La ricerca delle origini

Progetto grafico per ItaliaAdozioni di Katia Ranalli (diritti riservati) Blog: Katiaranalli.blogspot.com

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Una madre tanti anni fa non ha riconosciuto il proprio figlio appena nato scegliendo l’anonimato. Nella vita poi succedono tante cose, gli avvenimenti ci cambiano. Può anche capitare che questa mamma pensi al figlio che ha lasciato. Magari vorrà sapere se sta bene, se la scelta che ha fatto è stata quella giusta. Può anche essere che nella vecchiaia abbia bisogno di riconciliarsi con questo “avvenimento” della sua vita. Ma non può.
Se hai scelto di essere una mamma segreta, lo sarai per sempre.  Queste donne non possono cercare  loro figlio.

Ci sono donne che, invece, non vogliono o non possono essere rintracciate. La scelta della segretezza è stata fatta e viene mantenuta in tutta la loro vita. Hanno scelto di non riconoscere il loro figlio e guai se non fosse tutelato il loro anonimato. Queste donne non vogliono essere cercate.

Ci sono figli abbandonati alla nascita che desiderano conoscere i propri genitori biologici, soprattutto la madre, per sapere quali sono le loro origini e venire a conoscenza del perché dell’abbandono. Spesso questo vuoto li fa stare male, perché sapere la propria origine dà fondamento, anche se con dolore. Non sapere nulla, invece, destabilizza. Questi figli non possono cercare chi li ha messi al mondo.

Ci sono figli che non sentono il bisogno di risalire alle proprie origini. Figli che non cercano e non hanno necessità di sapere. Potere o non potere cercare i genitori biologici non è un problema, perché sono riusciti a fare i conti con la loro storia.

Come fare a rispettare ognuno con le proprie esigenze e volontà, come tutelare il diritto all’0blio quanto quello alla conoscenza? E’ possibile raggiungere un giusto equilibrio tra i diritti contrapposti evitando però ogni automatismo?

La legge 149 del 2001 prevede che l’«accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato  riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo  dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere  anonimo».  Tutti gli altri adottati, invece, possono chiedere di accedere alle informazioni sui propri genitori biologici una volta  compiuti i 25 anni o anche alla maggiore età, se sussistono «gravi e comprovati» motivi di salute.

Recentemente però la Corte europea dei diritti umani ha condannato la legge 184 del 1983: tra i due diritti che si scontrano – quello della madre di partorire in anonimato e quello del figlio a conoscere la sua provenienza – secondo i giudici di Strasburgo, l’Italia tutela solo il primo e quindi il Parlamento dovrà rivedere la legge 184.

Chi è contrario a cambiare questa legge sostiene che eliminando il diritto all’anonimato della madre partoriente si corre il rischio di favorire gli abbandoni e gli aborti. Di conseguenza per preservare il figlio che nasce, in Italia si è scelto di propendere a tutelare la segretezza, rispetto al desiderio del figlio di conoscere l’identità della madre.

Ma la legge 184 è appunto del 1983, quando internet  non esisteva ancora. Oggi tramite i social network capita sempre più spesso che le persone si ritrovino o si riconoscano. Succede anche che genitori e figli e fratelli si riuniscano, almeno virtualmente. Di fronte a questa nuova possibilità incontrollabile, la legge 184 appare ormai vecchia. Passare attraverso i documenti e il Tribunale con l’aiuto e l’assistenza di personale qualificato è sicuramente auspicabile, piuttosto che affidarsi al fai da te dagli esiti incerti di Facebook  e degli altri social network.

Soluzioni? In Francia di fronte alla richiesta del figlio viene attivata una procedura per informare la madre e consentirle di ripensarci. In  Germania si sta per approvare una nuova disposizione: le vere generalità della madre saranno conservate presso un’agenzia, a cui i ragazzi e le ragazze  adottati potranno accedere compiuti i 16 anni. In Spagna, Inghilterra e Svezia sono generalmente i servizi sociali che rintracciano la madre biologica e, solo nel caso in cui lei sia consenziente, forniscono le informazioni all’adottato.

E in Italia? In Italia, ad esempio si potrebbe almeno pensare di fornire a chi ne fa richiesta, gli «elementi non identificativi della famiglia naturale» così da iniziare ad avere alcune informazioni, tutelando al contempo la segretezza della madre. A maggior ragione nei casi di patologie, la richiesta di informazioni dovrebbe essere soddisfatta circa l’identità genetica.

La soluzione ideale  sarebbe quella di accogliere in Tribunale sia le richieste dei figli che cercano informazioni sia le disponibilità ad essere rintracciate delle madri che ci hanno ripensato. Solo nei casi in cui le disponibilità ad incontrarsi tra madre e figlio combacino, il Tribunale dovrà occuparsi di mettere in contatto le parti e di accompagnare l’incontro.

Consentire l’accesso alla propria origine non significa dare atto a una ricerca indiscriminata di notizie, fatti e persone. Il tribunale deve avere un ruolo di mediazione e di verifica delle parti interessate. Senza alcun dubbio però spetta ai genitori affiancare e sostenere il proprio figlio, se desidera ripercorre la sua storia dall’inizio. Non si deve temere questo percorso. Per molti non è importante conoscere “chi mi ha abbandonato”, ma è necessario sapere  “perché mi hanno abbandonato”. Non si cerca cioè la genitrice per conoscerla, ma la si cerca per farsi raccontare “come mai non mi ha tenuto con sé”.  Non si deve neppure pensare che la ricerca delle origini voglia dire che l’adozione non sia riuscita o ancora che se i figli cercano i genitori biologici, significa che quelli adottivi non sono riusciti a diventare veri genitori. Anzi, può significare esattamente il contrario: proprio perché sono forte della mia  famiglia che mi sostiene, posso permettermi di andare all’origine del mio abbandono e affrontare la mia storia dall’inizio.

Nella sezione “area legale” altre informazioni sulla ricerca delle origini.

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A proposito dell'autore

Ivana Lazzarini
mamma adottiva, mediatrice familiare.