Lettera di Andrea Spada

Figli miei.

non pensavo – sinceramente – che avrei scritto le cose che ora sto per scrivere.

Immaginavo la nostra vita insieme in maniera un po’ diversa da come la vedo ora, lo confesso… Ma d’altra parte, come dice Shreck (era uno dei vostri cartoni preferiti solo fino a poco tempo fa, ricordate?), “meglio fuori che dentro”, e dunque eccomi qui.

Vado subito al sodo, sapete che mi riesce difficile girare troppo intorno alle cose: oggi, dopo più di sette anni da quando siete entrati nella mia vita, tre fratelli messicani venuti a colmare il vuoto di una coppia italiana in cerca di figli; oggi, che siete ormai 3 adolescenti alla disperata ricerca del vostro vero sé, cuori e menti di fanciullo in corpi quasi adulti; oggi, sento in maniera chiara per la prima volta nella mia vita, di essere “per costituzione” inadeguato alla paternità, o forse a questa paternità.

Mi spiego meglio: forse – ma non ne sono certo – potrei essere un buon papà se avessi un solo figlio, e se fosse obbediente, bravo a scuola, ordinato, educato e rispettoso.

Solo in questo caso, con un figlio “perfetto”, quasi finto (eppure io ero così!!) , mi sentirei adatto a vivere la mia vita di genitore con serenità, e potrei forse essere un buon papà per mio figlio.

Ma la realtà è diversa, ed ogni giorno mi fa sentire più impreparato ed inadeguato a gestire le nuove sfide che voi quotidianamente mi presentate.

Lo so, non lo fate apposta, semplicemente siete così, e dopotutto neanche per voi è una scelta, ma uno stato di natura, un istinto, qualcosa che semplicemente “è”.

E infatti non ce l’ho con voi (o forse a volte sì, ma subito mi passa, perché vi amo troppo), ma con me stesso.

O meglio, mi chiedo se riuscirò a far fronte ai vostri mutamenti, alle vostre esigenze, al vostro essere; se saprò accettarvi così come siete, ed anzi proprio perché siete così.

Diciamo che ultimamente non ne sono più troppo sicuro, non sono sicuro che la paternità sia cosa per me, prendo ogni difficoltà troppo sul serio, vorrei avere la bacchetta magica per risolvere ogni problema al suo nascere; e quando vedo che la mia bacchetta è spuntata, che non funziona per niente, mi deprimo, mi oscuro, mi chiudo, vorrei abbandonare il gioco, che gioco è se non vinco mai?

Forse non è il mio gioco, potevo farne un altro, potevo essere un manager o uno scienziato, perché ho cercato (oltre l’Oceano!) dei figli, se poi non sono capace di accogliere il loro essere, quale che sia?

Ma poi, voi siete felici del vostro essere? siete liberi di essere? o siete prigionieri della vostra storia, della vostra ferita originaria, che ordina il vostro essere? e dunque, il mio desiderio di cambiarvi, di farvi essere diversi (in alcune cose, non in tutto certamente!) è un mio egoismo o è per il vostro bene? e anche voi vorreste essere diversi, ma non potete, e vorreste il mio aiuto per cambiare?

Questo è, in fondo, il mio grande dubbio, ciò che mi fa sentire così inadeguato: in questo momento, ragazzi miei, non so cosa fare.

Non so se devo lasciar scorrere questo film, che in fondo non è certamente una tragedia, o devo lottare per cambiare, se non il finale, almeno qualche scena.

E poi chi dice che il regista di questo film sia io?

Ricordate sempre che vi amo, tanto quanto da qua fino a casa della nonna,

ciao.

Papà

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