Fallimenti adottivi: fenomeno in crescita? (parte prima)

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India - Kids - 071, ph, mckaysavage (cc flickr)

Quasi sempre sono cresciuti in orfanotrofio e, quando arrivano nella nuova famiglia, buttano fuori tutta la loro paura e disperazione. Si ribellano in tutti i modi possibili: silenzio, aggressività, oppositività, abbandono scolastico, etc. Sono questi i ragazzini che tornano in istituto, quelli che infrangono i sogni di mamma e papà o che mettono a durissima prova la loro capacità di tenuta genitoriale. L’effetto, terribile, pragmatico di queste reciproche difficoltà si traduce in un altro abbandono.

E’, questo, il destino di tanti bambini italiani e stranieri che vengono riportati in comunità perché i genitori adottivi non ce la fanno più e gettano la spugna. Spesso sono storie che rimangono avvolte nel silenzio e nel dolore di chi vi fa parte come protagonista, suo malgrado.

Ma quanti sono i bambini restituiti? Difficile trovare statistiche ufficiali. Nel 2003 la Commissione per le adozioni internazionali aveva svolto un’indagine approfondita che stimava il numero dei bambini “restituiti” attorno al 2,5 per cento degli adottati. Un’altra indagine, svolta su 45 strutture residenziali per i minori della Regione Veneto nel 2000, faceva emergere un fenomeno più inquietante. Nei primi 10 mesi del 2000, le comunità avevano ospitato 425 bambini. Di questi ben 52, pari al 12,3 per cento, provenivano da esperienze di fallimento adottivo. Lo stesso risultato era emerso da un’indagine su 10 case famiglia a Napoli. Tra i 69 ragazzini accolti, 8, cioè l’11,5 per cento, erano al loro secondo abbandono.

Ricerche più recenti evidenziano che ne falliscono tre su cento (“Le crisi dell’adozione”, Regione Veneto, dirigente del servizio famiglia Veneto, Francesco Gallo, 2012 ). A cedere sono spesso le coppie troppo rigide o che sognano il figlio-capolavoro: il focus della ricerca pone l’accento sull’importanza di non lasciare le coppie sole, più che mai quelle in difficoltà a seguito di adozioni difficili o di bambini che arrivano nel nostro paese, già grandi.
A volte le aspettative genitoriali non sono realistiche. Questo è il pensiero di molti operatori del settore che segnalano come spesso i figli adottivi sono bambini voluti a tutti i costi come a riparare, compensare le frustrazioni vissute dai genitori, causate dalla mancata procreazione biologica. Per questo ai figli adottivi si chiede, più o meno inconsapevolmente, di essere il capolavoro della coppia: perfetti, affettuosi, grati, bravi a scuola e nello sport. E invece arrivano minori sempre più complicati, che mettono alla prova: provocano, mentono, a scuola fanno fatica. E sempre più grandi, cioè che hanno alle spalle una storia che ha già lasciato segni profondi e che li ha esposti a una specie di altalena emotiva: genitori biologici, istituto, famiglie affidatarie, case famiglia, etc.

La maggior parte dei ragazzini restituiti, ormai cittadini italiani, finisce nei nostri istituti, o meglio nelle comunità (come si chiamano oggi le nuove strutture) più umane e con meno bambini. E lì resta fino a 18 anni. “Il secondo abbandono li devasta, molti diventano autolesionisti o precipitano nella droga”, spiega Viero che, come neuropsichiatra, cerca di rimettere assieme i pezzi della loro vita frantumata. La dinamica del rifiuto è sempre la stessa. Per molte coppie, il figlio adottivo deve essere perfetto: andare bene a scuola, essere affettuoso, riempire di allegria la casa. Se tradisce i desideri, i genitori non sopportano più la sua presenza.
Spesso, poi, i genitori adottivi hanno fretta che tutto funzioni alla perfezione: “spediscono” i bambini a scuola qualche settimana dopo il loro arrivo in Italia, li sottopongono subito a esami e stress, mentre avrebbero bisogno di una lunga pausa di adattamento e di grandi manifestazioni di affetto. Qualsiasi figlio adottivo, a maggior ragione se già abbastanza grandicello, ha bisogno di tempo per imparare a fidarsi della nuova famiglia e fare pace con le proprie ansie di abbandono. Come ben sanno molti genitori adottivi questi figli tendono a misurare costantemente il grado d’affetto di mamma e papà per essere certi che, per quanto cattivi, non verranno abbandonati mai più. Sempre gli operatori del settore hanno compreso che ci sono aspiranti genitori che dovrebbero lasciar perdere; si riferiscono a quei genitori rigidi, monolitici, con un’idea precisa della famiglia e dell’educazione. L’esperienza di genitorialità adottiva, al contrario, insegna che bisogna essere malleabili, per accogliere chi proverà a distruggere le proprie certezze e, a volte, la propria calma.
Esistono anche adozioni impossibili. Lo sostiene Gilda Biffa, responsabile del Centro San Domenico Savio di Napoli, una comunità per bambini abbandonati. “Ci sono ragazzini con un passato così difficile che rifiutano di mettersi in gioco con un’altra famiglia. In quel caso è meglio la comunità dove sono seguiti da equipe di psicologi, oppure una famiglia affidataria.”

Giacinta Genovese
(La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata all’inizio di giugno 2013)

Nota di Redazione: 
scritto per ItaliaAdozioni. I diritti dell’articolo rimangono di proprietà esclusiva dell’autore ed il contributo pubblicato ne rispecchia il punto di vista.

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