Lettera di Cristina Preti

Ero sul divano, accomodata su una giornata piena di eventi di apparente banale quotidianità e di gesti semplici, ma mai vissuti prima.

Una giornata di maternità, una delle tante fatte di parchetto, panchina, merenda, palla, biciclettina, altalena, avrò messo tutto nella borsa mah, pensieri da allineare e organizzare nuovi nuovi, fino ad allora per me appartenenti ad una fetta di mondo altrui, sempre osservata, a volte sbadatamente, a volte con curiosità, spesso con estraneità.

Ero ora lì dentro anch’io, anche io facevo parte di quel mondo, anche io ero lì, spingevo mia figlia sull’altalena, sul columpio, si, mia figlia così lo chiamava, nella sua terra di nascita.

E sul columpio ora ero seduta anch’io, e questo essere alzata da terra e questo dondolare mi accomunava a lei, un mondo nuovo sotto ai nostri piedi, un leggero senso di estraneità, a volte di celata paura, un andare in alto, un tornare giù, e ancora, felice e a volte triste, ce la faccio, ma come è difficile, era quello che volevo, che ci faccio qui, e ancora su, e ancora giù…

Un columpio in movimento continuo.

Un’altalena, una nuova vita che sale, di colpo e che ti porta giù, a sentire le tue difficoltà di nuova mamma e di adulta che si riscopre velocemente nei dubbi di colei che cresce un figlio nato da altri, un figlio che dalla sua altalena ti vuole e ti respinge, anche lui sale in alto e scende giù, che ti ama e che ti odia, una donna in un parchetto, una mamma.

I saliscendi, le altalene, il brivido dell’alto e del basso, il movimento continuo serve, è funzionale, accettarlo come strumento di formazione fa bene, nel continui ricercare una posizione equilibrata, una posizione nuova in cui puoi stare bene e puoi far sta bene.

È un passaggio, è una posizione transitoria che va accettata e accolta, stringendo bene le mani alle uniche cose certe conosciute: le corde dell’altalena.

Stringere bene il nostro essere adulti, accoglienti, comprensivi, adulti che si accettano per quello che si è, con i nostri limiti e le nostre paure, antiche e nuove.

Conoscerle e conoscersi il più possibile, questo è fondamentale. Stringere bene tutto questo perché sull’altra altalena, che ondeggia a fianco, c’è l’altra persona, tuo figlio, in pieno movimento e alla ricerca del suo equilibrio per essere figlio, nuovo, in fase di ricerca di se, dei suoi pezzi, della sua rinascita.

Ed è stato in una di quelle sere, al rientro dal parchetto e dai nostri columpi, che successe, che il tempo si fermò, l’ondeggiare anche, l’andare in alto e in basso pure, per concederci un momento tutto nuovo, comune.

Un andare e un fermarsi all’unisono.

Qui, sul divano, in una sera in cui tutto pareva uguale alle altre, mia figlia decise di nascere. Di rinascere da me.

Quella sera il mio abito era largo, di un tessuto comodo e morbido, tinte pastello.

Lei si avvicinò a me, io la abbracciai e le sorrisi, e in un momento trovò il modo, il suo, per fermare una storia e ripartire da un’altra, ecco, si infilò sotto il mio vestito, la pancia improvvisamente mi si gonfiò, ero incinta di lei, sentivo il suo peso, le sue manine, la sua pelle sulla mia.

Lei stava per nascere. Lo voleva, lo pretendeva.

Il papà la prese dolcemente per i piedini che già facevano capolino in basso, io mi accarezzavo il grembo, le sentivo la testa, sentivo già i suoi primi vagiti, ecco, gli ultimi movimenti di assestamento e nostre figlia nacque.

E divenni per la prima volta mamma, lei per la seconda volta nacque, ora mia figlia.

Adozione, impossibile non amarla.

Una mamma felice.

Cristina

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