Adozione e attaccamento: continua la ricerca sugli effetti della separazione in età infantile.

Sharing, ph.binnyva (cc.flickr9)

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A giugno è stato pubblicato un primo articolo della dott.ssa Lavinia Barone, esito di una ricerca condotta dal laboratorio per lo studio dell’attaccamento e il sostegno alla genitorialità dell’Università di Pavia (LAG; lag@unipv.it), che aveva come obiettivo l’analisi degli effetti della separazione in età infantile e sulle possibilità di recupero del trauma. In questo secondo articolo l’autrice analizza altri aspetti interessanti, proponendo ulteriori risposte.

L’età del bambino al momento del collocamento adottivo conta per il recupero delle sue risorse?
Sì l’età conta. Dal punto di vista del funzionamento del sistema dell’attaccamento conta in maniera precisa e diversa rispetto a ciò che comunemente intendiamo per adozione precoce o tardiva. I bambini collocati in famiglia entro i 6 mesi di età, la cui esperienza di separazione e abbandono ha avuto perciò una durata limitata, dopo 12-18 mesi di vita nella nuova famiglia adottiva presentano pattern di attaccamento che sono del tutto sovrapponibili a quelli dei loro pari allevati in famiglie biologiche. Oltre i 6 mesi di età aumentano invece in maniera significativa i tassi di insicurezza e di disorganizzazione. In questo senso, dal punto di vista della relazione primaria di attaccamento, solo un periodo di istituzionalizzazione molto contenuto può considerarsi senza effetti sul bambino, mentre l’avvicinarsi già del primo anno d’età espone il piccolo a una domanda crescente di figure di riferimento dedicate e stabili, la cui mancanza segna il suo sistema di attaccamento. L’assenza di una figura di accudimento primaria sembra dunque confermata come responsabile, anche a età molto precoci, di un incremento di vulnerabilità socio-emotiva, la cui risoluzione richiede forme di allevamento diverse rispetto a quelle offerte all’interno degli istituti che accolgono i bambini abbandonati o separati dalle famiglie.
Questo dato significa che i bambini adottati molto precocemente hanno maggiori vantaggi rispetto agli altri per un buon esito del loro adattamento socio-emotivo, ma non esclude un recupero possibile anche per i bambini che arrivano in famiglia ad età più avanzate, aiutato da alcune condizioni che illustriamo qui di seguito.

L’adozione permette di per sé un recupero dalle condizioni di deprivazione vissute?
Possiamo senz’altro rispondere in maniera affermativa a questa domanda, confortati anche dalla concordanza dei dati da noi raccolti rispetto a ciò che attesta la ricerca internazionale più accreditata a questo riguardo. Se è vero che i bambini che arrivano dagli istituti presentano circa il 75-78% di disorganizzazione, dopo circa un anno di vita con la nuova famiglia adottiva riducono questo tasso a circa il 30%, conquistando quindi un notevole recupero in un arco di tempo relativamente breve. Circa il 50% di loro svilupperà inoltre un attaccamento sicuro, ossia la forma più flessibile e adeguata di attaccamento, essenziale per un buon equilibrato socio-emotivo.
Cosa fa sì che una parte dei bambini recuperi appieno le proprie risorse e una parte migliori, ma rimanga comunque con forme di attaccamento più limitate – come le diverse forme di insicurezza – oppure addirittura mantenga l’originaria condizione di disorganizzazione?

Cosa conta per il recupero dei bambini: l’intelligenza e le abilità cognitive giocano un ruolo?
Se il bambino non presenta un ritardo mentale, l’intelligenza non gioca un ruolo di fondo nel suo recupero socio-emotivo; recuperano in uguale maniera bambini più o meno dotati. Anche le abilità verbali non svolgono una funzione di ostacolo se rientrano nella norma dello sviluppo, mentre le capacità di attenzione sono maggiormente deficitarie nei bambini adottati rispetto ai pari normativi. In particolare, sono i bambini insicuri o disorganizzati che hanno maggiori difficoltà d’attenzione mentre i sicuri non presentano problemi sotto questo riguardo. Non sembra quindi la condizione dell’adozione di per sé a costituire un fattore di rischio per i processi di attenzione, ma la presenza di insicurezza o disorganizzazione dell’attaccamento. Ricordiamo che le abilità di attenzione sono considerate essenziali per un adeguato funzionamento dei processi di apprendimento.

Quanto conta il temperamento del bambino?
Il temperamento rappresenta la parte della personalità più stabile e di natura prevalentemente biologica; si può nascere con un temperamento più reattivo, ossia un temperamento cui basta poco per reagire agli stimoli, oppure meno reattivo. E’ un aspetto scarsamente considerato nel campo dell’adozione, pur essendo rilevabile attraverso strumenti di facile impiego e standardizzati, come i questionari. Il temperamento non si cambia in genere nel corso dell’esistenza, ma è tuttavia sulla base del temperamento che riusciamo ad apprendere o a essere più o meno recettivi a determinati stimoli che ci provengono dall’ambiente.
Il modo in cui un bambino adottato recepisce e risponde a ciò che vive nella nuova famiglia dipende anche dal suo temperamento; la nostra ricerca ha evidenziato che solo in presenza di un temperamento reattivo il bambino usufruisce appieno degli stimoli che riceve in famiglia. Un bambino più vivace può essere un bambino che impara e si trasforma più in fretta. In particolare sono i bambini entro i 12 mesi di età e più reattivi ad avere 10 volte di più la probabilità di sviluppare un attaccamento sicuro e organizzato quando anche la madre ha un attaccamento sicuro, mostrandosi in questo senso più permeabili e recettivi alle influenze positive del nuovo contesto di accudimento.

L’attaccamento dei genitori adottivi ha un peso?
La risposta a questa domanda è inequivocabilmente positiva. Fino ad oggi poche indagini si sono occupate in maniera approfondita di come la storia di crescita dei genitori adottivi nella loro famiglia di origine influenzi il loro comportamento di accudimento nei confronti dei figli. La ricerca condotta con i nuclei familiari biologici ha mostrato un’importante corrispondenza (intorno al 75%) tra attaccamento delle madri e attaccamento dei bambini, con percentuali più moderate per i padri.
Anche nelle famiglie adottive, al di là del vincolo biologico, le strategie con cui i genitori regolano le loro emozioni grazie al loro attaccamento passano nella relazione con i loro bambini adottati. In particolare, a un anno dall’adozione la probabilità che un bambino abbia un attaccamento sicuro se ha una madre adottiva sicura è 6 volte più alta che la probabilità di essere insicuro. Quando, oltre alla madre, anche il padre ha un attaccamento sicuro, questa probabilità aumenta di 50 volte. Quando invece le madri stesse presentano attaccamenti insicuri o disorganizzati, associati a minor flessibilità nella regolazione delle emozioni, anche nei bambini è più probabile (nel 67% dei casi) che permanga un attaccamento insicuro e disorganizzato.

L’adozione è un evento atteso e di cambiamento. Genera stress nei genitori?
Non necessariamente, non sempre. Lo stress aumenta quando i genitori hanno dei lutti presenti nella loro storia di vita che non sono riusciti a elaborare, o quando percepiscono poco sostegno dal partner nel loro ruolo genitoriale. In questi casi ad aumentare è proprio lo stress connesso alla qualità della relazione tra genitore e bambino, percepita come difficile.
I genitori adottivi hanno risposto indicando che la maggiore fonte di stress sta nella nuova relazione con il bambino, indicando in tal senso un bisogno di essere sostenuti nel loro nuovo compito di genitori. Alcuni di loro hanno dato risposte eccessivamente minimizzanti indicando una difficoltà ad ammettere che il bambino è anche fonte di stress, oltre che di gioia.

L’adozione può essere considerata un fattore di rischio per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini? I bambini adottati presentano uno svantaggio rispetto ai loro pari allevati in famiglia?
La risposta a questa domanda non è unica né univoca e dipende dai fattori che abbiamo cercato di mettere in evidenza. I dati sono da considerarsi preliminari anche se suggeriscono alcune interessanti traiettorie di sviluppi dei bambini adottati. Ciò che viene messo in luce da questi primi risultati è come ogni 10 bambini 3 si collocano nella fascia di rischio per la presenza di problemi comportamentali legati alla gestione dell’aggressività. Nonostante le difficoltà nella gestione del comportamento aggressivo coinvolgano solo una minoranza di questi bambini, è da segnalare come le capacità di interagire nel contesto scolastico della scuole dell’infanzia tra compagni di classe e con l’insegnante in modo efficace, pro-sociale e competente sia una conquista che richiede tempo ed è sostenuta in particolare quando i bambini riescono a recuperare anche il trauma emotivo-relazionale che si associa alla presenza di un attaccamento disorganizzato.

Possiamo dare alcune indicazioni operative a partire da questi dati?
L’adozione è un’esperienza di trasformazione che contiene enormi potenzialità. Affinché si possano realizzare è opportuno che la valutazione d’idoneità all’adozione sia fatta in maniera accurata, non tanto per creare un clima di “giudizio” di cui i genitori adottivi non hanno bisogno, quanto piuttosto per consentire a questa prima osservazione di essere un vero accompagnamento al processo adottivo, una guida in grado di indicarne e favorirne le potenzialità, di prevenire i fattori di rischio e di indicare laddove opportuno percorsi di sostegno alla genitorialità che si sta formando. All’interno del percorso che accompagna il genitore alla scelta adottiva e lo segue nel post-adozione non può mancare un’attenzione privilegiata all’attaccamento, indicatore essenziale per capire e aiutare le possibilità trasformative della relazione genitore-bambino.

Lavinia Barone

Professore Associato presso i corsi di laurea in Psicologia dell’Università di Pavia
Direttore del Laboratorio per l’attaccamento e il sostegno alla genitorialità
mail: lavinia.barone@unipv.it
mail laboratorio/centro consultazione: Lag@unipv.it

 

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ITALIAADOZIONI
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