Chi è il bambino adottivo

Tutti i bambini adottivi provengono da situazioni di abbandono o di separazione dalle famiglie d’origine per trascuratezza, povertà, maltrattamento o abuso.

I dati statistici ci dicono che attualmente la stragrande maggioranza dei bambini adottati in Italia provengono dall’estero. Per i bambini che nascono in Italia, infatti, l’adozione rappresenta ormai un rimedio estremo a cui fare ricorso solo in caso di abbandono alla nascita, o quando la famiglia d’origine non possa offrire neppure un minimo di cura e affetto. La permanenza nel nucleo d’origine, che può essere sostenuta con incentivi economici e con forme di assistenza sociale, resta la soluzione preferita nel nostro ordinamento giuridico.

Le adozioni di bambini provenienti dall’estero sono invece in costante aumento. Attualmente entrano in Italia per adozione internazionale circa 4.000 minori all’anno provenienti da oltre 70 paesi, anche se la maggior parte arriva da cinque stati: Federazione Russa, Ucraina, Colombia, Etiopia e Brasile.

Si tratta di bambini che sempre più spesso giungono in Italia già grandicelli, dopo un periodo più o meno lungo di permanenza in istituto, sovente con significative carenze sul piano fisico o psicologico e conseguenti problematiche affettive e comportamentali. Negli anni recenti, infatti, il diffondersi, anche nei paesi di provenienza dei minori, di politiche volte a prevenire il fenomeno dell’abbandono e a rendere residuale il ricorso all’adozione internazionale ha avuto come conseguenza la crescita delle adozioni internazionali considerate più complesse (bambini in età scolare, portatori di problematiche sanitarie e/o di handicap, gruppi di fratelli).

Anche se ogni bambino è unico e irripetibile e ogni adozione è diversa dalle altre, bisogna comunque tener presente che i bambini adottati – soprattutto se passati attraverso plurime esperienze di abbandoni e separazioni – sono sempre portatori di una sofferenza legata al venir meno della continuità dell’esperienza di vita: sofferenza che, per essere superata, avrà bisogno di genitori dotati di una particolare disponibilità, di una capacità empatica e di una forza d’animo non comuni.

Un bambino che sperimenta, alla nascita o successivamente, la separazione forzata dai genitori biologici vive un’esperienza traumatica di cui porterà sempre la ferita. Se a essa si sono accompagnati maltrattamenti o abusi, ripetute rotture di legami e cambiamenti di ambienti di vita, la capacità di fidarsi rimarrà a lungo fragile e precaria, così come la possibilità di creare successivi solidi legami di affetto.

L’elaborazione emotiva dell’esperienza dell’abbandono e dell’istituzionalizzazione è possibile ma non è facile. L’adozione è strumento d’elezione per restituire fiducia nella coerenza e continuità della vita a chi ha sperimentato il trauma psicologico della perdita. Ma bisogna mettere in conto che prima o poi il tema dell’abbandono riemergerà insieme al timore, spesso manifestato attraverso agiti, del ripetersi dell’esperienza di essere rifiutati. Bisognerà essere in grado di interpretare correttamente e tollerare per lungo tempo modalità di attaccamento disfunzionali, che potranno manifestarsi in comportamenti instabili o iperattivi o al contrario oblativi e compiacenti. Potrà rendersi necessario riconoscere e soddisfare bisogni affettivi e psicologici non sempre corrispondenti all’età anagrafica dei bambini.

Il bambino adottato è anche un bambino che, all’ingresso nella nuova famiglia, vive una nuova opportunità ma anche un’ulteriore esperienza di sradicamento che può disorientarlo: ha perso il precedente contesto di vita, carente ma conosciuto; si ritrova al centro di azioni di cura che gli sono estranee, lontano dagli odori e dai colori della sua terra, dai suoi paesaggi, dal suono della sua lingua, a volte separato anche dal suo nome. E anche queste sono perdite che devono essere faticosamente elaborate.

A fronte di queste difficoltà, un bambino adottivo potrà essere ricco di risorse che i suoi coetanei cresciuti nella stabilità familiare e nei valori della nostra società non possiedono, come un’autonomia più sviluppata o una maggiore capacità di trovare soluzione a problemi concreti anche complessi: risorse da non trascurare, ma da riconoscere e valorizzare.

Livia Botta, psicologa e psicoterapeuta.
www.liviabotta.it (per concessione dell’autore)


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