Adottare bambini grandi

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young boys in Khajuraho (CC BY 2.0) by ruffin_ready

Con questo articolo diamo spazio al contributo di uno psicologo. Si tratta di un’analisi rivolta all’adozione dei bambini grandi.

Argomento questo  che comporta una particolare attenzione ad alcune problematiche  che vanno affrontate ed interpretate nel modo opportuno.

La giusta valutazione dei possibili sintomi di disagio e l’eventuale aiuto fornito da un terapeuta esperto, possono facilitare la costruzione di un progetto adottivo positivo.

Adottare un figlio che non è più un bambino piccolo da tenere tra le braccia è possibile? Le coppie sono più “grandi” e l’età media dei bambini adottabili si è, in linea generale, alzata. Questo fa emergere due necessità: in primo luogo le coppie devono essere accompagnate ad accogliere un bimbo, di norma più grande del bambino “sognato”, accompagnandole a riscoprire le proprie caratteristiche genitoriali, le proprie risorse e a superare i propri timori, cioè a confrontarsi di nuovo con i propri desideri. In secondo luogo, devono essere preparate ad entrare in contatto con la realtà dei bambini grandi adottabili, a conoscerne le caratteristiche e le problematiche più frequenti.

Le problematiche che una coppia si trova ad affrontare con l’adozione di un “bambino grande” sono particolari. Ma in realtà ogni bambino, qualsiasi sia la sua età e la sua provenienza, è portatore di bisogni specifici. In linea generale possiamo affermare che un “bambino grande” è portatore di alcune caratteristiche ricorrenti così generalizzabili: hanno un legame più forte e radicato con la propria terra d’origine e quindi con gli usi, i costumi ed addirittura con l’alimentazione del proprio paese. Di norma, sono bambini che hanno vissuto diversi anni in Istituto, quindi hanno presumibilmente subito le deprivazioni affettive, psicologiche e relazionali tipiche dei processi di istituzionalizzazione: mancanza di legami privilegiati, mancanza di figure adulte di riferimento stabili, depersonalizzazione del proprio Sé, insufficienti stimoli affettivi e cognitivi.

Tutto questo può comportare non solo un ritardo dello sviluppo psicomotorio, ma, bensì, potrebbe essere l’origine di difficoltà relazionali e di incapacità ad instaurare un legame affettivo significativo. La diffidenza verso gli adulti, la poca speranza di essere accolto “per sempre” in una famiglia sono la conseguenza di un vissuto “abbandonico”, a volte anche rivissuto a seguito di percorsi adottivi falliti, che si innestano sul trauma originario dell’abbandono. Non è da escludere che questi abbiamo dei fratelli più piccoli con i quali, non solo hanno instaurato un legame particolarmente intenso, ma dei quali si possono essere sentiti responsabili avendo agito nei loro confronti un ruolo genitoriale, non vivendosi, anche in questo caso, a pieno la propria infanzia.

Ma i “bambini grandi” possono anche essere portatori di esperienze positive. Non possiamo non tenere in considerazione che, per quanto a volte non sufficienti, o non sufficientemente buoni, i bambini hanno comunque instaurato legami con adulti, durante l’attesa dell’adozione. Sicuramente hanno anche instaurato legami affettivi significativi con i propri coetanei, da cui, in caso di adozione si dovranno separare. Anche questo potrebbe “minare” il percorso di inserimento in famiglia.

Quindi i bambini più grandi hanno impresso nella loro memoria ricordi più vividi sia del trauma dell’abbandono e della deprivazione, ma anche, di contro, di tutto ciò che di positivo hanno vissuto e stanno vivendo nel momento dell’adozione. Esperienze passate hanno già dimostrato quanto in realtà la creazione di un legame affettivo e l’inserimento del minore in famiglia, non siano solo possibili, ma auspicabili. Per tutti questi ragazzi aprire la strada dell’adozione diviene l’unica e l’ultima possibilità, di poter conoscere il calore e l’affetto di una famiglia. L’unica possibilità di vivere esperienze positive che possano associarsi ai traumi già vissuti dando loro la speranza di un futuro.

Questi sono gli scenari con cui una coppia adottiva deve confrontarsi, sviluppando la consapevolezza che la creazione di un legame affettivo genitoriale deve accompagnare il minore a superare le proprie naturali diffidenze e paure nei confronti dell’adulto, di cui oggi tende a non fidarsi.

Il genitore adottivo si trova davanti ad un compito non certo semplice, ma di contro non invalicabile: semplicemente differente. Un figlio che entra a fare parte della famiglia potrebbe opporre resistenze a voler far parte del nucleo, ma questo non deve scoraggiare la coppia genitoriale che non deve mettersi in discussione nel proprio ruolo. Questi comportamenti sono legati al vissuto del bambino e non è rivolto a loro in particolare. Questi genitori devono quindi essere accompagnati a saper guardare ed interpretare i bisogni di proprio figlio, senza farsi prendere da infondati timori. Devono conoscere loro figlio: i suoi desideri, le sue paure, i suoi timori, i suoi sogni e le sue difficoltà. Ma questo non è il compito di ogni genitore?

Anche i bambini vanno accompagnati e preparati al possibile inserimento in famiglia, all’adozione. In loro, le possibili esperienze negative passate, hanno spento il desiderio di essere parte di una famiglia o lo hanno nascosto dietro la paura di un possibile nuovo abbandono. L’avvicinamento del minore e il suo coinvolgimento in tutte le fasi del percorso di inserimento sono fondamentali. Ascoltare, accogliere le sue paure, accompagnandolo a superarle, è indispensabile. In realtà questo dovrebbe accadere sempre.

Il desiderio di una famiglia, di avere dei genitori, si scontra con la paura che diviene diffidenza, rifiuto. Un ragazzo grande, una ragazza non più bambina hanno già sviluppato un’abitudine al contesto in cui sono inseriti, con una probabile rassegnazione, che nasconde la ferita inferta loro dalla storia di abbandono, che è sempre una tragedia. Temono il nuovo, il cambiamento, l’ignoto. Il futuro è più destabilizzante del presente, seppur possa essere poco felice: è l’abitudine al disagio, come l’olfatto che si abitua ad un cattivo odore.

Ecco che allora la diffidenza (spesso giocata con comportamenti difficili o aggressivi) deve essere compresa nella sua natura, è solo la ferita che ancora non ha avuto l’occasione di essere rimarginata. Che non ha ancora avuto la possibilità di essere accolta.

Allora adottare un bambino grande, per quanto i rischi di un inserimento traumatico esistano, è possibile. Limitare o non favorire la possibilità di accoglienza appare una scelta, seppur motivata da preoccupazione, che non risponde a pieno ai bisogni dei bambini e che certamente non facilita l’accoglienza da parte delle coppie. Una scelta che affronta il problema deve invece muoversi sue due strade: la costruzione di progetti e percorsi adottivi differenti facilitanti di un graduale inserimento del bambino e la formazione e l’accompagnamento delle coppie da parte di specialisti dell’adozione e dell’infanzia attraverso momenti di confronto e formazione che divengono essenziali per meglio conoscere e comprendere.

Andrea Redaelli – Psicologo-Psicoterapeuta

 

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ITALIAADOZIONI
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