L’Adozione a scuola? Un progetto importante che andava accolto

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Sara Blasco, ph Jeena Cucciniello (tutti i diritti riservati)

Sara Blasco, 19 anni e studentessa al Liceo artistico “Max Fabiani” di Gorizia, ha vinto il primo posto nella sezione “Scuola secondaria di secondo grado” della V edizione del concorso nazionale “L’Adozione fra i banchi di scuola”  anno scolastico 2018/19.

L’abbiamo incontrata per conoscerla e per farci direttamente raccontare perché una ragazza, esterna al mondo delle adozioni, abbia deciso di partecipare al nostro bando.

Adozione e scuola?

Sembrava un giorno qualunque. La professoressa entrò in aula, ma il brusio invece di diminuire aumentava: “Come sempre”, pensai.

L’insegnante tentò di riportare il silenzio in classe, cercando di coinvolgere i miei compagni di classe nella lettura di un bando. Pensavo fosse una delle solite proposte relative ad un concorso di design e moda. Mi sbagliavo. Infatti, stava parlando di adozione, bambini, rispetto, famiglia, e questo discorso catturò subito la mia attenzione. Era la prima volta che sentivo parlare di adozione in aula, in una scuola.

Nella mia testa cominciarono a farsi spazio molti pensieri: “Potrei creare qualcosa per un’iniziativa che valorizza la famiglia, l’amore. Potrei dare via libera alla mia creatività per uno scopo bello, importante e utile.”

Così, quasi senza accorgermene, ho alzato la mano e ho deciso di partecipare al progetto.

Pianificazione e realizzazione con empatia e creatività

La professoressa mi ha guidato in un percorso specifico. Un percorso di empatia e di identificazione nel bambino adottato e nel genitore adottivo.

Sono stati mesi particolari, nei quali ho avuto la possibilità di esplorare un mondo lontano dal mio. Un viaggio che a livello personale mi ha fatto riflettere, crescere, alimentando così la voglia di partecipare al progetto.

Dopo questa prima fase è iniziata la ricerca della citazione che mi potesse aiutare. Infatti, per le mie creazioni prendo ispirazione leggendo frasi relative all’argomento su cui devo lavorare. Così, ho trascorso quasi tutto il mio tempo libero su internet e ho trovato l’aforisma che ha fatto centro: ”La nostra famiglia è come una coperta di toppe. Ognuno è diverso e allo stesso tempo unito insieme con amore“. Suonava dolce, calda, vera.

“Bene, e adesso?”. Sapevo che il lavoro era appena iniziato. Anzi, proprio da quel momento liberavo la mia creatività. Potevo prendere in considerazione qualsiasi disegno, illustrazione, immagine.

Schizzi di famiglie, messaggi scritti in modo originale. Niente di tutto quello che avevo realizzato riusciva ad esprimere al meglio il concetto nella mia mente.

Ho preso un respiro e ho iniziato a riflettere su alcuni punti principali di tutto quello che stavo facendo.

“La famiglia è paragonabile ai tasselli di un puzzle; io frequento l’indirizzo di design e moda.” Ho associato il puzzle al patchwork (tipo di manufatto). Ed è nata l’idea. Era nitida, chiara, semplice, diretta: creare delle magliette.

Al posto delle parole ho disegnato le mani. Un intreccio di mani di adulti e di bambini che voleva indicare l’unione familiare.

Non ci sono altri dettagli, perché al di sopra di tutto c’è il cuore e il bisogno di amore, indipendente dal genere e dall’identità etnica.

Partendo dalla parte superiore della t-shirt, due mani si uniscono all’altezza del cuore e tengono alzate il piede di un neonato. Questa composizione raffigura la famiglia. La seconda immagine rappresenta la mano di un bambino che afferra il dito di un adulto, quindi la richiesta di aiuto di chi non ha famiglia. Nella parte sottostante, invece, c’è la promessa dell’impegno da parte del genitore di prendersi cura del proprio figlio.

Alla fine del lavoro, mi sono sentita soddisfatta.

 

Finale e rilancio!

Quel giorno era diverso dagli altri. Stavamo visitando una mostra in uno dei musei di Gorizia.

Squillò il telefono. Non avevo riconosciuto il numero e con un po’ di esitazione risposi. Alla mia voce un po’ indecisa ne fece eco una più determinata.

Mi stava comunicando che avevo vinto. Io, Sara Blasco. Avevo vinto un concorso nazionale.

Non riuscivo a crederci. Tra tutti in Italia, il mio progetto era risultato il migliore; ero arrivata prima. Non ho mai vinto una gara. E questo era il mio momento.

Urlai di gioia, i miei compagni mi abbracciarono. Ho chiamato subito mia mamma e neanche lei riusciva a realizzare quello che stavo dicendo.

Alla cerimonia di premiazione, che si è svolta a Milano, si respirava un’aria particolare. Felicità, bambini, ragazzi, docenti e famiglie erano lì, tutti insieme, a parlare di adozione. Mi è piaciuto vedere i numerosi insegnanti che avevano fatto partecipare classi intere.

“Dovrebbero esserci più docenti come loro” ho pensato. “Bisognerebbe parlare di adozione nelle scuole, fin dalle elementari. Fin da piccoli i bambini devono affrontare il discorso della diversità per evitare poi episodi di discriminazione, di bullismo. Le scuole, oltre all’ambiente familiare, hanno un ruolo fondamentale nell’educazione, per questo motivo credo che sia importante che tutti gli istituti partecipino al concorso.”

Jeena Cuciniello

 

La sesta edizione è in atto: concorso nazionale “L’adozione fra i banchi di scuola” . Partecipa con la tua classe!

 

 

 

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ITALIAADOZIONI
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