La ferita dell’abbandono

Loneliness fg Alessandro Sansoni (cc flickr)

Loneliness fg Alessandro Sansoni (cc flickr)

Parlare degli effetti dell’abbandono, per la complessità e sviluppi che tale esperienza ha sulla psiche di un bambino, richiede ben più che un articolo. In queste pagine tuttavia, pur senza avere la pretesa di essere esaustivi, cercheremo di indicare alcune delle conseguenze di quello che si chiama “il trauma dell’abbandono”, per iniziare a delineare una strada che porti alla comprensione del suo vissuto e dei suoi sentimenti.

Rapporto madre-bambino

Per un bambino la perdita della madre biologica, a qualunque età sia essa avvenuta, si organizza come un trauma e una ferita che avrà comunque delle conseguenze nello sviluppo futuro.
Il bambino, già al momento della nascita, è “programmato” per creare un particolare legame di attaccamento con colei che lo ha tenuto nel grembo per nove mesi, della quale ha sentito la voce e gli umori, attraverso la quale si è nutrito e grazie alla quale ha potuto sopravvivere. Una madre “sufficientemente buona” sarà in grado di mettersi in sintonia con il figlio, di percepire le sue esigenze e di rispondere ai suoi bisogni con istintiva competenza.
Non tutte le mamme però riescono, per incapacità o negligenza, a costruire con il figlio quella relazione speciale che permette la crescita armonica e sicura del bambino. Nel caso in cui questa incapacità arrivi al punto di rendere necessaria la separazione della coppia madre-bambino, anche se questo dovesse avvenire nei primi giorni di vita, il figlio vivrà un trauma particolarmente significativo che influirà nel suo percorso di vita. Il fatto che il neonato non sia consapevole di quello che gli sta accadendo non significa che gli effetti nel tempo saranno meno importanti o verranno annullati dalla mancanza di consapevolezza del momento. Il neonato, infatti, in quella situazione, perde la sicurezza di essere un tutt’uno con colei che lo ha generato e con la quale ha vissuto nove mesi. L’arrivo in un mondo freddo e ostile, senza la presenza di una figura che lo rassicuri e che lo accolga con calore, lo porterà ad avere sempre quella oscura “nostalgia” di qualcosa che gli manca e che in varie fasi della vita diventerà struggente e insopportabile.

La perdita della relazione primaria nel bambino adottato

Indipendentemente da quando sia avvenuto l’abbandono, il bambino porterà con sé la sensazione di un’assenza, di una mancanza che percepirà nel profondo della sua anima e che determinerà spesso scelte, umori, reazioni.
Le conseguenze di questo trauma potranno essere varie e in questo articolo proverò a elencarne qualcuna, nella speranza di offrire una maggiore comprensione del vissuto del figlio e offrire una interpretazione “dal punto di vista del bambino” di comportamenti e reazioni che talvolta appaiono, a prima vista, incomprensibili.

Mancanza di fiducia

Il bambino abbandonato sperimenta una mancanza di fiducia in se stesso e negli altri, difficile spesso da indentificare e da riconoscere, che si rivela anche dopo anni di convivenza nella nuova famiglia e che ferisce profondamente i genitori adottivi. Essi talvolta percepiscono tale sfiducia come un problema di relazione fra loro e il figlio, mentre in realtà si tratta di qualcosa che proviene dal passato e si riflette inevitabilmente e malgrado le buone intenzioni di entrambi, nelle relazioni attuali.

Il bambino che si trova a perdere le persone di riferimento primarie (i genitori e in particolare la madre), perde l’appoggio, il sostegno, la sicurezza, tutto ciò che costituisce il suo mondo e il filtro attraverso cui interpreta e dà senso a ciò che gli accade. Egli sente di dovercela fare da solo, di appoggiarsi a se stesso senza potersi permettere di avere bisogno di qualcuno. Nello stesso tempo lo sviluppo emotivo e cognitivo di questi bambini può essere fortemente compromesso. Il bambino costruisce un atteggiamento di falsa autonomia e sicurezza che deriva dalla sensazione di “doversela cavare da solo”. Anche se questo può essere necessario, quando il bambino si trova solo in un mondo sconosciuto che probabilmente percepisce come minaccioso, non lo è più quando viene adottato da una nuova famiglia. E’ tuttavia esperienza comune di tanti genitori adottivi il ritrovarsi con bambini che non riescono a chiedere aiuto e a mostrare i loro bisogni affettivi ed emotivi. Quando vengono adottati più grandicelli, mostrano una autonomia eccessiva per la loro età e una forte resistenza ad accettare suggerimenti o regole da parte dell’adulto, come pure affetto o tenerezza.

Ambivalenza

La capacità di accettare l’ambivalenza insita in tutte le relazioni umane caratterizza la persona matura ed è una delle conquiste più difficili e importanti per ciascuno di noi. Continuare ad amare una persona anche quando di lei si scoprono gli aspetti più sgradevoli, riconoscere che quella persona che in alcuni momenti della giornata ha reazioni che ci appaiono sgradite e che alcune volte facciamo fatica ad accettare, è la stessa persona che amiamo e che ci fa star bene, è una conquista che spesso per un bambino che ha vissuto l’abbandono riesce particolarmente difficile. Può capitare che egli dissoci le due figure (buone e cattive) attribuendo per esempio ai genitori biologici gli aspetti negativi e a quelli adottati quelli positivi (o il contrario se viene adottato da grandicello). Il bambino che vive in modo conflittuale i suoi sentimenti ambivalenti (la rabbia nei confronti della migliore amica, la ribellione nei confronti della mamma o del papà), sperimenterà senso di colpa nei confronti dei suoi sentimenti aggressivi, si sentirà particolarmente cattivo o vivrà in modo particolarmente conflittuale e difficile le relazioni con le persone significative. Per esempio integrare l’ambivalenza può significare tollerare i sentimenti collegati all’assenza dell’amica del cuore che decide di andare a trovare la compagna di classe e di non venire a casa propria a giocare.

Se ciò che viene percepito come cattivo lo è in modo irrimediabile e senza attenuanti, il mondo finirà per diventare popolato da figure ostili e paurose da evitare e nei confronti delle quali si è impreparati, o al contrario diventerà una guerra continua senza soluzione di continuità. Questa mancata integrazione fra aspetti buoni e cattivi (con il compagno ci litigo, ma è anche quello che mi regala una parte della sua merenda o mi fa giocare a calcio e sono capace di vedere entrambe queste sue caratteristiche), si manifesta anche nei confronti di se stesso. Chi ha difficoltà ad accettare l’ambivalenza e a integrarla dentro di sè farà probabilmente fatica ad accettare anche le parti che ritiene inaccettabili e negative, si sentirà cattivo a causa dei suoi sentimenti di ostilità e tutto ciò potrebbe confermare la sua convinzione di essere stato lui con la sua inadeguatezza a causare, in fondo, l’abbandono e il mancato amore nei suoi confronti da parte della madre biologica.

La paura della perdita

La vita di un bambino adottato ha come caratteristica fondamentale la perdita. Nel migliore dei casi, infatti, egli ha perso (in vari modi spesso traumatici) la madre biologica. Anche se successivamente dovesse aver trovato una famiglia meravigliosa e capace di offrirgli amore e sicurezza, tutta la sua vita si fonda su questa esperienza, che non ha scelto di compiere.
Per lungo tempo si troverà dunque a cercare di rielaborare questa mancanza e lo farà come potrà, con le sue forze e con l’aiuto che riceverà dalla famiglia e dagli operatori che cercheranno di supportarlo/a. Le reazioni che potrà mettere in atto per far fronte a questo avvenimento e ai sentimenti che esso ha provocato in lui sono abbastanza caratteristici.
Il bambino che ha subito una perdita così importante vivrà probabilmente le situazioni di separazione come particolarmente traumatiche e potrebbe manifestare nelle situazioni che richiedono un momentaneo allontanamento dai genitori (solitamente in particolare dalla mamma) ansia e timori eccessivi: è il caso del bambino che in giardino non tollera che la mamma sia fuori dalla sua vista o che piange disperatamente quando deve andare all’asilo. Un’altra possibile reazione potrebbe essere quella di difendersi, nascondere le proprie emozioni in modo talvolta eccessivo, mostrarsi particolarmente acquiescente e avere difficoltà nel mantenere legami profondi e coinvolgenti, manifestare una certa superficialità negli affetti e tenere sotto controllo la sua affettività per proteggersi dalla sofferenza causata da una ulteriore perdita, per lui (o per lei) insopportabili.

Nei bambini più grandi la paura di legami profondi potrebbe essere particolarmente spiccata. Spesso i bambini reagiscono con aggressività agli sforzi dei genitori adottivi di manifestare solidarietà e affetto: questo è particolarmente evidente in bambini che hanno avuto molte figure di accudimento o che hanno subito forme di violenza o abusi. E’ importante in queste situazioni che i genitori si facciano aiutare, abbiano pazienza e riescano a parlare con i loro figli cercando di capire le loro aspettative nei confronti della relazione e cosa si aspettano dai genitori, cosa per esempio potrebbe farli sentire tranquilli e rassicurare. Spesso i genitori trascurano questo dialogo: fare domande, ascoltare, chiedere cosa li fa star bene e cosa li fa star male, è un modo per manifestare rispetto nei loro confronti e può avere effetti sorprendenti, sia per le risposte che sentiranno, sia per il legame di fiducia che si rinforzerà e approfondirà.
Tutti i bambini del mondo, ma i bambini adottivi in particolare, hanno bisogno di sentire e vedere che anche loro possono avere, almeno parzialmente, il controllo della situazione, possono esprimere le loro emozioni e i loro desideri e soprattutto vengono ascoltati con rispetto e disponibilità.

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A proposito dell'autore

Mariangela Corrias
Mamma biologica, psicologa, esperta in Psicologia dello sviluppo e dell'educazione https://mariangelacorrias.wordpress.com/