Ricerca delle origini

Radici (CC BY-NC-SA 2.0) by lauraamari

L’art. 24 della l. 28 marzo 2001, n. 149, disciplina il diritto di accesso dell’adottato alle informazioni concernenti l’identità dei propri genitori biologici e la propria origine. Prima della riforma la l. 184 fissava un preciso modus operandi all’ufficiale di stato civile, precisando innanzitutto che ogni attestazione di stato civile riferita all’adottato andasse rilasciata con la sola indicazione del nuovo cognome ed escludendo alcun riferimento alla paternità e maternità del minore, subordinando ad una preventiva autorizzazione espressa dell’autorità giudiziaria il rilascio di notizie, certificazioni e quant’altro da cui potesse emergere lo status adottivo.

La ratio cui la norma si è ispirata è quella di dare un figlio a quanti lo desiderassero, favorendo una integrazione quanto più completa ed effettiva possibile tra il minore e la famiglia adottiva.

Tale principio era sostenuto dalla normativa che favoriva la scissione di ogni rapporto e legame dell’adottato con la famiglia di origine.

La legge non indicava i criteri cui il giudice avrebbe dovuto ispirarsi al fine di concedere o negare l’autorizzazione all’accesso ai dati contenuti nel fascicolo adozione presso il Tribunale per i minorenni, lasciando alla discrezionalità del giudice stesso, previo l’intervento del Pubblico Ministero, ogni decisione al riguardo.

La legge 149 interviene in modo determinante sul punto, adottando quale interesse meritevole di tutela, sia pure a date condizioni, quello di cui è portatore l’adottato a potere assumere informazioni sulla propria famiglia di origine.

La legge di riforma delle adozioni ha, sull’informazione all’adottato, innovato radicalmente rispetto alla legislazione precedente, statuendo che “il minore adottato è informato” sulla sua storia adottiva: “i genitori provvedono a questa operazione nei modi e nei termini che essi ritengono più opportuni”.

Resta ferma la normativa precedente, circa la circolazione delle informazioni in questione verso l’esterno, per una tutela del diritto alla riservatezza dell’adottato. La riforma riconosce la possibilità di accedere alle informazioni, innanzitutto ai genitori adottivi, quali esercenti la potestà dei genitori, su autorizzazione del tribunale per i minorenni, solo se sussistono gravi e comprovati motivi; analoga possibilità si ammette in capo al responsabile di una struttura ospedaliera o di un presidio sanitario, ove ricorrano i presupposti della necessità e della urgenza e vi sia grave pericolo per la salute del minore. Nel caso poi in cui entrambi i genitori adottivi siano deceduti o questi sono divenuti irreperibili, l’accesso ai dati è possibile indipendentemente da alcuna autorizzazione.

Ma l’aspetto più significativo è certamente il riconoscimento del diritto di accesso, mediante autorizzazione del Tribunale per i minorenni, allo stesso adottato alle seguenti condizioni: che abbia raggiunto l’età di venticinque anni; nel caso in cui sussistano gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica potrà farlo anche raggiunta la maggiore età. Ovviamente il rilascio dell’autorizzazione è subordinato al positivo esito dell’istruttoria nel corso della quale bisognerà accertare la positiva recettività psico-fisica del soggetto, ed escludere la possibilità di traumi.

Vi è da dire che tale previsione incontra un limite nella possibilità di esclusione del diritto di accesso, relativamente alle ipotesi in cui l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo (art.28 mod. l.184, 7° co.).

Tale limite è giustificato dal diritto alla riservatezza che deve essere garantito a chi abbia subordinato a precise condizioni il compimento di un atto critico e difficile, come quello di dare un proprio figlio in adozione.

Con sentenza della Corte Costituzionale del 5.05.1994 n° 171 è stata riconosciuta la legittimità della facoltà della partoriente, coniugata o meno, di non essere nominata nell’atto di nascita del figlio.

La legge di ordinamento dello stato civile riformata con D.P.R. 3 novembre 2000 n. 396 consente alla madre, all’art. 30, 1° comma, di non essere nominata, sebbene sia possibile rintracciare le generalità della stessa dall’attestazione di assistenza alla nascita rilasciata dal personale sanitario che certifica l’avvenuto parto.

In particolare, per il mezzo del raccordo con la cartella clinica, è tecnicamente possibile individuare la madre biologica

Abbiamo visto come e a quali condizioni il figlio riconosciuto e poi adottato, giunto all’età di venticinque anni potrà avere accesso alle informazioni che riguardano la sua origine o l’identità dei genitori.

Anche i genitori adottivi di un figlio minore possono parimenti accedere alle informazioni riservate per gravi e comprovati motivi (comma quarto dell’art. 28).

Così non è per il bambino non riconosciuto, se la madre ha dichiarato di non voler essere identificata.

Sussiste un ostacolo giuridico, ai sensi dell’art. 3, comma 1, del d.P.R. 3 novembre 2000 n. 396 (ord. stato civile), se la madre non ha voluto essere nominata.

La Corte Costituzionale, chiamata a decidere della legittimità della norma, ha rigettato la questione perché non fondata, con sentenza del 16-25 novembre 2005 n. 425. La Corte che “la scelta della gestante in difficoltà che la legge vuole favorire – per proteggere tanto lei quanto il suo nascituro – sarebbe resa oltremodo difficile se la decisione di partorire in una struttura medica adeguata, rimanendo anonima, potesse comportare per la donna, in base alla stessa norma, il rischio di essere, in un imprecisato futuro e su richiesta di un figlio mai conosciuto e già adulto, interpellata dall’autorità giudiziaria per decidere se confermare o revocare quella lontana dichiarazione di volontà”.

Sul punto si deve richiamare l’art. 177, comma secondo, del codice in materia di protezione dei dati personali, approvato con d.lgs. n. 196/2003, che ha sostituito il comma settimo dell’art. 28, nei termini sopra ricordati.

Ma la preclusione all’accesso non è illimitata: ai sensi dell’art. 93, comma secondo, del codice sulla Privacy, “il certificato di assistenza al parto o la cartella clinica, ove comprensivi dei dati personali che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata (…) possono essere rilasciati in copia integrale a chi vi abbia interesse, in conformità della legge, decorsi cento anni dalla formazione del documento”. Durante tale periodo opera il vincolo del comma terzo dell’art. 93, ad osservare le opportune cautele per evitare che la madre sia identificabile.

La scelta della madre naturale di accedere all’anonimato comporta che, appena terminato il parto segreto, ai sensi dell’art. 11 l. adozione, la dichiarazione di adottabilità può essere rimandata, anche di due mesi, per dare alla madre la possibilità di ripensamento, quando essa o il padre chiedano termine per provvedere al riconoscimento. In tale fase la madre è affiancata dai Servizi di assistenza e informazione necessari.

Dopo settanta anni viene revocato il segreto alla consultazione dei documenti conservati negli archivi di Stato e negli archivi storici degli enti pubblici, dichiarati di carattere riservato, relativi a situazioni puramente private di persone. Da questo momento sono consultabili liberamente tutti gli atti del fascicolo relativo all’adottato, con eccezione del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica che consentano l’identificazione della madre.

Dopo cento anni l’adottato (!) o altre persone in situazione di interesse qualificato alla conoscenza possono accedere ai documenti prima riservati, senza necessità di alcuna autorizzazione giudiziale.

Qualche cenno storico

Storicamente il diritto all’anonimato della madre è riconducibile alla tradizione per cui i genitori potevano evitare un rapporto giuridico con i figli, abbandonandoli nelle ruote degli esposti o presso i conventi. Questo favoriva un abbandono “protetto” favorito dall’anonimato. Tutto ciò consentiva alla madre di non subire le conseguenze giuridiche della nascita del proprio figlio con la salvaguardia della vita del neonato, che veniva affidato alle cure sanitarie e, anche, alla prospettiva dell’inserimento in una famiglia adottiva, senza oneri a carico della madre medesima.

La previsione dell’anonimato della madre naturale risale ed è contemplata addirittura nel diritto romano, dove tale previsione rispondeva all’esigenza di evitare l’infanticidio. In questa direzione una legge attribuita a Romolo introduceva la facoltà di cedere, a titolo corrispettivo, i propri figli.

Questa pratica era continuata nei secoli, fino al riconoscimento della validità del negozio di alienazione con la legislazione costantiniana, in cui “l’apertura nei confronti della vendita dei neonati fa, in qualche modo, da contrappeso alla chiusura che si attua rispetto al potere di mettere a morte il figlio sanguinolentus” (C. Lorenzi, Si quis a sanguinem infantem comparaverit, in Quaderni di diritto e processo, a cura di A. Palazzo, Perugia, 2003, 29).

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A proposito dell'autore

Monica Ravasi
mamma adottiva e avvocato