Lettera di Emilia Rosati

Cara mamma,

sono certa che, come sempre, saprai ascoltarmi, saprai parlarmi.

A volte, sai, quando neanche i sogni riuscivano a riempire la notte, ho cercato di immaginare le parole che tu mi avresti detto e le risposte alle mie domande su un futuro difficile. Solo così trovavo pace. E, piano, mi addormentavo, come se ti avessi avuta ancora accanto al mio letto.

Stavolta però, pur nel ricordo della tua dolcezza, qualche timore ce l’ho.

E allora, prima che sia tu a chiedere, proverò a rispondere a quella domanda che sento stai per farmi: Emilia, perché l’hai cercata?

Mamma, tu sola sai – ed oggi più che mai, perché leggi direttamente nei cuori – quanto amore ho provato per te.

Nonostante i tuoi silenzi, nonostante i miei capricci.

Sei stata un porto per le onde agitate del mio corpo scosso da troppo dolore, segnato dai graffiti di tanti abbandoni, impresso di quella solitudine, che sia pure per motivi così diversi, entrambe ci ha segnate.

Noi, due naufraghe, tu di un matrimonio infelice, io di un distacco precoce dal calore di una madre.

Ugualmente orgogliose nelle nostre sofferenze, continuavamo a nascondercele, complice la normalità.

Quante parole perse, mamma, abbracci troppo pudici, sorrisi frettolosi, una preziosa alleanza tra donne smarrita per timidezza, nascosta da stereotipi silenziosamente concordati.

Eppure sappiamo entrambe quanto affetto custodivano le nostre mani tanto che, forse, una carezza in più l’ avrebbe fatto tracimare. Ma di quella carezza avemmo paura entrambe.

No, mamma, l’altra madre non l’ho cercata in nome di quel sentimento avvilito dalle nostre incapacità, perché più grande di esse era l’istintivo legame che, malgrado tutto, ci ha unito.

E solo da te ancora e per sempre il mio cuore desidera un bacio di conforto, il racconto di una favola, e quel prezioso regalo tanto atteso nell’essenziale poesia degli anni cinquanta.

All’infinito ti riconoscerò come madre, e sento cosi di onorare la mia infanzia, le lacrime per il primo amore, la gioia delle amicizie, gli esami all’università. E onorando me stessa è te che onoro.

Ma la mia realtà autentica era fatta anche di quel l’antico dolore, al quale somigliano i miei occhi. Ed era necessario che io mi ci accostassi per potermi guardare tutta intera.

Anche tu, mamma, hai sempre saputo tutto di te, e dei tuoi avi, e custodivi queste memorie in un area sacra a te molto cara, nella quale difficilmente mi facevi entrare.

Sono andata a cercare il mio sacrario, le icone della mia vita, per coglierne il senso più profondo, e non confondere oltre i miei pensieri in quel buio dove mi disgregavo in mille pezzi, priva dell’unico collante che mi avrebbe salvata: la verità. Sono andata a cercare quello specchio dove mi vedo tutta intera, e provo tenerezza per ciò che meno mi piace.

Come avrei voluto da te: sembrarti bella e brava proprio per quella zona oscura che non ti apparteneva. Eppure, anche dentro quel pasticcio buio che non ti somigliava c’ero io, con un grido così soffocato che io stessa mi impedivo di udirlo. Sapendo che in questo modo saremmo stati tutti più felici.

Sono passati tanti anni da allora, oggi conosco in parte il mio passato e l’altra madre l’ho incontrata sulla sua tomba.

Forse non era molto diversa da te. O almeno mi piace immaginarla così, con le fattezze di una mamma, con le tue fattezze, fantasticando il sogno impossibile di sanare la frattura, sovrapponendo i vostri sorrisi, per catturarne uno solo, dolce e sincero, per la mia bambina interiore, che ancora ti chiama quando la realtà mi fa le domande, e solo tu conosceresti le risposte.

E nel gioco del tempo a ritroso fantastico, a volte, di presentarti i miei due fratelli – sono bravi “ragazzi” – e sono certa che ti affezioneresti. Ti parlerebbero con dolcezza della loro madre, e, forse, insieme a loro, anche noi potremmo provare per lei lo stesso sentimento, pensando a quanto la vita dà e toglie, secondo piani imprevedibili che separano ed uniscono.

Grazie.

So che hai capito. E che oggi mi vuoi un bene ancora più grande, perché puro e senza scorie.
Ciao, mamma, ti voglio bene anch’io.
Perdonami per tutte le volte che non te l’ho saputo dire.

Emilia

Presentazione del progetto alla pagina: Lettere dal Festival.
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