo lavoro di elaborazione, non facile e sempre doloroso, sarà comunque influenzato anche dall’ambiente familiare circostante, dalle relazioni pregresse con i rispettivi genitori e dai modelli di genitorialità che i due partner avranno mutuato dalle rispettive famiglie. Se tutto questo processo sarà stato compiuto in un’ottica di reciproca collaborazione ed aiuto, dove ogni partner abbia saputo offrire supporto all’altro e contemporaneamente essere da lui supportato, sarà allora più facile “diventare e sentirsi genitori”, affrontando insieme i complessi problemi che li attendono.

In considerazione di tutto questo sarà perciò necessario che i futuri genitori si interroghino in modo molto approfondito sulle loro motivazioni e valutino ciò che realmente li spinge a intraprendere il lungo iter che porterà un bambino in seno alla nuova famiglia.

Soprattutto nel caso di bambini traumatizzati, reduci da esperienze di prolungato abbandono, maltrattamento o istituzionalizzazione sarà necessario che i genitori mettano in campo tutte le loro risorse per rispondere in modo adeguato a comportamenti che, come anticipato, spesso appariranno incoerenti, incomprensibili, a volte oppositivi e ribelli alle stesse manifestazioni di amore.

Infatti solo la grande forza morale di un genitore saldo nelle sue convinzioni potrà piano piano tentare di sgretolare questo muro di “incomprensione” e avvicinarsi al figlio con l’umile pazienza di chi ha capito che i processi logici consueti non servono, ma che è necessario spostare l’ottica interpretativa del comportamento da una causalità nota ad un processo di comprensione diverso che tenga conto di paure e diffidenze profonde.

Le fantasie nel tempo dell’attesa

Come ogni genitore biologico durante il periodo della gravidanza, anche il genitore adottivo, nel tempo che intercorre tra la dichiarazione d’idoneità e l’accoppiamento col figlio adottivo, costruisce nella sua mente un certo numero di fantasie sul bambino che arriverà; ma mentre per i genitori biologici è possibile fantasticare su possibili somiglianze ed esprimere desideri legati a future eredità biologiche, il tempo dell’attesa è, per i genitori adottivi, un tempo in cui doversi confrontare con un “buio”. Questo buio riguarda tanto le caratteristiche del bambino reale quanto il bagaglio di esperienze dolorose che questi porterà con sé dalla sua precedente esperienza; contemporaneamente si tratta, per i futuri genitori, di un periodo che comporta una serie di interrogativi su di sé, sul partner e sul proprio futuro ruolo parentale.

Allora saranno proprio la qualità della coppia ed il modello di attaccamento sviluppato dai due partner, il loro modo più o meno sicuro e coerente di leggere se stessi, gli altri, il mondo a rappresentare la discriminante che consentirà al percorso adottivo di svilupparsi senza scontrarsi con ostacoli insuperabili, consentendo ai due genitori di vivere l’esperienza adottiva con livelli di stress gestibili e, come la ricerca dimostra, equiparabili a quelli delle coppie genitoriali biologiche.

Clotilde Bellani

Università degli Studi di Pavia – Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea Magistrale in Psicologia

 Prof.ssa Lavinia Barone

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