Adozione e attaccamento: una ricerca sulle possibilità di recupero degli effetti della separazione in età infantile (prima parte)

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Orfanage, ph. poo dog (cc, flickr)

Un contributo che oggi consideriamo pioneristico alla comprensione del mondo emotivo del bambino adottato è quello dello psichiatra infantile inglese John Bowlby, il fondatore della Teoria dell’Attaccamento. L’occasione per un suo interesse su questi temi arrivò in maniera indiretta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità-OMS nel 1951 gli aveva commissionato un’indagine sulla salute mentale dei bambini senza famiglia, ospitati negli orfanotrofi. Già sensibile e consapevole dell’importanza di un legame affettivo primario per la crescita psicologica infantile, Bowlby si appassionò al progetto e diede un enorme contributo alla dignità di un tema – quello della separazione dalla famiglia – e alle potenzialità di un suo approfondimento sul versante sia delle conseguenze psicologiche della separazione prolungata dal caregiver (colui che offre cure primarie) sia dei possibili modi per riparare o recuperare alle stesse. Se è vero infatti che in seguito alle osservazioni fatte nel 1952 (p.60) egli scrive: “l’evidenza dei fatti è tale che non può lasciare adito a dubbi sull’affermazione generale: la carenza prolungata di cure materne provoca nel bambino piccolo dei danni non soltanto gravi, ma anche durevoli, che  modificano il suo carattere e intaccano così tutta la sua vita futura”,  è vero anche che grazie alle sue osservazioni la psicologia scientifica studierà in maniera attenta l’entità e la persistenza  delle deprivazioni affettive dovute alla perdita o all’abbandono e soprattutto, la possibilità e i modi per un recupero dalle stesse.

Quasi un secolo di studi e di ricerche offre oggi un’immagine del  bambino  istituzionalizzato non univoca, in cui accanto agli aspetti che lo descrivono come precocemente attivo e capace di “resistenza” pur in presenza di condizioni avverse,  si collocano aspetti di maggiore vulnerabilità e di rischio per un armonico sviluppo socio-emotivo.
Quali sono i fattori che rendono diversi i bambini tra di loro e come possiamo aiutare i genitori nelle funzioni educative?

Il laboratorio per lo studio dell’attaccamento e il sostegno alla genitorialità dell’Università di Pavia (LAG; lag@unipv.it), ha da poco tempo portato a termine la prima parte di un’indagine conoscitiva mirata a identificare cosa aiuta il buon esito del processo adottivo e a sperimentare modelli di intervento di prevenzione primaria per il sostegno alla famiglia adottiva. I risultati hanno consentito di “fotografare”  in maniera accurata quali possono essere i principali fattori di rischio coinvolti nell’esperienza adottiva e come i genitori adottivi costituiscano una delle principali risorse per quel processo di recupero psicologico auspicabile dopo la permanenza in istituto dei bambini.

Prima di illustrare i risultati del progetto vorrei brevemente ricordare cosa oggi sappiamo sull’importanza del legame di attaccamento per lo sviluppo socio-emotivo infantile.  L’attaccamento costituisce una motivazione innata a ricercare la vicinanza protettiva di un caregiver, ossia di un adulto percepito come figura stabile cui rivolgersi in caso di necessità o di aiuto. Questa semplice esperienza di sentirsi vulnerabili, e al tempo stesso protetti, fa parte di un patrimonio universale dell’umanità e accomuna i bambini di ogni cultura e Paese di provenienza, costituendo la base di partenza per il successivo sviluppo del senso di sé, della fiducia e dell’autostima. Pur condividendo l’esigenza di cercare vicinanza o accessibilità emotiva di un caregiver, tutti i bambini, già all’età di un anno, hanno imparato modi diversi per conquistarsela. Nelle famiglie cosiddette normative, dove il piccolo cresce in ambienti affettivamente stabili e senza discontinuità nella disponibilità degli affetti, circa il 55-60% sviluppa un attaccamento sicuro, il 15-20 % un attaccamento insicuro di tipo evitante e il 10-15% di tipo insicuro ambivalente-resistente. Il restante 15% esibisce un pattern disorganizzato, ossia non riesce a sviluppare una strategia coerente per garantirsi aiuto e protezione nei momenti di vulnerabilità, rimanendo in una condizione di maggiore vulnerabilità che può comportare alterazioni per lo sviluppo socio-emotivo successivo.

È quest’ultima la tipologia di attaccamento che caratterizza fino al 78% dei bambini allevati in istituti e orfanotrofi, e che grazie all’accoglienza in  famiglia si riduce drasticamente attestandosi intorno al 30% circa dopo un periodo di almeno un anno di permanenza nella famiglia adottiva (Barone, 85, 2012; Dellagiulia, Lionetti, Barone). Si tratta di una trasformazione straordinaria se pensiamo che essa riguarda uno degli aspetti più intimi del benessere psicologico, cioè la sensazione di poter affrontare anche emozioni dure e negative grazie alla vicinanza protettiva quotidiana del genitore. Tale riduzione testimonia la ristrutturazione progressiva delle rappresentazioni di attaccamento, e segnala come un fattore di rischio per lo sviluppo socio-emotivo, quale la disorganizzazione di attaccamento, possa ridursi grazie a nuove relazioni di cura. È per questo che l’adozione è definita come una forma di intervento naturale. Tuttavia, il dato di circa un 30% di bambini che mantengono un pattern disorganizzato, pur inseriti in un nuovo contesto familiare, richiede attenzione e approfondimento.

È a partire da queste considerazioni che il laboratorio per il sostegno alla genitorialità  dell’Università di Pavia, da me diretto, ha messo a punto un progetto di ricerca longitudinale nato nel 2009 e proseguito con le stesse famiglie per due anni, coinvolgendo tramite i centri adozione dei servizi territoriali di alcune aree della regione Lombardia (Milano e provincia, Monza e Brianza e provincia, Desio e provincia) i bambini collocati in adozione entro i 5 anni di età ed entrambi i loro genitori adottivi con interviste, questionari e osservazioni di laboratorio e domestiche. Delle circa 80  famiglie che hanno volontariamente aderito alla ricerca, nessuna ha interrotto prima del tempo la partecipazione al progetto, dimostrando consapevolezza e disponibilità alla collaborazione e consentendo di offrire alla ricerca una ricca e affidabile mole di conoscenze. (segue seconda parte)

Lavinia Barone

Professore Associato presso i corsi di laurea in Psicologia dell’Università di Pavia
Direttore del Laboratorio per l’attaccamento e il sostegno alla genitorialità
mail: lavinia.barone@unipv.it
mail laboratorio/centro consultazione: Lag@unipv.it

 

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