Adozioni in crisi

Anche se l’adozione rappresenta la via elettiva per aiutare un bambino a ridurre le conseguenze negative dell’abbandono e dell’istituzionalizzazione, ciò non significa che non vi sia una minoranza di adozioni che vanno incontro a difficoltà molto serie. Quello adottivo è infatti un percorso complesso, che può sfociare in una minoranza di casi in una storia di sofferenza, sia per i genitori che per il figlio.

Per questa ragione quando si parla di adozione è importante non idealizzarla, insistendo solo sui suoi benefici e sugli aspetti altruistici e passando sotto silenzio la possibilità di difficoltà anche molto serie. Ma va evitata anche la tendenza a patologizzarla eccessivamente insistendo su tensioni e fallimenti, poiché i casi veramente critici sono una minoranza. Non esistono ancora, in Italia, stime certe sull’incidenza dei fallimenti adottivi (cioè le situazioni in cui si verifica l’interruzione dei legami familiari e l’inserimento del minore in una struttura di accoglienza) e sulle situazioni di seria criticità. I numeri sembrerebbero bassi (dall’1 al 3% per quanto riguarda le adozioni interrotte, un ipotetico ulteriore 10% per le storie adottive a elevata sofferenza), ma il fenomeno non può essere comunque sottovalutato.

L’adozione è un incontro tra sconosciuti, ciascuno dei quali deve cimentarsi in compiti nuovi: proteggere i piccoli e aiutarli a crescere, amandoli ma allo stesso tempo imponendo limiti alla loro impulsività, educandoli rispettando particolari regole, per quanto riguarda i genitori; riuscire a fidarsi e ad affidarsi all’interno di una relazione sentita come stabile, per quanto riguarda i figli. Nella maggior parte dei casi ci si riesce, pur con le inevitabili difficoltà. Ma possono esserci bambini talmente deprivati dell’esperienza del normale accudire, da non riuscire a riconoscere e a utilizzare le nuove buone cure genitoriali. O genitori per i quali la sofferenza del figlio rappresenta un carico emotivo e relazionale eccessivo, che li porta a reagire con sentimenti di inadeguatezza, impotenza, disillusione e rabbia, piuttosto che con capacità empatica e contenitiva.

Difficoltà serie possono presentarsi nella fase iniziale dell’adozione, con bambini incontenibili che mettono in atto comportamenti aggressivi e provocatori sia in famiglia che all’esterno, tipicamente a scuola; oppure bambini che inquietano per la loro chiusura relazionale e i loro comportamenti apatici, passivi, spenti. Momenti critici possono ripresentarsi – o presentarsi per la prima volta – in occasione di cambiamenti nella vita familiare o sociale (lutti, conflitti familiari, separazioni, nuove adozioni, ingresso in un nuovo ciclo scolastico). Possono emergere drammaticamente nel passaggio tra le fasi evolutive: l’adolescenza è l’età a maggiore rischio di crisi, che può manifestarsi con comportamenti provocatori e oppositivi e con atti anche pericolosi come fughe da casa, comportamenti antisociali, ricerca di esperienze forti, estreme.

Poiché ogni adozione è diversa, è difficile prevedere il peso che i fattori di partenza potranno avere sull’esperienza adottiva. Le ricerche dicono che l’età elevata dei bambini al momento dell’adozione è un fattore di rischio importante. Possono costituire elementi di criticità anche l’età avanzata dei genitori o le loro elevate aspettative, l’inadeguatezza della rete di supporto (sia familiare che professionale), errori di valutazione delle capacità genitoriali al momento dell’abbinamento. Ma va sempre ricordato che l’esito di un’adozione è frutto dell’equilibrio tra fattori di rischio e fattori di protezione (il temperamento e le risorse del bambino, la sicurezza e flessibilità emotiva dei genitori, una buona qualità degli interventi professionali di supporto), che ogni incontro è unico e che non è raro che adozioni percepite a priori come a rischio si risolvano in percorsi non eccessivamente problematici.

Soprattutto oggi che le adozioni riguardano un numero sempre maggiore di bambini già grandi e di casi difficili, le società che le consentono dovrebbero contrastare la negazione sociale delle difficoltà e mettere in atto le risorse necessarie per prevenire le crisi adottive: informando i futuri genitori della complessità dei problemi da affrontare nel post-adozione e preparandoli a esercitare compiti genitoriali sovente non intuitivi; mettendo a loro disposizione forme di supporto che perdurino nel tempo, poiché non è raro che le crisi si manifestino parecchi anni dopo l’inizio dell’adozione, quando i contatti con i servizi preposti si sono da tempo conclusi.

Ma è anche importante che i genitori, ai primi segnali di crisi, non neghino il disagio per pudore o nel timore di un giudizio negativo e chiedano tempestivamente aiuto, poiché farsi aiutare servirà ad aiutare i figli. Sono ormai abbastanza diffuse forme di sostegno efficaci. Una possibilità è la condivisione delle proprie esperienze e riflessioni con altri genitori all’interno di gruppi di auto-aiuto, eventualmente supportati da una figura professionale. Nelle situazioni di particolare sofferenza può invece essere opportuna una psicoterapia mirata, che per essere efficace e trasformativa dovrà coinvolgere sia il figlio che i genitori e porre l’adozione e il trauma del bambino al centro del lavoro terapeutico.

Livia Botta, psicologa e psicoterapeuta.
www.liviabotta.it

Print Friendly