Adozione internazionale, i costi trasparenti e quelli nascosti

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Euro_coins_and_banknotes (CC wikipedia.org)

Una recente inchiesta di Daria Domenici pubblicata in Genitorimagazine ha evidenziato la scarsa chiarezza e trasparenza dei costi che gli aspiranti genitori adottivi devono sobbarcarsi per raggiungere l’obiettivo di adottare un figlio con l’adozione internazionale.
La Commissione Adozioni Internazionali (CAI) oltre al compito di garantire che le adozioni internazionali avvengano secondo i principi stabiliti dalla Convenzione de L’Aja del 29/05/1993 sulla tutela dei minori e la cooperazione in materia di Adozione internazionale, ha compiti di vigilanza sugli Enti autorizzati che sono raggruppati in un apposito Albo, controlla il loro operato, raccoglie dati sulle adozioni svolte, monitorizza i costi per ente e per paese, ecc.

Trasparenza dei costi: i contenuti della direttiva del 4 aprile 2003

Nell’articolo emerge che la trasparenza sui costi delle adozioni internazionali è stata sancita con la direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 aprile 2003 ed è focalizzata essenzialmente su tre punti: i tetti di spesa, le verifiche periodiche e la trasparenza delle cifre. Dopo aver definito l’importanza di determinare in apposite tabelle i tetti di spesa delle procedure di adozione, nonché la necessità di una loro pubblicazione e revisione periodica, anche al fine di consentire alla Commissione per le Adozioni Internazionali di verificarne l’osservanza da parte degli enti, la direttiva stabilisce che la Commissione determini con la collaborazione dei rappresentanti degli enti autorizzati, i tetti di spesa dei servizi resi dagli stessi enti, durante la procedura, sia in Italia che all’estero. Questi limiti di spesa devono essere sottoposti a revisione periodica da parte della Commissione, previa consultazione con gli enti autorizzati e le tabelle devono essere pubblicate anche in internet. Alla Commissione viene anche attribuita la facoltà di adottare opportuni provvedimenti qualora verifichi la mancata osservanza dei tetti di spesa (ammonimenti, sospensione o cancellazione dall’albo).

L’applicazione della direttiva

Scrive Daria Domenici: “La prima parte della direttiva, che stabilisce l’adozione dei tetti di spesa, sembra essere rispettata, almeno da quanto si può evincere dal sito web della Commissione (gli unici componenti della Commissione autorizzati a parlare con la stampa, quando abbiamo telefonato a Palazzo Chigi per chiedere delucidazioni, erano fuori per impegni istituzionali): la sezione dedicata ai – Costi per Ente – rispetta le regole, con poche eccezioni. Sulla lista di 68 enti (ma nell’Albo attualmente ne risultano iscritti solo 65) solamente per 8 di essi non è possibile visualizzare la scheda che riporta i tetti di spesa. Tutt’altro discorso, invece, va fatto per la questione della revisione periodica: dalla data riportata sui documenti (tutti disponibili in formato pdf) che si riferiscono ai singoli enti, infatti, emerge un quadro sconcertante. Pochissime le informazioni aggiornate (5 enti hanno un file creato o aggiornato nel 2011, 18 enti nel 2009), la maggior parte è invece costituita da informazioni che risalgono agli anni 2003-2004, con alcuni enti che, da quando è uscita la direttiva, non sembrano aver mai adeguato i tetti di spesa.”

Qui di seguito si trova una tabella con alcuni dati tratti dai documenti della CAI.  Abbiamo scelto alcuni paesi rappresentativi, cercato la loro presenza nei numerosi documenti dei costi per ogni ente (disponibile nel sito www.commissioneadozioni.it, nella sezione – I costi per Ente -) e calcolato la media dei costi trovati.

Paesi a campione
Media costi (€)
Numero casi citati
Bolivia
6.236
9
Brasile
5.869
15
Bulgaria
7.455
14
Burkina Faso
4.096
5
Cina
12.801
1
Colombia
5.011
17
Costa D’Avorio
3.199
3
Etiopia
5.443
7
India
4.799
9
Nepal
11.824
7
Russia
6.517
14
Ucraina
5.268
14
Vietnam
6.571
4

N.B. i dati appaiono incompleti e spesso datati

La sezione del sito dedicata ai – I costi per Paese – risulta invece in fase di aggiornamento da tempo.
Alcune informazioni sui costi organizzati per continente e per paese sono contenuti nell’opuscolo – Per una famiglia adottiva - Informazioni per le famiglie interessate all’adozione internazionale – che dovrebbe essere distribuito presso i centri adozione dei servizi sociali territoriali e la cui immagine pdf è presente anche nel sito della CAI (vedi link); purtroppo la sezione costi risulta piuttosto sfocata e incomprensibile e l’anno di pubblicazione è il 2004.

Il riordino della Commissione disposto nel 2007

Nel 2007 il Presidente della Repubblica ha ridefinito l’assetto della CAI con il decreto n. 108 dell’8 giugno 2007, ha precisato i compiti quali la cura della stesura dell’albo degli enti autorizzati, la sua verifica almeno ogni tre anni e la vigilanza sull’operato degli enti. Inoltre la Commissione “provvede ad informare la collettività in merito all’istituto dell’adozione internazionale, alle relative procedure, agli enti che curano la procedura di adozione, ai Paesi presso i quali gli stessi  possono operare, con indicazione dei costi e dei tempi medi di completamento delle procedure, aggiornati periodicamente e distinti in base ai Paesi di provenienza del minore; predispone strumenti idonei a consentire l’accesso dei soggetti privati e pubblici alle informazioni.”

Continua la Domenici:  ”Se per quanto riguarda la revisione dei tetti di spesa, di cui abbiamo parlato nella prima parte dell’inchiesta, la Commissione per le Adozioni Internazionali sembra essere assai pigra (pigrizia confermata da alcuni enti che abbiamo interpellato), sembra invece essere molto attiva nel riconoscere nuovi enti che si occupano di adozioni: dall’albo online risultano essere 65. Il caso italiano, in effetti, è anomalo, soprattutto se paragonato ad altri Stati europei: in Francia operano 34 enti autorizzati, in Germania 12 e nel Regno Unito appena 10. Proprio quest’anomalia ha risvegliato l’interesse dell’ONU, il cui Comitato sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, il 6 ottobre 2011, ha pubblicato un rapporto indirizzato al nostro Paese. Il documento, invitando ad attuare misure più favorevoli ai diritti dei bambini, critica l’inadeguato sistema di monitoraggio ed esprime preoccupazione per come, nonostante le misure adottate, il numero di enti italiani autorizzati per l’adozione internazionale sia troppo grande.

In realtà gli esempi riportati non sono confrontabili con il caso italiano dove, a differenza di altri paesi europei, non c’è la possibilità del “fai da te” adottivo all’estero e la normativa vigente cioè la legge 476/98 ha reso obbligatorio l’intervento dell’ente autorizzato in tutte le procedure di adozione internazionale (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 31 ottobre 2000). Quindi in Italia il complesso degli Enti appartenenti all’albo deve essere in grado di rispondere alla necessità di tutte le coppie che si rivolgono all’adozione internazionale senza l’esclusione di nessuna. Questo non esclude l’auspicato, da più parti, accorpamento degli enti più piccoli in entità in grado di intervenire su un numero maggiore di coppie con una gestione dei costi interni migliore (cfr. I costi italiani delle Adozioni Internazionali).

La giungla dei costi effettivi

Conclude il succitato articolo: “Tra costi effettivi dichiarati da enti e associazioni e costi sostenuti direttamente dalla famiglia, prima in Italia e poi all’estero, si parla di cifre che talvolta si aggirano sui 20.000-25.000 €. Le spese sono le più varie: produzione dei documenti che entrano a far parte del dossier adottivo, traduzioni, spese notarili, diritti di cancelleria, visti consolari, documenti di identità, spese mediche, alle quali si aggiungono i costi del viaggio (o dei viaggi) che i futuri genitori devono fare per incontrare il bambino, compresa la permanenza nel suo paese di origine per periodi che variano da uno a due mesi. La scelta dell’ente che si occuperà dell’adozione dipende non solo da fattori “di cuore”, ma anche da una valutazione complessiva sui costi: alcuni enti chiedono prezzi maggiori perché si affidano alla formula del tutto compreso (escluse le spese di viaggio e permanenza nel paese dell’adottato), altri hanno tariffe più basse ma lasciano ai futuri genitori la gestione (e le relative spese) di alcune pratiche.

I mutui

Per indagare sulla relazione adozione-denaro nel 2009 è stata condotta un’indagine dalla Fondazione Università IULM, a cura di Vincenzo Russo, Luciana Castelli e Massimo Bustreo: “ll rapporto denaro e adozione: aspettative e opportunità nella famiglia adottiva”. Nell’indagine emergeva che “numerose sono le coppie che rinunciano all’adozione internazionale per mancanza di disponibilità finanziarie, a fronte della difficoltà, quando non dell’impossibilità, di trovare strumenti economici che ne agevolino il percorso con la copertura delle spese. Spese che sono sì necessarie ma pur sempre rappresentano solo una tappa dell’adozione.” Anche per questo recentemente alcune banche hanno istituito dei mutui ad hoc (ad esempio “AdottAMI” del Gruppo BNP Paribas con importi fino a 30.000 €) ed alcuni enti tra i più importanti per numero di adozioni (es. CIFA) hanno chiesto al ministro competente di includere nel computo della detrazione e nel rimborso delle spese di adozione anche gli interessi di mutuo.

A proposito dell'autore

Gabriele Cappelletti
Consulente ICT e genitore adottivo. Dal 2004 curatore di siti e blog dedicati all'adozione.