Adozione aperta tra famiglia adottiva e affidataria

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Mantenere il rapporto con la famiglia precedente, sia essa biologica sia essa affidataria.  Una sorta di “adozione aperta” sullo stile degli USA, dove la mamma biologica rimane in contatto con il figlio dato in adozione. Nella testimonianza che segue si tratta, invece, di contatti informali tra famiglia affidataria e famiglia adottiva, decisi in piena libertà. Una scelta nell’interesse del minore.

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Adozione internazionale e maternità biologica: intrecci (im)possibili

Mi chiamo Elena e sono mamma di due splendidi bimbi: Sara figlia biologica di 6 anni e Michele figlio adottivo di 4.

Tutto ha avuto inizio nel 2004 quando, dopo tre anni di matrimonio, non riuscendo ad avere figli, mio marito ed io abbiamo pensato all’adozione. Non dico che la scelta sia stata facile, ma sicuramente ha avuto il sopravvento sul forzare i meccanismi della procreazione. A conclusione dei vari percorsi con l’ASL e con l’ente, innamorati dell’Africa, decidemmo di dare mandato per l’Etiopia.

Era il 2006, l’ente ci aveva pronosticato al massimo un anno di attesa. In effetti le coppie che avevano dato mandato insieme a noi erano state tutte abbinate entro l’estate dell’anno successivo. Noi no. Scoprimmo solo in seguito che il nostro abbinamento andò smarrito per essere ritrovato dopo cinque mesi, a poca distanza dalla sorpresa di essere in dolce attesa.

Quando l’ente ci chiamò per l’abbinamento del bimbo e gli operatori furono messi al corrente della gravidanza, ci consigliarono di rinunciare all’abbinamento, rassicurandoci sul fatto che il bimbo a noi assegnato sarebbe stato subito dato in adozione ad un’altra coppia. Nacque Sara.

Avere un figlio e pensare all’adozione nazionale 

Tanto fu il rammarico di questa rinuncia che, ad un anno dalla nascita di Sara, decidemmo di riprendere da capo il percorso adottivo. Gli operatori si stupirono di tale decisione, ma ci sostennero nella nostra scelta e ci aiutarono a rivedere il percorso con gli occhi di “chi sa che un figlio biologico può arrivare”.

A febbraio 2011 il giudice del TdM ci scoraggiò riguardo all’adozione nazionale dicendo: ”Non avete speranze, avete già un figlio”. Scopriremo più tardi che quello stesso giudice firmerà l’abbinamento con il nostro Michele. Ci rivolgemmo allora allo stesso ente di cinque anni prima per l’adozione internazionale. In verità non ci convinceva l’idea di dover portare la nostra Sara di soli due anni in giro per il mondo. Così decidemmo di fermarci e aspettare, anche se non ci illudevamo sul percorso nazionale.

L’abbinamento con un bambino a “rischio giuridico”

Invece, un anno dopo, giunse una telefonata inaspettata da quel giudice che ci aveva scoraggiato. Ci proponeva un bambino. Da subito stizzita per quello che credevo uno scherzo di pessimo gusto, reagii in malo modo. Una volta rassicuratami che non era una presa in giro, per poco non mi veniva un infarto tanta era la mia felicità. Si trattava di un bimbo di quasi due anni, che dalla nascita era in una famiglia affidataria e che adesso era pronto per l’adozione “con rischio giuridico”. Mio marito ed io ci guardammo appena negli occhi, ma già avevamo accolto entrambi nel nostro cuore questo misterioso bambino. Il giudice ci fece anche una breve sintesi della sua situazione clinica, complicata ma non grave: prematuro con qualche problemino, nulla di irrisolvibile. Ricordo che ci informammo sul suo nome e i suoi tratti somatici. Il giudice ci rispose che era mulatto… il pensiero corse subito a quel bimbo dell’Etiopia a cui avevamo dovuto rinunciare qualche anno prima…e sorridemmo!

Il legame forte con la famiglia affidataria

Trascorse due settimane andammo a conoscere il nostro bambino. Il cuore batteva a mille. Per tutto il giorno non riuscii a mangiare, né a bere, né a parlare. Lo incontrammo davanti all’uscio di casa, insieme alla “madre” affidataria. Ci aspettava con gli occhietti impauriti e al contempo incuriositi. Era uno “scricioletto” magro con dei bellissimi occhi neri. Sapevamo che adorava Topolino e così gli portammo un peluche di Micky Mouse dicendo che era Sara a mandarglielo. Facemmo lo stesso con Sara portandole una Minnie di peluche dicendo che era il suo nuovo fratellino a mandarglielo.

Con Sara non avevamo mai parlato di adozione temendo che questo grande progetto non andasse a buon fine. In un tempo ristretto la preparammo all’arrivo di un fratellino, spiegandole che questo piccolino non sarebbe uscito da nessuna pancia e che aveva la pelle di un colore diverso dal nostro. Tutte nozioni astratte per una bimba di soli tre anni e mezzo, ma lei sembrava a modo suo capire e accettare col cuore tutto questo.

Per tre lunghe settimane andammo avanti e indietro per conoscere pian piano il nostro piccolo e per entrare in confidenza con lui. Fu un impresa molto faticosa e di sofferenza per tutti, specialmente per lui che era molto legato alla famiglia affidataria e non capiva il motivo di tutto questo. Chiamava “mamma” e “papà” i genitori affidatari, sebbene lo avessero preparato a questo passaggio. Non dimenticherò i pianti che faceva ogni volta che si separava dalla mamma affidataria. Erano strazianti. Come non scordo il primo pomeriggio che lo portammo a casa nostra per qualche ora. Per cercare di distrarlo gli facemmo fare un po’ di giardinaggio con noi. Ad un certo punto venne da me, mi guardò con i suoi occhietti intensi e lucidi e alzando le mani in un gesto interrogativo mi disse: “…E mamma …v’è?!?”. Michele non sapeva ancora parlare, ma la sua domanda era molto chiara.

Fu un periodo difficile che culminò quando, dopo tre settimane, lo portammo definitivamente a casa nostra. Non sorrideva mai, era molto arrabbiato e sempre pensieroso, non si esprimeva, se non con i morsi che dava alla sorella per scaricare la sua rabbia. Ricordo che iniziò a chiamarmi “mamma” dopo circa due mesi e mezzo e mio marito lo chiamò per la prima volta “papà” dopo cinque mesi.

Il benessere del bambino prima di tutto

Passati un paio di mesi, nonostante il consiglio della psicologa di dare un taglio netto con la famiglia affidataria, decidemmo di seguire il nostro intuito e iniziammo a parlargli di questa famiglia, a fargli vedere le loro foto, i loro regali e ad un certo punto a fargli sentire la loro voce per telefono. Questo lo aiutò molto, perché quello che per lui era diventato un lutto (la scomparsa improvvisa della famiglia che lo aveva tanto amato) tornò ad essere una realtà ancora tangibile. Erano vivi e gli volevano ancora bene! Dopo cinque mesi, non senza dubbi e paure, li incontrammo su un territorio neutro. Anche questa scelta si rivelerà terapeutica per il nostro piccolo.

Non sono stati pochi gli ostacoli incontrati. In particolare il famoso “rischio giuridico”, e quindi l’affido pre-adottivo vero e proprio, sarà decretato dieci mesi dopo. Una dura contrapposizione tra cuore e ragione, accoglienza e riserva, in attesa che tutto andasse a buon fine. Su invito della psicologa anche Sara doveva essere preparata. Ma come si può dire ad una piccola che suo fratello…era suo fratello…ma forse non definitivamente…? Anche in questo caso seguimmo il cuore e Sara non seppe niente di questa eventualità. Per fortuna tutto è andato bene.

Trascorso un anno e mezzo tutta la famiglia era davanti al giudice del TdM per l’udienza. Ricordo che dopo averci accolto e aver cercato di entrare in empatia con i bimbi, il giudice onorario chiamò a sé la nostra Sara e le sussurrò queste parole: “Sara, il Tribunale ti ringrazia perché col tuo aiuto hai reso possibile questo grande progetto d’amore”. Lei gli sorrise e rispose all’occhiolino! Io e mio marito ci commuovemmo!

La famiglia affidataria e la famiglia adottiva, assieme per quel bambino

Da poco più di due anni Michele è arrivato da noi e la nostra famiglia è felice e unita. I bimbi si amano, litigano e giocano in continuazione, come tutti gli altri fratelli. Continuiamo a frequentare la famiglia affidataria e il nostro piccolo è molto contento di poterli incontrare. Per lui sono come dei “parenti stretti”.

Ora Michele ha quattro anni, sa che è stato adottato come Mosè di cui ama farsi raccontare la storia. Inizia a fare qualche domanda sul suo paese di origine e anche se è consapevole di avere la pelle un po’ più scura della nostra, gli piace sentirsi dire che è dello stesso colore di quella della sua mamma.

Noi crediamo nella Provvidenza che ci ha condotto fino a qui e ci ha regalato questi due preziosi doni. Auguriamo a tutte le coppie che decidono di accogliere una vita, che sia biologica o adottiva, di non temere, di essere  forti e coraggiosi nei momenti di paura e di incertezza.

Elena

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ITALIAADOZIONI
Redazione