Lettera di Giulia Taddei

Carissimi Ange, Kari e Paulo,
è giunto il momento di raccontarvi la storia dal mio punto di vista, senza retorica ne finzione.

All’inizio è stato difficile: amare ciò che non ti assomiglia, accogliere ciò che non ti appartiene; è un po’ come abitare una casa in affitto, devi rispettare i luoghi e li devi curare anche se non sono tuoi.

Ci vuole tempo: prima gli odori, poi gli spazi e finalmente gli oggetti, il loro ordine e la disposizione nei cassetti o in piccoli nascondigli, perché è da quei piccoli tesori da serbare che poi scaturiscono i ricordi e le storie.

E così, lentamente, quel contenitore diventa casa, nido, teatro dove si svolge, dipanandosi, il filo della vita. Ho sempre pensato alla casa come una madre che accoglie, coccola, nutre, protegge e cura i propri figli. Ripara dal sole dell’estate e dal freddo dell’inverno, apre le proprie porte quando c’è bisogno di calore, e incoraggia ad uscire quando capisce che è giunto il momento di guardare fuori.

Un ventre sterile è come una casa vuota, una pancia che non produce vita è un contenitore che non serve. Ho voluto superare la legge della natura e andare oltre, facendo una scelta con il cuore. Ho scelto di mettere in affitto la mia casa e ho iniziato ad aspettare. Un giorno, “l’agenzia collocataria” mi ha comunicato di aver individuato degli interessati: sono tre, vengono dal Brasile.

Vi confesso che la notizia è stata forte: non pensavo a ben tre inquilini. Siete entrati dentro di me, in una calda alba brasiliana del marzo di dieci anni fa. Siete entrati, con i vostri odori, con il vostro marchio di appartenenza, e subito ho capito che non vi sentivate a casa.

Avevate i segni indelebili di un’altra Terra e il sorriso di un altro volto. Dovevo superare questa ovvietà e mettere in affitto non solo la mia pancia, ma anche il mio cuore, perché voi poteste lentamente trovarvi riparo. E questo è quello che con fatica, e qualche lacrima, stiamo facendo ancora oggi.

Dicevo che ci si sente a casa solo quando tutto diventa nostro, ogni cosa al suo posto. Voi siete entrati prima nelle stanze, poi avete frugato nei cassetti, ora state cercando i piccoli luoghi segreti dove riporre i ricordi, le nostalgie e i piccoli tasselli del vostro passato.

Io vi osservo, sperando che domani possiate aprire la porta per correre liberamente verso la vita piena.

Quando penso all’altro ventre, a quello della madre che vi ha messo al mondo, non ci penso più con gelosia o paura, lo immagino come una casa buia e dolorosa, dove un giorno una donna stanca e malata ha deciso che era meglio chiudere quella casa poco adatta per i suoi figli, e lasciarvi andare.

Lei cercava una casa per i suoi figli, io cercavo i miei figli per dare vita alla mia casa. Lei è stata costretta a strapparsi il cuore, vuotandolo, io ho scelto di aprirlo, riempiendolo.

Con tutto l’amore che il mio cuore può esprimere

Mamma Giulia

Presentazione del progetto alla pagina: Lettere dal Festival.
Tutte le lettere:

Nota: L’ordine di pubblicazione non segue alcun criterio di merito

Contenuti e immagini in collaborazione e concessione del

Print Friendly

A proposito dell'autore

ITALIAADOZIONI
Redazione